I Commissari Straordinari di Ilva in Amministrazione Straordinaria, hanno inviato ad Acciaierie d’Italia una nota nella quale chiedono alla società che gestisce degli impianti di Taranto, “una circostanziata valutazione in merito all’aumento dei valori di concentrazione di benzene, nonché alla genesi ai fattori causali del predetto aumento precisando altresì se presso lo stabilimento sono state attuate condizioni di monitoraggio migliorativo che consente un approfondimenti ed eventuali ulteriori rimedi per il contenimento delle emissioni di benzene”. A renderlo noto è il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica tramite il sottosegretario senatore Claudio Barbaro (Fratelli d’Italia), intervenuto ieri in Commissione Ambiente durante le interrogazioni a risposta immediata su questioni di competenza del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Interrogazione che nel caso di specie, è stata presentata dal deputato Angelo Bonelli (Sinistra Italiana-Verdi).
Inoltre, si apprende sempre dal sottosegretario Barbaro, i Commissari straordinari (che rappresentano la società che detiene ancora la proprietà degli impianti) hanno invitato Acciaierie d’Italia “a fornire con tempestività all’amministrazione comunale di Taranto ogni
elemento idoneo a superare i rilievi di formulati nell’ultima ordinanza del sindaco Rinaldo Melucci in relazione alla problematica benzene”.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/05/22/benzene-e-ilva-melucci-firma-ordinanza/)
Ciò detto, come abbiamo già avuto modo di spiegare in articoli precedenti, è pressoché scontato che anche questa iniziativa dell’amministrazione comunale (che ha sovreccitato gli animi di chi fa finta di non sapere come stiano realmente le cose) cadrà nel vuoto. Non solo perché, qualora Acciaierie d’Italia presenterà ricorso al Tar di Lecce e poi al Consiglio di Stato (a fronte di un eventuale respingimento del ricorso dal tribunale amministrativo regionale), la contesa giudiziaria vedrà ancora una volta il Comune di Taranto uscire sconfitto avendo utilizzato uno strumento normativo come l’ordinanza maniera inidonea. Non solo perché i limiti previsti dalla legge attualmente in vigore (il dl 155/2010 varato per attuare la direttiva 2008/50/CE che stabilisce valori limite di concentrazione in aria ambiente per numerosi composti inquinanti) sono ampiamente rispettati, seppur i dati registrano un preoccupante aumento della presenza del benzene nell’aria nei pressi del siderurgico a partire dal 2019 rivelata dalla centraline di Arpa Puglia, su cui la Asl di Taranto ha chiesto giustamente che ne sia accertata la causa e che siano attuati tutti gli interventi per invertire il trend quanto prima. Non solo perché sono ancora in corso gli accertamenti e gli approfondimenti da parte di ISPRA, volti ad analizzare gli andamenti dei profili emissivi negli anni con eventuali ipotesi di correlazione alle sorgenti rispetto ai monitoraggi previsti dalle prescrizioni del Piano Ambientale, che ha previsto di effettuare specifici rilievi sul piano di carica delle batterie di cokefazione e sulle macchine caricatrici esportatrici, nonché l’installazione di sei stazioni di monitoraggio per la qualità dell’aria in prossimità del perimetro dello stabilimento. Ma perché la partita sul futuro del siderurgico di Taranto si gioca su altri tavoli e non su quelli della demagogia e del populismo ambientale e sanitario. Che sicuramente regala visibilità e gli onori della cronaca, ma che all’atto pratico servono soltanto a creare confusione nei cittadini, a generare ulteriori ansie e preoccupazioni negli operai, e ingarbugliare ancor di più una vicenda che invece avrebbe finalmente bisogno di chiarezza e di decisioni oculate su tutti i fronti.
Tra l’altro, la possibilità di migliorare ulteriormente l’aspetto ambientale e quindi sanitario legato alla presenza del siderurgico a ridosso della città, è data proprio dalla richiesta di rinnovo dell’Autorizzazione Ambientale avanzata lo scorso febbraio da Acciaierie d’Italia, a fronte della scadenza della precedente. Perché è proprio in quella sede, ovvero durante i lungo iter di confronto e analisi dei dati ambientali legati all’attività produttiva, che si potranno inserire prescrizioni ancora più stringenti per il gestore degli impianti.
