Dopo l’ennesima estate silenziosa sui problemi più importanti e scottanti, caratteristica tutta tarantina e italiana, è tornata in auge la vertenza ex Ilva come ogni settembre che si rispetti. Purtroppo però, come accade ormai da tempo immemore, in tutti questi anni su questa vicenda gli attori principali hanno sempre omesso di dire la verità, o almeno gran parte di essa. E’ mancata quella serierà, quella competenza, quell’onestà intellettuale che ad una classe dirigente non dovrebbe mai mancare. Specie poi se si affrontano tematiche delicate che riguardano il futuro industriale, ambientale e occupazionale di una nazione come l’Italia. Concetti questi, che abbiamo rimarcato in decine, centinaia di articoli negli ultimi mesi e anni, predicando come sempre nel deserto. Ma visto l’ennesimo anno turbolento che ci attende, proveremo ancora una volta a fare il punto della situazione prima che si scateni, a partire da mercoledì, l’ennesima ridda di voci e di sproloqui su questa vicenda.
Una crisi finanziaria che viene da lontano
A riaccendere gli animi e a destare dal torpore i nostri prodi, è stata una frase dell’attuale presidenza di Acciaierie d’Italia e DRI d’Italia Franco Bernabè (all’interno di un’intervista rilasciata alla Gazzetta del Mezzogiorno la scorsa settimana), che ha chiesto ancora una
volta al governo massima attenzione e celerità nell’affrontare e risolvere una vertenza che si trascina da anni e che rischia a breve di trasformarsi nel più grande dramma sociale e ambientale che questo Paese ricordi. Il problema però, giusto per usare un eufemismo, è che quello che ha affermato Bernabé pochi giorni fa in maniera concisa ma efficace, è un concetto che lo storico dirigente insieme all’amministratore delegato di AdI Lucia Morselli ripete oramai da almeno 2-3 anni a questa parte. Dunque non è affatto una novità o un qualcosa su cui stracciarsi le vesti.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/05/23/bernabe-al-governo-risolvere-governance-adi2/)
E qui siamo costretti, ancora una volta, a chiarire in maniera semplice semplice l’attuale situazione economica della società. Che da un punto di vista finanziario ha un totale e costante fabbisogno di liquidità che da sola non può garantirsi, in quanto non ha accesso al tradizionale mercato del credito, che sia il mercato finanziario o il sistema bancario, non essendo in grado di finanziare il circolante e che si autofinanzia con il giro di cassa autonomo con cui sino ad ora ha provato a reggersi economicamente. Situazione degenerata poi dal marzo 2021, quando avvenne il deconsolidamento di ArcelorMittal Italia dalla società madre che generò il mancato finanziamento del circolante e l’impossibilità di accesso al credito bancario, a causa di ciò che accadde nei due anni precedenti. Motivo per il quale da quel momento l’ad Morselli ha inevitabilmente avviato una lunga e costante politica di tagli sui costi, dilazionando i fornitori e producendo a singhiozzo (e quindi finendo per perdere clienti e commesse), oltre a far ricorso ad una costante e pesante cassa integrazione.
E’ un concetto banalissimo oltre che arcinoto, ma che in molti fingono di non conoscere. Perché le motivazioni che soggiacciono a questa drammatica situazione economica, hanno come principale responsabile lo Stato stesso, ovvero la politica, come ripetiamo invano da anni. Ecco perché Bernabè (che da solo possiede una conoscenza delle cose di gran lunga superiore di tutti i politici messi insieme e purtroppo anche della stragrande maggioranza dei sindacalisti) si rivolge al governo e non ad altri soggetti, come ad esempio il socio privato ArcelorMittal Italia o chissà a chi altri. Perché chi ha contribuito a spingere verso il baratro il più grande siderurgico d’Europa è stata la politica, con una serie di alleati nemmeno troppo nascosti come vedremo a breve.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/11/16/ex-ilva-tutta-una-questione-di-soldi3/)
Il clamoroso autogol del 2019 e il pasticciaccio degli accordi parasociali
