| --° Taranto

A cura di Roberto Orlando In questa rubrica vogliamo sempre descrivere il bello che c’è nella nostra città, luoghi e oggetti che raccontano una pagina della storia di Taranto che molto spesso ci passa sotto il naso senza che ce ne accorgiamo. Ogni racconto è quindi un angolo di Taranto, ma l’occasione del rientro di Orfeo e le Sirene ci ha dato lo spunto per alzare lo sguardo e cercare Taranto oltre l’orizzonte.

Le peripezie di questo inestimabile gruppo scultoreo è simile a migliaia di altri oggetti trafugati e tornati a casa grazie alle indagini e all’azione degli organi di tutela del patrimonio culturale. Nelle descrizioni dei viaggiatori ottocenteschi che giungevano a Taranto c’è spesso la descrizione di un territorio che non conosceva la sua millenaria storia, che ritrovava e leggeva negli oggetti e nei manufatti che più o meno casualmente ritrovava. Il colpo definitivo allo stravolgimento del sottosuolo lo dette la costruzione dell’Arsenale a fine ‘800: “l’arsenale era cascato nella necropoli tarantina”, scrisse Cesare Giulio Viola nel suo “Pater”, romanzo dedicato al padre Luigi, a cui dobbiamo il Museo Archeologico di Taranto.

Da allora in poi nulla fu come prima: gli storici e gli archeologici riuscirono a ricostruire la storia della Taranto ellenistica e romana, anche e soprattutto topograficamente. Nel frattempo i reperti venivano trovati, nascosti, ricoperti di terra, oppure distrutti o, peggio ancora, trafugati. Gli sciacalli dell’archeologia sono sempre stati all’opera e il risultato di tale iniqua follia è in tante collezioni private oppure in reperti oggi esposti nei maggiori musei del globo. Se, grazie al lavoro degli investigatori nazionali e internazionali, oggi possiamo riscoprire Orfeo e le Sirene, si pensi alle altre opere che purtroppo non torneranno più a Taranto. Il caso più eclatante, naturalmente, è quello della Persefone in trono, sulla cui storia, che porta da via Duca degli Abruzzi all’Altes Museum di Berlino, passando da locri e dalle campagne tarantine, è degna di un film.

Figura di Persefone in terracotta, British Museum

Ma di “pezzi di Taranto” nel mondo ce ne sono davvero tanti. Abbiamo provato a fare un giro su internet con la speranza di trovare qualcosa: mentre per alcuni musei non c’è la possibilità di vedere le collezioni, per altri è stato più facile. Siamo arrivati così al Museo archeologico nazionale di Napoli, ricchissimo di reperti provenienti da tutta la Puglia, Taranto compresa, per spingerci oltremanica e arrivare al British Museum di Londra. Abbiamo attraversato l’Atlantico e siamo atterrati a New York, dove al Metropolitan Museum of Art sono conservate decine di terrecotte provenienti da Taranto.

Recumbente con coppa per libagioni – Museo archeologico nazionale di Napoli

Credo che se continuassimo la ricerca troveremmo di certo altri musei che nella loro collezione possiedono pezzi “tarantini”, probabilmente provenienti dal mercato clandestino: c’è da fare, come si dice a Taranto, “malesangue” perché i nostri avi hanno svenduto il nostro patrimonio archeologico oppure è anche questo, oggi, un modo per raccontare Taranto?

Una risposta

  1. Taranto caput mundi. E’ un altro modo per essere riconosciuti. Siderurgia, archeologia, ostriche, cozze nere e pelose, nav, castello, ponti di varia fattura. Che te lo dico a fare?

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