E qui ci consta, ancora una volta, fare una precisazione necessaria. Chi ancora oggi afferma in ogni dove che la Valutazione del Danno Sanitario realizzata da Asl Taranto, Arpa Puglia e AReSS (e non dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha svolta gli stessi accertamenti con i dati forniti dagli enti locali e regionali, venendo pagata dalla Regione per fare una cosa completamente inutile solo per dare maggiore risalto alla vicenda ma così finendo quasi per ignorare invece il preziosissimo lavoro svolto qui a Taranto), il cui ultimo aggiornamento risale al 2021, abbia certificato un rischio sanitario minimo non accettabile a fronte di una produzione annua autorizzata pari a 6 milioni di tonnellate annue, afferma il falso. Per il semplice motivo che omette consapevolmente di dire, come è invece ampiamente specificato all’interno della relazione stessa (e delle precedenti come ad esempio quella del 2015), che tale valutazione è avvenuta ante operam, ovvero non a conclusione di tutti gli interventi ambientali previsti dal Piano Ambientale 2017 che dovrebbero concludersi nell’agosto del 2023 (ma come sappiamo, almeno per alcune prescrizioni così non sarà) ma ad uno stadio intermedio. Secondo una stima fornitaci all’epoca dalla stessa Asl, l’ultima Valutazione del Danno Sanitario sarebbe stata effettuata a fronte del 65-70% dei lavori svolti.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/01/17/danno-sanitario-serve-chiarezza-non-il-caos2/)
Ora. Logica vorrebbe che a Piano Ambientale attuato, quel rischio sanitario minimo inaccettabile non dovrà essere più riscontrato. Perché se così invece non fosse, vorrebbe dire o che abbiamo imposto ad un’azienda prescrizioni non all’altezza dell’obiettivo richiesto spendendo miliardi di euro inutilmente sia nel pubblico che nel privato, o che quei lavori non sono stati effettuati correttamente: in quest’ultimo caso il problema sarebbe ancora più grave, ma francamente seguendo da quasi 20 anni le attività di controllo e ispettive
portate avanti da sempre con grande professionalità da Arpa Puglia e ISPRA e la costante attività di controllo sanitario dell’Asl Taranto (che dura da decenni), la cosa ci risulta essere alquanto improbabile.
Dunque, appare pressoché scontata la necessità di apportare un aggiornamento della Valutazione del Danno Sanitario a Piano Ambientale concluso (quindi post operam), per capire se il rischio sanitario per un produzione pari a 6 milioni sia scongiurato o meno. Ed è altrettanto evidente come su tale aggiornamento dovrà ruotare ogni valutazione in merito al rinnovo dell’AIA al gestore del siderurgico. Del resto, durante l’audizione di ieri in Commissione Ambiente alla Camera, lo stesso sottosegretario Barbaro ha affermato che “dalle analisi e valutazioni attualmente in corso si evidenzia una significativa variabilità negli anni per i monitoraggi acquisiti, ed è oggetto di particolare approfondimento la possibile correlazioni con le criticità segnalate nell’area a caldo al fine di poter proporre eventuali misure mitigative o preventive da adottare che potranno essere oggetto dell’imminente procedura di riesame dell’autorizzazione integrata ambientale per lo stabilimento siderurgico”. Precisando altresì che “riguardo le valutazioni sanitarie si evidenzia che non risultino valutazione del danno sanitario o valutazione integrante di impatto ambientale e sanitario che individuano un problema sanitario riguardo il livello di produzione attualmente autorizzato. Tuttavia, il riesame dell’AIA a seguito di istanza del gestore sarà allineato alla alle determinazioni risultanze che le autorità sanitarie di competenza rappresenteranno nelle sedi opportune”. Confermando come “studi predittivi sugli effetti sanitari quali la Valutazione del Danno Sanitario pertanto risulteranno certamente utili anche ove si configurassero significative modifiche all’aspetto produttivo o al contesto ambientale e sanitario anche in riferimento ai criteri metodologici per la redazione della VDS predisposto dall’Istituto Superiore della Sanità nel 2019 in prospettiva di un rinnovo o riesame dell’AIA”.