Basti semplicemente ricordare che per evitare l’immediata caduta del governo Conte II (minacciato da 17 senatori del Movimento 5 Stelle guidati dalla ‘rivoluzionaria’ Barbara Lezzi), nell’autunno del 2019 l’esecutivo costituito da tutti i partiti principali dell’arco parlamentare (Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana, Forza Italia, Lega) tranne Fratelli d’Italia, approvarono nel decreto Crescita un emendamento che faceva decadere l’esimente penale prevista dal decreto legge 191 del 2015, quello con il quale il governo guidato allora dall’ex premier Matteo Renzi stabiliva le regole per cedere gli asset industriali del gruppo Ilva. Dopo mesi di avvertimenti, a fronte dell’azione dell’esecutivo ArcelorMittal avviò la procedura di recesso dal contratto di fitto siglato il 6 settembre 2018 con l’ex ministro allo Sviluppo economico Luigi Di Maio. Questo perché, come riportammo all’epoca (non solo noi ma anche importanti quotidiani come il Sole24Ore), nell’addendum all’accodo siglato il 14 settembre 2018 era espressamente previsto che l’affittuario avrebbe avuto il diritto di recedere dal contratto qualora fosse stato cambiato, in toto o in parte, ciò che era previsto nel decreto del 2015. Che tra le varie norme prevedeva anche l’esimente penale per i gestori degli impianti del siderurgico posti sotto sequestro giudiziario (dai commissari straordinari agli affittuari e sino ai nuovi proprietari), sino alla scadenza del piano ambientale prevista al 23 agosto 2023 (come ribadito tra l’altro in ben due circostanze dall’Avvocatura di Stato). Così, per evitare di uscire con le ossa rotte dalla ‘causa del secolo’ che l’ex premier Conte e l’ex ministro Patuanelli volevano intentare contro la multinazionale guidata dai Mittal, l’unica alternativa fu l’ingresso dello Stato (tramite la società Invitalia) nel capitale sociale della società veicolo AM InvestCo Italy (con cui
ArcelorMittal aveva vinto la gara internazionale del 2017) dando vita ad Acciaierie d’Italia (eravamo nel 2020). Intesa che prevedeva tutta una serie di accordi parasociali, come abbiamo scoperto e riportato nel tempo, completamente a favore del socio privato. E con la promessa, ancora oggi non mantenuta da parte dello Stato, di una serie di interventi economici a sostegno della società per un importo vicino ai 2 miliardi di euro (attraverso garanzie SACE).
E si badi bene: che l’investitore privato abbia utilizzato come scusa o come pretesto l’approvazione del dl Crescita del 2019 (in quanto il panorama del mercato dell’acciaio era cambiato in negativo rispetto al 2017) per scrollarsi di dosso un fardello come l’ex Ilva, conta fino ad un certo punto: resta, incontrovertibile, il fatto storico di quella scelta politica in conseguenza della quale tutto è iniziato a precipitare.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/05/31/dissequestro-ex-ilva-no-della-corte-dassise2/)
Del resto, altro concetto banalissimo, come potrebbe mai essere diversa oggi la situazione economica di Acciaierie d’Italia, che è un’azienda che opera su impianti sotto sequestro di cui è stata chiesta finanche la confisca? Chi mai continuerebbe a far credito ad una società che di fatto non possiede alcun asset industriale (visto che la proprietà degli stessi appartiene ancora alla società privata Ilva spa guidata dai tre commissari straordinari)? Perché è qui, anche se tutti hanno timore ad affermarlo (tranne guarda caso proprio Bernabè e la Morselli), in questo preciso punto il vulnus di tutta la vicenda. Fino a quando non cadrà il sequestro degli impianti dell’area a caldo e non sarà scongiurata la confisca, non ci sarà investitore privato (italiano o straniero che sia) che potrà operare in qualsivoglia direzione nella gestione del siderurgico. Dissequestro, lo ricordiamo, che la Procura di Taranto e la Corte d’Assise (a distanza di un anno dalla sentenza di primo grado del processo ‘Ambiente Svenduto’ sul presunto disastro ambientale provato dall’ex Ilva sotto la gestione Riva sino al 2012) hanno già rigettato una prima volta, con delle motivazioni che lasciano molto da pensare. Perché se formalmente la decisione aveva un senso visto che il Piano Ambientale non era stato ancora attuato (con cinque prescrizioni che hanno ottenuto la proroga dal ministero dell’Ambiente visto che lo stesso è scaduto lo scorso 23 agosto), lascia interdetti il passaggio in cui si afferma che neanche l’attuazione di tutte le prescrizioni previste dal piano avrebbe potuto portare al dissequestro.
