In attesa di conoscere le eventuali novità che arriveranno dall’incontro odierno a Palazzo Chigi sulla vertenza ex Ilva, e di conoscere quanto emergerà dal Consiglio di Amministrazione di Acciaierie d’Italia holding e dall’Assemblea (in programma il 15 e il 23 novembre), in un articolo pubblicato sul proprio profilo LinkedIn, l’amministratore delegato di DRI d’Italia Stefano Cao ricorda come il progetto di costruzione dell’impianto di produzione di preridotto a Taranto (due moduli da 2-2,5 milioni di tonnellate di capacità produttiva ciascuno) non sia destinato solo al processo di decarbonizzazione dell’ex Ilva, ma anche a quella dell’intero comparto siderurgico nazionale.

Ricordiamo anche ai lettori meno attenti, che il progetto in questione è stato motivo di recente scontro tra le società DRI d’Italia e Acciaierie d’Italia, oltre che tra i vari partiti dell’arco parlamentare dopo che il governo Meloni, dopo richiesta dei ministri Fitto e Pichetto Fratin, ha deciso di sganciare il progetto dai fondi del PNRR per un valore pari ad un miliardo di euro, sostenendo che l’intero iter non si sarebbe concluso entro il 2026. E per questo proponendo di finanziarlo attraverso altre linee di finanziamento (come i Fondi Coesione e Sviluppo e attingendo risorse dal RePowerEu ovvero la possibilità per i paesi europei di modificare i rispettivi Pnrr con l’aggiunta di un nuovo capitolo dedicato alle azioni da adottare in materia energetica).

Ciò detto, i nodi da sciogliere non sono pochi. Primo, come chiarito ancora una volta ultimamente dal presidente di DRI d’Italia e di Acciaierie d’Italia Holding Franco Bernabè, l’intervento finanziario per la realizzazione dei due impianti di preridotto (da alimentare attraverso il gas e con fonti rinnovabili, con un 10% di idrogeno verde), stando ai patti parasociali che furono stipulati nel marzo del 2020 tra il socio pubblico Invitalia e il socio privato ArcelorMittal, compete alla società controllata dal Ministero Economia e Finanze, quindi allo Stato. Il problema è che mentre la costruzione del primo impianto, destinato ad approvvigionare gli impianti siderurgici del nord Italia, è previsto all’interno dell’area ZES Ionica, il secondo che dovrebbe andare ad alimentare i forni elettrici andrà realizzato all’interno del siderurgico, perimetro nel quale però DRI d’Italia non ha alcuna competenza, né possiede la gestione delle aree interne. Che tra l’altro, è bene ricordarlo sempre, almeno per ciò che concerne l’area a caldo sono sottoposte a sequestro giudiziario e ad eventuale futura confisca. Il che ha generato un vero e proprio cortocircuito nei rapporti tra le due società (sulla gestione dell’impianto, sul reperimento delle materie prime, sulla capacità produttiva dello stesso in relazione al fabbisogno dei forni elettrici e altro ancora). Senza poi tralasciare l’altro aspetto fondamentale di tutta questa vicenda: il costo del gas e dell’energia con cui si dovrebbero andare ad alimentare i due impianti di preridotto e i due forni elettrici, che con i listini di oggi sarebbero del tutto impraticabili, specie poi per una società come Acciaierie d’Italia in perenne mancanza di liquidità.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/05/29/acciaierie-ditalia-dri-ditalia-scontro-totale4/)

Fatte queste doverose premesse, torniamo all’articolazione dell’ad di DRI d’Italia Stefano Cao, nel quale ci sono diversi passaggi interessanti che riguardano l’ex Ilva molto da vicino. In primis, Cao sottolinea che “a prescindere dall’eventuale superamento del ciclo integrale, il settore siderurgico è pesantemente investito dalla necessità di fronteggiare la transizione ecologica e di mostrare la sostenibilità della produzione per una serie di motivi di cui i principali sono: a) l’abbattimento delle emissioni in generale e, in particolare, la decarbonizzazione, ovvero la riduzione delle emissioni di CO2; b) il miglioramento della qualità del prodotto finale attraverso l’utilizzo di feed-stock diversi dal rottame per realizzare acciai più performanti e l’evoluzione energetica e digitale degli impianti di produzione”.

