Se non fosse nato per caso qualcuno avrebbe dovuto inventarlo. Stiamo parlando del Rock, un genere musicale che ha sconvolto la storia dell’umanità fra rivoluzioni culturali e tecnologiche, ma si sa: tutto ha un inizio e una fine. E se il Rock fosse arrivato ai ferri corti con il destino? Di band che picchiano duro sulle chitarre ce n’è ancora un bel po’ in giro – tralasciando i veterani del Novecento che imbracciano ancora lo strumento in memoria dei bei tempi andati.
Il Rock è morto e il suo carnefice si chiama Internet. La vede così tragica Giancarlo Caracciolo, autore del libro “Internet ha ucciso il Rock” (Les Flâneurs, 2018), che fra racconti, playlist, citazioni, infobox e approfondimenti, narra la genesi di un’attitudine che ha influenzato la coscienza di massa per decenni in poco più di 250 pagine, partendo dal blues da calosce nel fango, passando per gli scantinati pieni di moti rivoluzionari e finendo nel Monopolino dei talent show petalosi.
Se ne è discusso venerdì sera nel Borgo Umbertino di Taranto, presso il pub S’Iscopile di Roberto Lombardi: un luogo magico che continua a credere nella formazione del pensiero libero, mettendo i suoi spazi a disposizione della diffusione della cultura. Un’oasi di conflitto con la mondanità, dove si respira un clima di fratellanza in pieno stile Rock and Roll – e il bicchiere è sempre mezzo pieno.
Tanti gli amici e i curiosi presenti, a partire dai membri del gruppo Facebook “Bella Musica Taras”, che hanno tributato la serata con interventi e suggerimenti puntuali sul testo di Caracciolo. Il sottoscritto (Simone Calienno) e Marco Gino Costante, co-founder de “L’Olifante”, hanno avuto il piacere e l’onore di pungolare per più di un’ora l’autore in merito ai tanti contenuti presenti nel libro, che nell’excursus storico rivendicano il diritto alla contraddizione di uno stile che può contare su una resistenza quasi gattopardesca al mutare delle cose.
Al centro della discussione un tema bivalente e, innegabilmente, di scomoda eviscerazione se si è già ingollata la seconda pinta di birra a stomaco vuoto, prima della puccia di rito: il rapporto fra social network e musica. Giancarlo Caracciolo sul punto sembra avere le idee ben chiare. Di certo quando uscì il libro, nel 2018, i social giocavano già un ruolo importante nell’industria musicale, ma l’ultimo grido di TikTok ai piccolissimi e il proliferare di app di streaming musicale come Spotify stanno rendendo i “prodotti discografici” sempre più immediati – e questo non è sempre un bene. Per l’autore se è vero dire che “Internet ha ucciso il Rock”, non è altrettanto corretto affermare “Internet ha ucciso la musica”: il meccanismo perverso dell’algoritmo che sospinge gran parte dei nuovi gruppi o cantanti, tende a privilegiare brani brevi e di facile ascolto. Alla fine l’industria discografica ci guadagna, e per il Rock… Pazienza!
L’immediatezza è l’ingrediente vincente per un’etichetta che ha intenzione di strappare fatture pesanti da qui a vent’anni. A farne le spese soltanto chi dà un peso al materico, come Caracciolo che sottolinea le differenze fra l’ascolto gratuito e distratto da app e l’acquisto di un supporto come il vinile, da gustare in poltrona con quell’esercizio di empatia che può essere in grado di trasformare un momento in un’esperienza; un accordo in un ricordo indelebile per l’eternità.
Quando lo stomaco inizia a bofonchiare vien l’ora delle certezze: il Rock è morto e non risorgerà, secondo l’autore, ma il suo libro sì. Si avvicina sempre di più, infatti, la seconda pubblicazione sul tema che, con un gioco di flashback e flashforward, fornirà nuovi elementi dibattimentali al Sacro Tribunale del Rock. Per il momento, non resta che premere “play” e leggere il libro.
*Foto in evidenza: Simona De Pace
*Foto nell’articolo: Alessandra Cavalera