Perché quel Piano Ambientale è stato voluto proprio per eliminare le criticità che ha portato al sequestro del 2012. Perché per attuarlo sono stati spesi 2 miliardi di euro. Dunque dovrebbero essere gli organi e gli enti preposti al controllo, a partire dall’ISPRA e con l’ausilio imprescindibile di ARPA Puglia e ASL Taranto, a mettere nero su bianco se il danno ambientale e il rischio sanitario sono scongiurati o meno (con il ministero della Salute che su questo argomento è latitante da mesi e mesi). E perché se quel Piano non dovesse esser servito (cosa di cui dubitiamo fortemente almeno in parte) le colpe sempre dello Stato sono che quel Piano ha predisposto negli anni, non certo di un’azienda privata che è arrivata dopo insieme a tutto il suo management.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/10/28/registro-tumori-incidenza-in-lieva-calo2/)
Difficilmente basterà l’ultimo decreto per aggirare sequestro e confisca
Basterebbero questi semplici passaggi per comprendere come in questa situazione nessun privato, né lo Stato, né entrambi i soggetti insieme quand’anche dovesse cambiare il socio privato, potranno attuare un piano industriale degno di questo nome. Né può di certo
bastare l’ultimo decreto approvato dal governo Meloni quest’estate (il dl Infrazioni), all’interno del quale è previsto che anche in presenza di sequestro e confisca si possa continuare nella gestione dell’attività degli impianti, e finanche avviare e portare a termine la loro cessione ovvero la vendita degli stessi. E che come garanzia per eventuali danni ambientali e non ci saranno le somme versate per l’acquisto degli asset. Ma tutti sappiamo fin troppo bene che qualora ciò avvenisse, sarebbe quasi scontato un ricorso della Procura di Taranto alla Corte Costituzionale per chiedere la legittimità di un siffatto decreto come già avvenuto in passato.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/07/26/ex-ilva-dieci-anni-trascorsi-invano/)
Siamo quindi obiettivi: chi mai gestirebbe investendo ingenti risorse proprie o acquisterebbe un’azienda in queste condizioni e senza garanzie? Nessuno al mondo. Ecco perché anche le proteste e le critiche che da anni portano avanti i sindacati e una certa area politica contro l’attuale amministratore delegato Lucia Morselli, più per questioni di gestione dei rapporti che per altro, paiono anch’esse riduttive e limitanti rispetto all’azione che i sindacati dovrebbero avere in tutta questa storia. Perché anche se cambierà l’ad, la situazione economica dell’azienda tale resterà. Nè ci pare sensato auspicare e chiedere un nuovo fallimento pilotato per Acciaierie d’Italia (così come avvenne per Ilva spa) per poi bandire una nuova gara di vendita. Sia perché questo aprirebbe le porte ad un sicuro contenzioso con ArcelorMittal, sia perché i problemi di cui sopra di certo non scomparirebbero dall’oggi al domani. Anche per questo il closing finale dell’accordo del 2020, che prevede il passaggio della maggioranza delle quote del capitale sociale della società ad Invitalia è stato rinviato al maggio 2024, con la possibilità di essere rinviato ancora nel tempo.
Una soluzione realistica potrebbe essere solo quella di arrivare ad un nuovo accordo tra lo Stato e l’investitore privato. Su quali basi economiche però sarà tutto da vedere.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/07/18/ex-ilva-si-chiude-infrazione-con-ue-1/)
L’impossibile (per ora) transizione produttiva verso il ciclo ibrido
E’ chiaro dunque che venendo a mancare le fondamenta economico-finanziarie per l’azienda, tutto il resto passa in secondo piano pur avendo un’importanza primaria. E ci riferiamo, ovviamente, alla parte ambientale e sanitaria di tutta questa vicenda. Perché è chiaro che stante così le cose, la profonda trasformazione dell’attuale ciclo integrale (ampiamente sciorinata dalle slide dei piani industriali presentati tra il 2020 e il 2021) non potrà mai avvenire compiutamente.
A riprova di ciò, la scelta del governo Meloni (appoggiata e suggerita dal ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin) di stralciare dal PNRR il miliardo di euro previsto per l’obiettivo che prevede l’utilizzo dell’idrogeno in settori hard-to-abate (Investimento M2C2 I.3.2). Ai sensi dell’art. 24 del decreto-Legge 23.9.2022, n. 144, erano infatti previste risorse per un miliardo destinate a DRI Italia SpA, il soggetto attuatore degli interventi per la realizzazione dell’impianto per la produzione del preridotto (Direct Reduced Iron). Nella relazione del ministro per l’attuazione del PNRR Raffaele Fitto si legge che “si tratta di un parziale definanziamento. Pur confermando l’ambizione della misura e le sue prospettive, in considerazione della complessità del progetto DRI Italia SpA sotto il profilo industriale e sotto il profilo normativo ed amministrativo si ritiene che lo stesso non sia compatibile con le tempistiche del Piano. Nell’assicurare, comunque, il finanziamento dello stesso a valere su altre fonti di finanziamento nazionale – non specificate – si propone di modificare l’impatto finanziario con la riduzione di 1 miliardo di euro di contributo totale”.