Rispetto al resto di Europa, l’Italia rappresenta un sistema siderurgico virtuoso: infatti, solo l’impianto di Acciaierie d’Italia a Taranto (ex ILVA) produce ancora completamente con il ciclo integrale nonostante gli impegni presi per la sostituzione, anche parziale, degli attuali altiforni con forni elettrici. Il restante 80% della produzione nazionale di acciaio è realizzato da forni elettrici con prevalenza di utilizzo di rottame nazionale e con il ricorso a una minima percentuale di preridotto e ghisa entrambi di importazione. L’Italia è anche un importatore netto di rottame. Ed è qui che trova posto il ragionamento sui forni elettrici: “Il processo produttivo di riduzione diretta costituisce un’alternativa a quello a ciclo integrale, ed è caratterizzato da emissioni di CO2 e altri inquinanti sensibilmente inferiori rispetto al processo tradizionale – afferma Cao -. In questo processo, il reattore è alimentato con pellets di una qualità solitamente superiore a quelli utilizzati negli altiforni, caratterizzate da un più elevato tenore di ossido di ferro e quindi una minore quantità di ganga. Il gas riducente utilizzato è una miscela di CO e H2, derivante dal gas metano e iniettata nel reattore che opera ad alta temperatura. Il prodotto risultante è il Ferro Preridotto (DRI), con un contenuto di ferro che oscilla tra il 90% e il 94% e una metallizzazione dal 92% al 97%. Questo materiale può essere alimentato direttamente e caldo in forno elettrico per la produzione di acciaio, riducendo il fabbisogno energetico rispetto ai valori tipici dei forni alimentati con rottami o alternativamente può essere bricchettato per ottenere un materiale denso e stabile, adatto al trasporto e alla vendita a terze parti. Il preridotto è l’unica soluzione per accompagnare la transizione ecologica del settore siderurgico e per avviare la produzione di acciaio green. Il preridotto è anche l’unica alternativa all’utilizzo del rottame sempre più scarso e sempre più di scarsa qualità“.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/10/17/lex-ilva-si-avvia-allo-spegnimento/)

L’overview del settore siderurgico mondiale mostra un massiccio ricorso all’impiego del preridotto al punto che, numerosissimi, sono i progetti di realizzazione di impianti di sua produzione avviati in Europa. Alcuni di questi impianti hanno già ricevuto incentivi comunitari (Saltzgitter in Germania) o nazionali (Dunkerque di ArceloMittal) in Francia. Nei primi mesi del 2023 è entrato in funzione un impianto di produzione di preridotto con tecnologia Midrex da 2,5 milioni t/a in Algeria (Tosyali.Algeria). Voestalpine ha dato ufficialmente il via ai lavori per la costruzione del nuovo forno elettrico ad arco (EAF) a Linz. Secondo quanto reso noto dall’azienda, si è tenuta il 10 ottobre, presso lo stabilimento austriaco, una cerimonia di inaugurazione. Soltanto a settembre sono iniziati gli stessi lavori nell’altro sito del gruppo a Donawitz. La costruzione di due forni elettrici “verdi” a Linz e Donawitz permetterà a voestalpine di ridurre le proprie emissioni di CO2 di circa il 30% a partire dal 2027. A partire dal 2030, voestalpine sostituirà altri due altiforni a Linz e Donawitz e investirà in un ulteriore EAF a Linz. Per raggiungere l’obiettivo “net zero” entro il 2050, il gruppo sta conducendo ricerche su diversi nuovi processi e investendo in progetti pilota che esplorano nuovi percorsi per la produzione di acciaio. Gli investimenti nei due progetti ammontano a 1,5 miliardi di dollari. Di questi, circa 1 miliardo riguardano i lavori a Linz, dove l’EAF a partire dal 2027 produrrà ogni anno circa 1,6 milioni di tonnellate di acciaio a basse emissioni. Per mantenere elevata la qualità del prodotto, l’EAF utilizzerà una miscela di rottami, ghisa liquida e Hbi. Voestalpine ha affermato che i preparativi nel cantiere a Linz includono l’installazione di un nuovo sistema di approvvigionamento delle materie prime con un nastro trasportatore che si estenderà per 750 metri, il trasferimento di vari edifici di stoccaggio, la costruzione di nuove strade e varie modifiche all’acciaieria.  A partire dalla fine del 2024, saranno costruiti il capannone che ospiterà il forno e il cosiddetto microtunnel per la nuova linea elettrica a 220kV che alimenterà il forno con elettricità verde a partire dal 2027. Il tunnel, con un diametro di circa 2 metri, sarà scavato a una profondità di circa 25 metri e correrà tra la sottostazione e l’EAF. La sfida specifica è che il tunnel si riscalderebbe fino a circa 280°C se non fosse raffreddato, e quindi deve essere inondato di acqua di falda per il raffreddamento. Un team di circa 250 dipendenti è incaricato di realizzare il grande progetto di costruzione. Più di 230 aziende esterne, tra cui 60 aziende locali, sono già state incaricate della costruzione Nel frattempo, il Mit di Boston, fra i più quotati centri di ricerca al mondo, si sta portando avanti e ha messo a punto la tecnologia Moe, testata dalla Boston Metal, che punta a fondere il minerale di ferro per elettrolisi: il progetto è stato finanziato con 600 milioni di dollari, elargiti da Bill Gates e dal gigante franco-indiano Arcelor Mittal e per far funzionare l’impianto, alquanto energivoro, si è previsto di costruire un reattore nucleare.

