Un concerto dei Depeche Mode è come la celebrazione di un rito che si ripete generalmente ogni quattro anni. A causa della pandemia i fan della band inglese (40 anni di carriera alle spalle) hanno dovuto attendere circa sei anni prima di rivederli dal vivo.

Domenica sera, Dave Gahan e Martin Gore hanno chiuso il loro mini tour italiano allo stadio “Dall’Ara” di Bologna (in precedenza erano stati all’Olimpico di Roma e al San Siro di Milano) davanti a circa quarantamila spettatori per nulla intimoriti dalle temperature equatoriali di questi giorni.

La tappa bolognese ha riservato delle sorprese in scaletta, rendendo ancora più unico ed emozionante uno show collaudato, composto da 22 pezzi che filano, un classico dopo l’altro, lisci tutto d’un fiato, e caratterizzato da una esibizione tecnicamente quasi perfetta, dove il mestiere del duo Gahan-Gore ben si sposa con l’empatia che riesce a creare con il pubblico. In particolar modo con quello italiano, che, a loro dire, è speciale perché in grado di cantare da solo i ritornelli di tutte le canzoni.

Possiamo, intanto, affermare che è vero solo in parte che la loro musica è triste, malinconica, una sorta di “celebrazione della morte”, suggerita soprattutto dal titolo del loro ultimo album “Memento Mori” ( “Ricordati che devi morire”).

Martin Gore stesso, l’autore di quasi tutti i testi, ha chiarito che in realtà ci sono dei fraintendimenti visto che la loro è un’esortazione a godersi la vita. Ed infatti nelle oltre due ore di concerto si balla, si canta e ci si emoziona come se non ci fosse un domani. Una sorta di tempo sospeso in cui esiste solo questo rapporto trascendentale tra i fan, definiti “devoti” e la musica dei propri beniamini.

Dave Gahan sul palco, foto di Luisa Olivieri

IL CONCERTO

I beat incalzanti della selezione musicale pre concerto, una sorta di tecno party per quarantamila persone, ha il suo culmine con l’orgasmico intro strumentale che annuncia i synth dal sapore sinistro del primo brano tratto dal nuovo lavoro, “My Cosmos is Mine”, che assesta immediatamente un pugno nello stomaco dei presenti.

Il secondo pezzo è di riscaldamento, “Wagging Tongue”, sempre edito nel 2023. Il primo boato giunge con uno dei classici, “Walking in My Shoes” del 1993. “Good evening Bologna”, il frontman Dave Gahan si scioglie e parte un altro brano in cui l’adrenalina scorre veloce in tutto il corpo, “It’s No Good”.

Intermezzo con un brano quiet ma emozionante come “Sister of Night” (1997) e via con la scarica elettro-rock di “In Your Room”. Dal 1983, riarrangiato, arriva “Everything Counts” ed è il primo momento in cui il cantante Gahan attraversa la passerella in mezzo al pubblico e lo incita a cantare le strofe di uno dei singoli più conosciuti dei Depeche Mode.

“Precious” e “My Perfect Stranger”, tengono sulla corda i fan depechemodiani che subito dopo restano piacevolmente sorpresi dai due brani scelti, da cantare da solo sul palco, dal chitarrista e compositore Martin Gore.  Arriva, quindi, una doppietta che rimarrà nel cuore: “Home” –  che non aveva proposto in precedenza a Roma e Milano, uno dei pezzi più belli dell’intera discografia e qui tutto lo stadio torna a cantare –  e l’inedita, per questo tour, “But Not Tonight” (lato B del singolo Stripped, datato 1986, uscito però come lato A, solo negli Stati Uniti) che crea un’atmosfera unica, con il “Dall’Ara” illuminato dai flash degli smartphone.

 

 

Rientra Gahan sul palco e parte “Ghost Again”, singolo apripista del nuovo album, diventato già un cavallo di battaglia. Seguono “A Pain that I’m Used to”, “I Feel You” e soprattutto “World in My Eyes”, la canzone omaggio alla memoria di Andy Fletcher (era la sua preferita), il terzo membro storico della band, scomparso nel maggio del 2022. In quel preciso istante, coincidenza quasi mistica, si alza un refolo di vento che accarezza i volti madidi di sudore e anche di lacrime, dei fan. E per qualche secondo, Gahan, si siede ad ascoltare il pubblico ed a riposarsi.

 

Il meglio deve ancora venire. “Wrong”, “Stripped” e “John The Revelator” detonano con i loro bassi sintetici all’interno dello stadio “Dall’Ara” (acustica migliore dell’Olimpico e di San Siro, dicono gli esperti) e precedono l’attesissima e danzereccia “Enjoy The Silence”, che conoscono anche i fan occasionali.

Gahan e Gore, supportati dal tastierista Gordeno e dal batterista Eigner, salutano e poi ritornano con un poker di bis. Prima emozionano il pubblico (“Waiting for The Night”), con Gahan e Gore che cantano accorati sulla passarella davanti ai fan e poi si abbracciano. Il resto del lotto, invece, lascia sfogare in danze e cori da stadio (il ritornello viene usato da molte tifoserie calcistiche in Europa) “Just Can’t Get Enough” (datata 1981), coreografie coinvolgenti (l’ormai classico campo di grano di “Never Let Me Down Again, ottantamila braccia in aria a volteggiare a destra e sinistra), e l’urlo di battaglia “Reach out and Touch Faith”, di Personal Jesus, il brano che chiude il rito.

“See you next time”, urla il front man Gahan al pubblico estasiato e festante. Ed infatti nel 2024 i Depeche Mode saranno in Italia nei palazzetti (due date a Milano e una a Torino) per un’altra celebrazione della vita più che della morte…

Nota a margine: è ora che finisca questa “mafia” delle bevande in vendita esclusiva all’interno degli stadi per i concerti: 8 euro una birra, 5 euro una coca cola, 2 euro una bottiglietta d’acqua, vendute senza emissione di ricevuta fiscale dai “bibitari” da stadio. E poi togliere, all’ingresso, i tappi alle bottiglie ok, va bene. Non fare entrare bottiglie di acqua superiori al mezzo litro con temperature che superano i 38 gradi, è da tortura.

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