(leggi tutti gli articoli sul piano ambientale https://www.corriereditaranto.it/?s=piano+ambientale&submit=Go)
Ora. Stante la promessa da parte dell’esecutivo di utilizzare il miliardo in ballo attingendo dai Fondi Sviluppo e Coesione nazionali, la situazione è la seguente. Il progetto prevede l’installazione di due forni di riduzione per la produzione di preridotto. Il primo impianto s’intende costruirlo all’esterno del siderurgico (in area ZES) e servirà le acciaierie del Nord che producono acciaio con il forno elettrico. Il secondo impianto invece, dovrebbe sorgere all’interno dell’ex Ilva in quella che è l’area a caldo (quindi sotto sequestro). Costo dell’operazione previsto, tre anni fa, intorno ai 900-950 milioni di euro. DRI d’Italia (società controllata interamente dallo Stato attraverso Invitalia) è nata essenzialmente per questo. Solo che, ancora una volta, qualcosa non ha funzionato. Non solo e non soltanto perché
Franco Bernabè si è ritrovato ad essere presidente di entrambe le società (Acciaierie d’Italia e DRI d’Italia) dando vita ad un inevitabile confitto d’interessi, ma soprattutto perché il preridotto dovrà andare ad alimentare il o i due forni elettrici che deve invece realizzare all’interno del siderurgico Acciaierie d’Italia che è di fatto controllata al 62% dal privato, ovvero ArcelorMittal Italia. E quindi è venuto a galla l’inevitabile cortocircuito tra chi è titolato a gestire gli impianti che produrranno preridotto, su quali aree farli sorgere (con tanto di interventi di caratterizzazione e messa in sicurezza se sarà necessario), e via discorrendo. Polemica che quest’estate abbiamo seguito con tanto di pubblicazione di lettere ufficiali tra le parti.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/05/29/acciaierie-ditalia-dri-ditalia-scontro-totale4/)
Tornando però alla stretta attualità, pur andando avanti con il progetto (Paul Whurt e Midrex sono state scelte dalla società Dri d’Italia come offerente preferito per la tecnologia prevista per la costruzione degli impianti), nessuno ha il coraggio di dire che attualmente la decarbonizzazione non conviene. Perché i due impianti per la produzione di preridotto è previsto siano alimentati a gas (mentre nel progetto inserito all’interno del PNRR era prevista un’alimentazione ad idrogeno verde), che ha attualmente dei costi insostenibili (come dimostrano le grandi difficoltà che Acciaierie d’Italia ha avuto nell’ultimo anno nel pagare i fornitori Eni e Snam come abbiamo ampiamente documentato). Non solo. Perché qualora vengano realizzati due forni elettrici (EAF) che nelle previsioni dell’ultimo piano industriale era previsto producessero 2,6 milioni di tonnellate annue di acciaio, per alimentarli servirebbe una quantità enorme di energia elettrica che supererebbe quella oggi prodotta dalle centrali termoelettriche presenti nel siderurgico, che attraverso il recupero dei gas daltoforno alimentano energicamente l’area a caldo. E dove mai si troverebbero le risorse economiche per tutto questo? O meglio, dove sono queste risorse? Perché anche se si utilizzasse il miliardo per costruire i due impianti per la produzione di preridotto, dove verrebbero reperite le risorse per costruire il o i due forni elettrici? Chi garantirebbe, nero su bianco, che l’ex Ilva avrebbe un prezzo di mercato calmierato e al ribasso rispetto all’attuale per quanto attiene il gas e l’energia elettrica? Tutti coloro i quali da anni si riempiono la bocca con la parola ‘decarbonizzazione’, perché non hanno mai affrontato queste tematiche che stanno alla base di qualsivoglia ragionamento economico e industriale?
