Scrivendo questa recensione, viene in mente un bootleg live, molto noto tra gli appassionati, degli U2 a Milano nel 1985, nel corso del quale Bono Vox disse convinto, in un italiano maccheronico: “La prima ma non l’ultima volta in questo Paese”. Sarà cosi anche per i Murder Capital? Guarda caso irlandesi come gli U2 con i quali, però, hanno poco altro in comune. C’era curiosità per vederli all’opera al Medimex prima dell’atteso show degli Skunk Anansie.
Il quintetto irlandese, nato musicalmente a Dublino, nel 2018 – composto da James McGovern (voce), Damien Tuit (chitarra), Cathal Roper (chitarra), Gabriel Pascal Blake (basso) e Diarmuid Brennan (batteria) – ha confermato, stando ai si dice del mondo dell’alternative rock, di avere un futuro davanti a sé. Sicuramente ne sentiremo parlare tra qualche anno.
Premessa: non fanno un genere di rock, se vogliamo parlare di macro aree musicali, commestibile a tutti. Il loro è un misto di post punk-dark wave e progressive che mescola i più recenti Idles, Fontaines D.C., ed tratti gli Editors, con i più datati (il frontman si è presentato sul palco con una maglia verde con la scritta 1970) Pink Floyd (lo scampanellio dell’intro di inizio concerto e le suite strumentali di Slowdance 1&2 ce li rammentano).
I cinque ventenni sul palco, alla prima uscita assoluta in Italia, dimostrano di saperci fare ed il front man James McGovern ha il carisma per diventare qualcuno nel suo genere, rappresentando l’interfaccia vocale dark e sofferta della band (puntualmente si pensa a Ian Curtis dei Joy Division).
Godono già di una buona credibilità nel panorama musicale di oltre manica, tant’è che il loro lavoro di esordio del 2019 fu prodotto da quel Flood che ha lasciato la sua impronta in band affermate come U2, Depeche Mode e Smashing Pumpkins, tra le altre. Sono in giro per promuovere il loro nuovo lavoro “Gig’s Recovery”, edito ad inizio anno ma in realtà la scaletta di Taranto è in perfetto equilibrio (6 a 6) con i brani rinvenienti da “When I have fears” del 2019. Schitarrate taglienti, cingolanti, incalzanti, sostenute da una batteria sempre molto potente e presente, caratterizza la prima parte concerto.
La seconda parte riserva le cose più interessanti ed apprezzate come in Slowdance 1&2, (lunghe code strumentali psichedeliche e raffinate ma venate di inquietudine con il basso cavernoso a pulsare in modo marziale, il tutto condito con loop chitarristici da trip di massa). E poi la una tripletta adrenalinica con la quale il quintetto irlandese si congeda, rinvigorendo l’audience: “Return My Head”, “Ethel” e “Feeling Fades”.
Visibilmente soddisfatti dal feedback ricevuto dal pubblico di Taranto, che riserva loro applausi convinti, i cinque salutano lanciando dal palco bacchette, plettri ed il foglio della set list ai nuovi fan. Tra qualche anno diremo, orgogliosi, che li abbiamo visti passare, per la prima volta in Italia, da Taranto.
*credit foto Franzi Baroni

