| --° Taranto

“Quite quitting”, ovvero abbandono silenzioso. Tutto nasce più o meno la scorsa estate, quando l’hashtag “#quietquitting”, lanciato su Tik Tok da un ingegnere ventenne di New York (Zaid Khan), raggiunge in pochi giorni nove milioni di visualizzazioni a colpi di “like” che ne condividono le modalità di applicazione e le motivazioni.

L’essenza di questo concetto sta nell’imparare a lasciar correre, a non sovraccaricare, perché dopo un biennio (2020/2022) a dir poco faticoso – fra pandemia, guerra e crisi energetica –  la cultura del lavoro e del sacrificio a tutti i costi sembra non avere più l’appeal di una volta. Lo scenario, in precedenza, era già mutato con l’adozione dello smart working, un modello a cui molti non vogliono più rinunciare per dedicare maggiore attenzione al benessere personale.

Un fenomeno quello dell’abbandono silenzioso, che sembra particolarmente diffuso nella Generazione Z, per la quale il denaro non rappresenta la priorità principale sul lavoro quanto un equilibrio tra lavoro e vita privata.

Il mito del posto fisso, con il quale sono cresciute le generazioni dei boomer (nati tra gli anni ’50 e ‘ 60) e dei post boomer (nati tra gli anni 70 e 80), non esiste ormai più. Molto per la flessibilità del lavoro, che spesso fa rima con precarietà ma anche tanto dovuto a quella famosa concezione che bisogna lavorare per vivere e non vivere per lavorare.

Si è imposto, quindi, un nuovo modello: fare lo stretto necessario, non dare troppa importanza ai problemi dell’ufficio ed eleggere a priorità un miglior equilibrio nella propria vita privata.

Il fenomeno del quite quitting in Italia si è diffuso parallelamente al trend dei grandi abbandoni nell’ultimo anno ha creato una vera e propria emorragia nelle aziende: le dimissioni sono arrivate a rappresentare il 67% delle cessazioni totali dei rapporti di lavoro.

Sono quasi 2,2 milioni le dimissioni volontarie registrate nel 2022. Un dato in crescita del 13,8% rispetto al 2021 secondo i dati in possesso del Ministero del Lavoro. Un dato che, secondo il rapporto Censis, si deve a tre fattori fondamentali: la difficoltà di fare carriera, gli stipendi troppo bassi e i contratti precari.

Tra l’altro, laddove lo stipendio viene usato come tattica per attirare le risorse in azienda, da solo, non garantisce più la fidelizzazione sul lungo periodo.

Siamo di fronte ad un segnale di come le priorità si siano modificate anche nella testa delle lavoratrici e lavoratori: se da qualche parte c’è uno smart-working più flessibile, se la retribuzione dove lavoro è troppo bassa o gli orari troppo disagevoli, se ho voglia di provarci davvero, un lavoro, magari anche sicuro, lo si può lasciare.

L’esperienza di Marco

Marco Tagliente, 37 anni, di Taranto, sposato con due figli, a fine 2020 ha lasciato un impiego a tempo indeterminato decidendo di investire sulle proprie capacità professionali. Ora ha aperto la partita iva per fornire consulenze nel mondo del marketing e della comunicazione.

“Per molti dei miei parenti ed amici ho fatto un salto nel buio. ‘Ma come rinunci a stipendio fisso e contributi versati per lavorare in autonomia senza la certezza di un futuro assicurato?’  – racconta – E io li ho risposto che non volevo rinunciare alla mia famiglia, a me stesso, alle mie aspirazioni, al mio tempo libero.

Un lavoro vissuto come una prigione

“Durante i primi mesi di pandemia ho cominciato a riflettere sul mio futuro. Lavoravo dal lunedì al sabato da ormai una quindicina di anni per un’azienda privata, mi occupavo di gestione del personale, segreteria, approvvigionamenti. Le giornate erano infinite. Facevo le mie otto/dieci ore in ufficio e poi l’ufficio si spostava a casa. Telefonate dei titolari a tutte le ore, anche la sera tardi e nei fine settimana, messaggi WhatsApp dei colleghi, apparentemente tutti di carattere urgente, che non potevo ignorare anche se ero a cena fuori o al cinema. Ferie dieci giorni l’anno (con obbligo di rispondere al telefono) e solo d’estate, in agosto. Permessi, non retribuiti, ricevuti esclusivamente per problemi connessi alla salute mia o dei miei familiari (visite mediche, brevi convalescenze).

Insomma mi sentivo imprigionato, stanco e sulla via della depressione, perché andare a lavorare in quelle condizioni negli ultimi tempi mi aveva causato anche un malessere psico-fisico (ansia, testa pesante, difficoltà di concentrazione, cattivo umore, stanchezza). Mi sentivo imprigionato. Basti pensare che per dieci anni non sono quasi mai riuscito ad accompagnare o a prendere da scuola i miei figli, oppure ad andare ad una loro recita scolastica.

E quindi durante la pandemia mi sono domandato se fosse vita quella che stavo facendo. Non riuscivo ad immaginarmi in quel posto di lavoro da lì ad un altro anno. Per carità, ero anche conscio, che i problemi che avevo io erano comuni a tante persone- però magari io avevo la possibilità di fare una scelta differente, dovevo solo trovare il coraggio dentro di me.

Quel coraggio, l’ho avuto, il lock down di tre anni fa, ci ha un po’ messo tutti davanti ad una rivalutazione di ciò che avevamo fatto sino ad allora. E’come se la maggior parte di noi stesse tirando una linea, questa era la percezione che avevo. E quindi ho preso la decisione: mi dimetto. Avevo già maturato da tempo una sorta di piano B per la mia vita, si trattava soltanto di metterlo in atto”.

Più tempo per sé stessi

“Da quel momento, quasi fine 2020 ad oggi, le mie giornate sono cambiate: non cominciano più alla stessa ora del mattino, non terminano alla stessa ora della sera. Certo, sono impegnato anche nei fine settimana, quando è necessario. A volte anche di sera tardi, quando devo consegnare un lavoro. Ma posso gestire il mio tempo libero, posso organizzarmi le giornate, posso finalmente dedicarmi di più alla famiglia, posso finalmente guardare il mio cellulare senza odiarlo. Guadagno di meno, non ho un posto fisso, ma sono felice ed è quello che conta. La ricerca della felicità non è semplice, spesso ti porta a qualche rinuncia e ti lascia cicatrici mentali, ma una volta trovata, quel peso che avevi sulla testa si alleggerisce e la fatica la percepisci di meno. Lavorare per vivere e non vivere per lavorare non ha prezzo…

Quanti Marco Tagliente ci sono attorno a noi? Quanti non hanno il coraggio di prendere una decisione come quella sua? Ma anche quanti non possono farlo perché non hanno un piano B? Si discute tanto di salario minimo, di lavoro dignitoso, di settimana lavorativa corta. Il modello nord europeo è ancora tanto, ma tanto lontano, perché alle nostre latitudini già avere un impiego è una conquista…

 

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