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/03/01/ex-ilva-il-futuro-non-e-adesso/)
Tra l’altro, vorremmo sommessamente ricordare che tutti i piani industriali sino ad oggi conosciuti (che siano quelli di ArcelorMittal, di Acciaierie d’Italia e dei vari governi di questi ultimi anni), poggiavano su un assunto imprescindibile: il revamping e la ripartenza dell’altoforno 5, il più grande d’Europa, che costerebbe svariate centinaia di milioni di euro (le cifre stimate in questi anni andavano dai 250 ai 450 milioni di euro). Anche questo è un dato di fatto incontrovertibile, che sanno molto bene i sindacati (che da anni infatti ne attendono e sollecitano la ripartenza) e i politici di tutti i partiti, alcuni dei quali fanno finta d’indignarsi perché nel riesame AIA l’azienda ha previsto il rifacimento di Afo 5, quando in realtà è un’operazione da sempre basilare per il futuro del siderurgico (oltre che presente nei piani industriali presentati dal governo di cui loro stessi ne facevano parte), visto che da solo è in grado di produrre il 40-45% di ghisa pari a 3,4 milioni di tonnellate. Anche perché, altro dato di fatto inoppugnabile, l’acciaio di qualità, ancora oggi, viene fuori dal ciclo integrale e non dai forni elettrici.
Dunque, l’attuazione di un piano industriale a ciclo ibrido comporterebbe la dismissione finale di due altoforni (l’1 e il 4 presumibilmente e dati oramai a fine campagna), di diverse batterie di cokefazione (che ad oggi causa scarsa manutenzione ed operazioni complicate comportano i picchi di benzene su cui ARPA ed Asl hanno acceso da tempo i riflettori), di una linea dell’agglomerato (anche se potrebbero restare in funzione le due attuali a fasi alterne) e di un’acciaieria (presumibilmente la 1). Inoltre, sempre secondo le stime degli ultimi piani industriali, con 8 milioni di tonnellate d’acciaio prodotte (obiettivo che ad oggi appare irraggiungibile e che vedrebbe il contributo di un altro altoforno), tornerebbero a marciare il Treno Nastri 1, il Treno Nastri 2, il Treno Lamiere (dell’area laminazione a caldo), i Tubifici e il LAF (laminazione a freddo) e ci sarebbe acciaio sufficiente per far lavorare a regime gli impianti di Genova, Novi Ligure e Racconigi. Secondo le previsioni elaborate anche da Bernabè ciò dovrebbe avvenire nell’arco di dieci anni, tempistica da calcolare dal momento
in cui tutte queste operazioni partiranno realmente.
(leggi l’articolo sul piano industriale 2020-2024 di ArcelorMittal https://www.corriereditaranto.it/2019/12/04/2ex-ilva-il-nuovo-piano-industriale-di-arcelormittal/)
Tutto questo, si badi bene, dovrebbe sempre avvenire operando su impianti su cui pende un sequestro e una confisca. Solo che nessuno ha il coraggio di affermarlo pubblicamente, anche perché temono di ledere l’indipendenza e l’autorità della magistratura (ma perché mai poi?). E soprattutto perché affermare tutto questo farebbe venir meno la retorica tutta populistica e demagogica recitata da anni sulla difesa dei diritti dei cittadini di Taranto e dei malati e dei morti di tumore, quando oramai il danno è stato ampiamente fatto in passato, quando tutti questi signori o erano completamente disinteressati a tali vicende oppure erano dalla parte del privato. Anche in questo caso dunque, la politica mente sapendo di mentire. E ci fermiamo qui, perché quanto scritto sopra dimostra in maniera incontrovertibile che tutto ciò che è stato detto e fatto negli ultimi anni, porta nella direzione opposta a ciò che affermano senza alcuna vergogna.
