| --° Taranto

L’edificio crollato domenica sera in via Duomo (per fortuna senza vittime, a parte un’auto danneggiata) rappresenta anche una testimonianza del glorioso passato di Taranto. Ubicato nelle vicinanze della chiesa di San Domenico e della Soprintendenza nonchè di vicoletto Mercanti, soprannominato “Il vicolo degli innamorati”, al centro dei prossimi festeggiamenti di San Valentino, di cui è il santo protettore, in quel palazzo il 28 dicembre 1808 vide la luce il patriota Nicola Mignogna. A quest’ultimo, che figura fra i più accesi sostenitori pugliesi dell’indipendenza italiana, è anche intitolata una strada al Borgo tra piazza Immacolata e via Viola.

Dopo gli studi al seminario minore, Mignogna si trasferì a Napoli per studiare giurisprudenza. Dopo la laurea egli entrò a far parte giovanissimo della “Giovane Italia” di Giuseppe Mazzini, partecipando a Napoli ai Moti del 1848; a causa di ciò fu carcerato, torturato e condannato all’esilio perpetuo nel Regno delle Due Sicilie. Partecipò alla spedizione dei Mille, divenendo fra i principali collaboratori di Garibaldi, che gli affidò l‘incarico di tesoriere della spedizione.

Dopo la proclamazione del Regno d’Italia, Mignogna seguì ancora Garibaldi in Aspromonte. Fu prodittatore della Lucania e poi consigliere comunale a Napoli. Dopo aver rifiutato la candidatura alla Camera dei Deputati, ricoprì l’incarico di sottoprefetto a Gallipoli. Morì a Giuliano di Campagna nel 1870.

Sulla facciata del palazzo in via Duomo (nella foto di Mino Lo Re) è murata una lapide in suo ricordo, con epigrafe dettata dal letterato Alessandro Criscuolo. Eccone il testo: “Nel 15 maggio 1848 – omerico sulla barricata/ Menato al carcere di S.M. apparente – patì le battiture/ e incanutì più per l’onta che per il dolore/ Ma i nomi non svelò dei congiurati/ Ebbe condanna nel capo e non piegò/ Patì l’esilio e non fu domo/ Restitutito alla materna proda/ ebbe il plauso di folle e non insuperbì/ Prodittatore della Lucania/ Parve un latino del libero reggimento agognato da Catone/ Ebbe lusinghe di potere e le respinse/ Ebbe occasioni di simonia e le sdegnò/ Tesoriere delle legioni garibaldine/ Tenne sua povertà alta come vessillo/ Visse e morì repubblicano”.

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