E’ all’interno del processo di rinnovo dell’AIA che si giocherà quindi la partita decisiva per capire come e dove intervenire in maniera ancora più stringente sugli attuali assetti impiantistici e quindi produttivi, qualora venisse accertato scientificamente che una produzione massima pari a 6 milioni di tonnellate presenti comunque un rischio sanitario non accettabile per la popolazione. Senza dimenticare che da anni esiste l’Osservatorio Ilva che segue passo dopo passo le attività messe in atto dal gestore per rispettare il Piano Ambientale (e dei Commissari Ilva per le così dette aree esterne), oltre a seguire l’intero percorso relativo all’impatto sanitario, tanto è vero che si è ancora in attesa del parere del ministero della Salute sulle valutazioni di ISPRA in merito agli effetti ambientali e sanitari derivanti dall’attività produttiva del siderurgico.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/01/25/danno-sanitario-si-attende-ministero-salute3/)
Da tutto ciò si può facilmente evincere come l’ultima ordinanza del sindaco di Taranto, sia completamente inutile. Anche perché non ci risulta che Asl Taranto o Arpa Puglia abbiano suggerito o sollecitato un’azione del genere al primo cittadino, anzi. Primo cittadino a cui non spetta imporre ad un privato come e quando intervenire nella propria attività, a meno che non ci si trovi di fronte ad un’emergenza sanitaria imminente e contingente, cosa che né il caso di specie del benzene né altri eventi del passato hanno mai rappresentato. Ci sono enti preposti a fare ciò (e lo fanno da sempre) e luoghi istituzionali atti ad affrontare e risolvere tali tematiche (dove il Comune di Taranto è tra l’altro da sempre presente). Pertanto risultano finanche patetici tutti coloro i quali (singoli politici, partiti, movimenti civici, associazioni ambientaliste e non della società civile, con l’appoggio della solita stampa acritica) rincorrono tale provvedimento come se fosse l’ennesimo simbolo da blandire in una crociata senza fine, che da anni ha assunto i contorni del ridicolo. Il primo cittadino avrebbe invece bisogno di un sostegno maggiore, più serio e competente visto che si trova a governare un passaggio di transizione epocale della storia di questa città e della sua provincia, dove non può essere lasciato solo nell’ardua impresa di contemperare i tanti diritti in ballo: quello alla salute, quello al lavoro, quello alla libertà d’impresa. Per perseguire il nobile obiettivo di dare a questa città e al suo territorio una prospettiva di futuro migliore rispetto al passato.
Infine, proprio per evitare qualsivoglia fraintendimento nel lettore e nel cittadino, crediamo sia arrivato il momento anche per le autorità sanitarie di chiarire una volta e per tutte quantomeno la terminologia (ed il suo significato) da usare nell’affrontare determinate 
tematiche. Perché riportare al termine di ogni relazione di Arpa Puglia e Asl Taranto la dicitura secondo la quale anche il rispetto dei limiti imposti dalla legge non esclude ricadute ed effetti sanitari sulla popolazione e i lavoratori, vuol dire tutto e vuol dire niente. Perché se ci sono delle leggi che prevedono dei limiti da rispettare e un’azienda li rispetta (ed almeno nel caso dell’ex Ilva ciò è innegabile da anni, almeno dal 2013 anche se il processo Ambiente Svenduto nelle sue centinaia di udienze ha mostrato come anche al tempo dei Riva non tutto fosse così chiaro su quel versante), lo spazio per agire è molto stretto. Così come risulta ancora oggi fin troppo ambiguo il concetto legato alla parola inquinamento: se un’azienda rispetta i limiti previsti dalla legge, emettendo però sostanze climalteranti e cancerogene, sta inquinando oppure no? Sembra francamente un cane che si morde la coda.
Certo, è giusto per non dire necessario sollecitare un’azienda ad intervenire a fronte di criticità che emergono, come nel caso del benzene, ma qui il discorso è un altro. Se i limiti previsti dalle norme attualmente in vigore sono troppo larghi, tali da non escludere una ricaduta ambientale e sanitaria sulla popolazione e sui lavoratori, che lo si dica apertamente e chiaramente e contemporaneamente si metta nero su bianco quali dovrebbero essere i limiti accettabili da perseguire e imporre. Lo si faccia da un punto di vista scientifico e poi lo si cali nella realtà produttiva del siderurgico, inserendo nel rinnovo dell’AIA prescrizioni più stringenti. Ammesso e non concesso, lo ripetiamo ancora una volta, che la Valutazione del Danno Sanitario post operam accerti ancora un rischio sanitario non accettabile. Ed è quindi necessario che Arpa Puglia, Asl Taranto, AReSS ed ISPRA abbiano il supporto decisivo dell’Istituto Superiore della Sanità e del Ministero della Salute. Lo si può fare e lo si deve fare. E soprattutto lo si deve spigare bene a lavoratori e cittadini.
Pensare ad una realtà industriale, qualunque essa sia, con emissioni pari a zero è da libro dei sogni. Almeno al giorno d’oggi. Così come pensare di poter raggiungere un’assenza totale di danno sanitario, come spiegato da anni dalle autorità sanitarie preposte, è pura utopia. Avvicinarsi quanto più possibile ad un rischio quasi pari a zero è invece il dovere assoluto che un’azienda si deve imporre, e che la politica a tutti i livelli deve perseguire. Con il supporto imprescindibile della scienza, facendo a meno di un esercito di azzeccagarbugli che ancora oggi rendono impossibile un discorso e un percorso serio e realistico. Ma anche questo, ahi noi, ad oggi sembra un auspicio da puri idealisti.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/10/28/registro-tumori-incidenza-in-lieva-calo2/)
A Taranto siamo proprio fessi non ci facciamo rispettare ,dovremmo farli il pelo e il contropelo piuttosto a questi scellerati .
Cosa si può fare per ottenere che questoformidsbile articolo sia letto e compreso da cittadini, lavoratori, sindacalisti, politici, amministratori, magistrati, giornalisti e uomini di cultura?