Non abbiamo volutamente citato la prospettiva legata all’utilizzo nella siderurgia dell’idrogeno verde, perché chissà tra quanti anni potrà mai vedere la luce (oggi le acciaierie producono idrogeno, così come le raffinerie, ma in maniera molto limitata e si tratta di idrogeno grigi e non verde). Il tema della decarbonizzazione dell’acciaio è fondamentale, a cui l’Italia deve dedicare una strategia importante non solo all’ex Ilva ma anche alle acciaierie da forno elettrico, perché in prospettiva l’aggiornamento di rottame e di DRI rappresenteranno un problema. E non può essere trattato come se fossimo al bar dello sport.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/12/27/ex-ilva-ecco-il-piano-industriale-del-governo-per-arcelormittal4/)
Il futuro dei lavoratori e di un territorio intero ad un passo dal disastro
Stante così le cose, è fin troppo evidente che il punto di non ritorno di questa infinita vicenda è molto più vicino di quanto non si pensasse. Del resto, per anni, si è pensato a giocare invece di agire con competenza e serietà. Si è pensato ad esasperare gli animi il più possibile, a rinviare ogni tipo di decisione con interventi tampone senza alcuna lungimiranza. Si è messa nel cassetto qualsiasi ipotesi di politica industriale, preferendo quella delle piazze, delle urla, degli insulti, dei ricorsi al Tar, al Consiglio di Stato, all’Avvocatura di Stato, all’ANAC, cambiando anche le leggi pur di avere un ritorno d’immagine al pari di quando da bambini c’era quello che portava il pallone che tutto voleva decidere (dal Comune alla Regione passando per svariati governi). Si è preferito stare a guardare, buttarla in caciara, difendere ognuno il proprio piccolo orticello e tornaconto personale, nessuno escluso: politica, sindacati, mass media e società civile. Le responsabilità sono e saranno di tutti, che sia ben chiaro.
Così come doveva esser chiaro a tutti che prima o poi tutto questo ciarlare sarebbe terminato. Che la realtà e la storia avrebbero presentato il conto (salatissimo). Dunque, al di là qualsivoglia futuro accordo tra lo Stato e il privato (ammesso e non concesso che venga trovato e a quali condizioni), ciò che più conta o dovrebbe contare adesso, è il mettere a sicuro il futuro di migliaia di lavoratori e quindi di famiglie e quindi di un territorio intero. Perché è fin troppo facile parlare di transizione ecologica, di decarbonizzazione, di Fondo per la Transizione Giusta, di Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, di idrogeno verde, di bonifiche e di Accordo di Programma quando non è la propria vita ad essere in ballo. Ed anche in questo caso i numeri non mentono.
Sulle 10.700 unità concordate con l’accordo del 6 settembre 2018, 10.628 sono state quelle assunte in Acciaierie d’Italia (prima ArcelorMittal Italia) dal bacino dell’amministrazione straordinaria di Ilva. Su 2.586 che erano stati complessivamente collocati nell’amministrazione straordinaria, a Taranto hanno accettato l’esodo in 1.100 (nel 2018 lasciarono in 728 e nel 2019 furono 477) mentre 1.447 sono rimasti a Ilva in AS a Taranto (213 a Genova dove i lavoratori svolgono volontariamente lavori di pubblica utilità così come previsto dall’Accordo di Programma) e attualmente sono in cassa integrazione. Alla data del 1 aprile 2023 sono stati effettuati 1396 esodi (con una spesa complessiva di circa 133 milioni). Dopo che finalme
nte è caduto l’ultimo velo ipocrita sul futuro dei lavoratori in cig in Ilva in AS, che gli accordi del 4 marzo 2020 tra azienda e il governo Conte II (svelati poco tempo dopo dall’ad Lucia Morselli) prevedono non saranno riassunti come lavoratori diretti (come invece previsto dall’accordo del 2018), è oramai cosa nota che il siderurgico non potrà più occupare per chissà ancora quanti anni ancora le attuali unità. Del resto, già nella prima proposta di piano industriale avanzata nel 2017, ArcelorMittal prevedeva esuberi per 4mila unità. Così come è cosa nota che nel siderurgico, ancora oggi, vi siano attualmente 3mila lavoratori in esubero (da intendere come non utilizzabili nelle varie mansioni svolte nel siderurgico), che sono gli stessi per cui anche quest’anno è stata rinnovata la cassa integrazione straordinaria.
Fossimo dunque nel governo, nei sindacati, nei commissari straordinari di Ilva in AS e nell’azienda, parallelamente alle trattative in corso per capire in che modo uscire dalle sabbie mobili in cui si trovano attualmente, ci siederemmo attorno ad un tavolo per capire quali strumenti normativi utilizzare per evitare una dramma sociale di dimensioni abnormi. I sindacati hanno già avanzato la proposta di utilizzare le risorse residue previste per l’incentivo all’esodo, 133 milioni di euro sui 250 milioni stanziati, per riformulare un nuovo piano di incentivi all’esodo su base volontaria. Questo per quanto riguarda i lavoratori di Ilva in AS. Ma da tempo si sta facendo strada l’ipotesi di ipotizzare una via d’uscita simile anche per i lavoratori diretti di Acciaierie d’Italia. E non è affatto un mistero che qualora ciò dovesse avvenire, magari offrendo ai singoli lavoratori una cifra importante (ad esempio sui 120-130mila euro netti o comunque non meno di 100mila euro) in molti potrebbero accettare ed uscire definitivamente dalla grande fabbrica. Cifre certe non ce ne sono, ma da mesi si parla di un range che va dai mille ai duemila operai che sarebbero disposti ben volentieri a valutare tale ipotesi. In particolar modo chi è vicino alla pensione o chi potrebbe agevolmente intraprendere (o proseguire, visto che anche questo è il segreto di Pulcinella) una nuova attività lavorativa in proprio. Senza tralasciare la possibilità di un intervento normativo sulla legge sui lavoratori esposti all’amianto: un ampliamento della platea anche in questo caso agevolerebbe non poco l’uscita di molte unità dal siderurgico.
E’ chiaro però che, come ribadito già in diversi tavoli, un eventuale nuovo accordo sindacale dovrà obbligatoriamente vedere impegnate tutte le parti in causa (che non potrà che collocarsi all’interno del più ampio perimetro dei rapporti contrattuali con ADI), ovvero quelle che firmarono l’accordo del settembre 2018. Che è a tutti gli effetti ancora valido, non essendo mai stato disdetto, né essendo mai intervenuto un accordo sindacale modificativo; peraltro, l’accordo del 2018 continua ad esplicare i suoi effetti in ordine all’attivazione della CIGS, alle assunzioni da parte di ADI (per quei lavoratori che negli anni hanno vinto cause al tribunale del Lavoro per la mancata assunzione nel 2018) ed alla campagna di esodi incentivati prevista dall’accordo del 2018 che si concluderà il 31 dicembre 2023. Una strada sicuramente percorribile se ci sarà la volontà di tutti gli attori in campo. Una soluzione molto più concreta per risolvere una crisi occupazionale che riguarda migliaia di famiglie e che rischia di durare ancora troppi anni. Senza contare e dimenticare poi, tutte le aziende dell’indotto e dell’appalto, che da anni soffrono gli inevitabili ritardi nel pagamento delle fatture, dove gravitano almeno altri 5mila lavoratori con ancor meno tutele dei loro colleghi.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/04/28/ex-ilva-ci-sara-lesodo-dei-lavoratori/)
E’ questa e non un’altra la reale situazione del siderurgico di Taranto. Il cui tempo di sopravvivenza, questa volta, è davvero prossimo alla scadenza. Bisogna agire in fretta e con cognizione di causa, al di fuori dalla demagogia e dall’ideologia fine a se stessa, perché i tempi dell’industria non sono quelli della politica. Altro concetto banale, che in molti in questi anni hanno volutamente ignorato per arrivare alla situazione attuale. Nei giorni scorsi il sindaco di Taranto e presidente della Provincia Rinaldo Melucci, ha dichiarato in relazione alle possibilità economiche di questo territorio che “oltre alla siderurgia c’è vita”. Assolutamente vero oltre che giusto. Ma la domanda che andrebbe posta è un’altra: siamo sicuri che senza siderurgia ci sarebbe altrettanta vita economica per questo territorio? Guardandoci attorno, ancora oggi nel 2023, la risposta non potrà che essere negativa. E’ su questo, e non su altro, che si sarebbero dovuti concentrare gli sforzi della politica e della classe dirigente negli ultimi 20 anni almeno. Ma così non è stato e ancora domani non sarà.
(leggi tutti gli articoli sull’ex Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)
Per evitare lo scatafascio negli anni è stato generato un bubbone altrettanto grande che piuttosto che ripercuotersi sui soli lavoratori si è ripercosso tanto su questi ultimi quanto sulla parte di città che con l’ilva non ha nulla a che fare, oltre che su chi lavora in settori che l’ilva ha distrutto (agricoltura, pesca, turismo ecc.). E dobbiamo anche ringraziare che le varie possibilità di rilancio, per il modo in cui sono state elaborate negli anni, non si siano concretizzate. Ecco che in questo quadro desolante, che voi conoscete e descrivete meglio di qualsiasi altra testata locale e non, questo countdown – per quanto pericoloso e incredibile – pare essere ormai auspicabile. Quantomeno il prossimo scatafascio sarà l’ultimo dazio da pagare.
lo stato (noi) paghiamo la cassa integrazione a 10 mila uomini che nn fanno nulla…..continuiamo a pagarli per i prox 30 anni ma che si adoperino a bonificare un’ area oramai diventata “inferno”…Taranto è una città sacrificabile lo abbiamo capito, ma tra pochissimo non ci sarà più nessuno da sacrificare ma solo da ….suffragare…amen
Sono d’accordo dal 2012 ad oggi si è trattato di accanimento terapeutico, in 11 anni trascorsi si poteva voltare pagina in modalità graduale.
Invece i lavoratori sono ostaggi inconsapevoli di un disastro annunciato.
Liberiamo le forze e le energie per una bonifica e riconversione da industria pesante, a meno che non ci vengono a dire che Ilva e strategico per la Nazione , ma per quanto letto nell’ articolo si dimostra che è strategico ai politici soltanto.
2012 sequestro 2023 disastro
11 anni
In Italia non esiste una classe dirigente o una politica industriale capace di risollevare le sorti di una nazione.Taranto emblema di una industrializzazione di altro secolo ormai vetusto e non compatibile con i tempi che corrono risulta in agonia: praticamente si tratta di staccare la spina. Il problema a livello nazionale si è preferito scaricarlo a Mittal che aveva solo interesse alla clientela del siderurgico per rafforzare la sua leadership in Europa tutto il resto rappresenta mero parassitismo che sopravviverà sino all’ ultimo respiro. A livello locale potrebbe esserci altra vita ma se il tessuto politico ed industriale avesse sbattuto sui tavoli che contano un piano di reindustrializzazione e riconversione nei momenti opportuni, però siamo alle solite , ormai siamo in un paese in grado di occuparsi a stento di terziario ( al Nord ) e di pattumiera industriale ( al Sud) del resto lo stesso tessuto sociale locale lamenta solo che il sindaco non gestisce bene le nettezze urbane.
È da chiudere e gettare le chiavi e basta, questo mostro mangia miliardi deve morire. Si risolleverà l’economia italiana, ci è costato tantissimo per continuare a produrre altri debiti, altre morti, altro inquinamento, altre ruberie. Non c’è da spendere più neanche un centesimo nemmeno per bonificare l’area. Chiudere e basta.
Tutti quei camionisti che stanno aspettando lo stipendio da natale scorso con tanti sacrifici abbandonati sulle strade con la speranza di vedere il loro guadagno .
Buonasera Sig. Leone e Sig.ri lettori
Oggi 30-09-2023 sono passati 11 anni 2 mesi e 5 giorni dal provvedimento del Tribunale di Taranto di sequestro dell’area a caldo dell’ILVA di Taranto (ora ADI Spa).
A quando vedremo il dissequestro o la confisca definitiva dell’area a caldo?
E’ possibile che un provvedimento giudiziario non abbia scadenza e possa distruggere il patrimonio industriale dell’Italia?
In tutto questo tempo ci siamo solo presi in giro, perché nessun governo ha provato a risolvere il vero grande problema che vive l’ex ILVA di Taranto.
E’ il problema dell’ingerenza della Magistratura nelle attività economiche strategiche.
E’ necessario emettere un provvedimento legislativo scritto bene, quindi inattaccabile dagli organi giudiziari, che tuteli, una volta e per tutte, le attività economiche strategiche. Non l’ennesima norma da “Dott. Azzeccagarbugli”.
Naturalmente nel pieno rispetto dei Piani Ambientali e nei limiti previsti dalle norme sulle emissioni nocive.
Le norme scritte bene permetteranno finalmente di trovare un partner privato realmente interessato al rilancio dei siti produttivi, la ricostruzione dell’area a caldo della ex ILVA di Taranto, l’aumento della produzione di acciaio primario, il rientro al lavoro degli operai in cassa e un rapporto non conflittuale fra Ex ILVA e ditte dell’indotto.
Ma il Governo Meloni, come i precedenti, continua a legiferare con i piedi. E i ministri si danno la zappa sui piedi da soli.
E’ necessario oggi avere grande coraggio e rompere il dominio giudiziario.
E il coraggio, come diceva il Manzoni, o lo hai o non lo hai.
Cari On.li Meloni, Fitto, Urso e compagnia assortita avete il coraggio di risolvere questo problema?
Avete solo tre mesi per affrontare e risolvere questo dilemma, poi non ci sarà più niente da fare e l’ex ILVA di Taranto morirà per mancanza di ossigeno e chiuderà.
Ci sarà un nuovo fallimento a nove anni dal precedente e questa volta si chiude e basta, con gran giubilo degli anarco-ambientalisti.
Saluti
Giulio Vecchione