Dunque, come si può facilmente evincere da queste informazioni, i progetti ci sono, gli investimenti anche, riguardano varie nazioni europee, e si prevede la loro realizzazione nel corso dei prossimi anni sino ad arrivare al famoso obiettivo emissioni zero nel 2050. Dati temporali che dimostrano come in realtà anche alle nostre latitudini si è ancora in tempo per realizzazione quella transizione produttiva, seppur parziale, che permetterebbe al siderurgico tarantino di sopravvivere ed evitare una fine già scritta da tempo.

(leggi il nostro articolo https://www.corriereditaranto.it/2023/09/26/ex-ilva-il-countdown-finale-e-iniziato/)

Secondo l’ad Cao, “lungi dal rappresentare un appesantimento economico, l’impatto ambientale del processo di produzione dell’acciaio attraverso il preridotto è nettamente inferiore a quello da ciclo integrale in termini di emissione di CO2 (circa 50%), rappresentando quindi un sensibile risparmio economico in termini di quote CO2 per la parte eccedente al livello coperto da quote ETS la cui incidenza rischia di mettere fuori gioco impianti a ciclo integrale nell’arco di pochi anni da ora” come sostenuto tra l’altro anche da Bernabè in merito alla situazione dell’ex Ilva a partire dal 2027. “Il preridotto consente altresì di ridurre sensibilmente, fin quasi ad abbatterle totalmente, le altre emissioni inquinanti (polveri, ossidi di azoto e di zolfo, diossina e idrocarburi policiclici aromatici) derivanti dalla produzione di acciaio con il ciclo integrale e quindi ridurre in modo sostanziale i cosiddetti oneri socio-ambientali. Il bilancio di riduzione delle emissioni climalteranti può essere ulteriormente migliorato attraverso l’utilizzo nel ciclo produttivo del DRI di idrogeno verde, ovvero quello derivante dall’elettrolisi dell’acqua effettuata con energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, in parziale sostituzione del gas naturale”. Eventualità che però al momento sembra ancora molto lontana.

“In Italia, nel febbraio 2022, è stata costituita DRI D’Italia S.p.A., società partecipata al 100% dall’Agenzia Nazionale per l’Attrazione degli Investimenti e lo Sviluppo di Impresa (Invitalia), con una mission molto sfidante: quella di promuovere la transizione energetica e l’evoluzione green dell’industria siderurgica italiana contribuendo al processo di abbattimento delle emissioni climalteranti e dell’impronta carbonica del Paese in generale, e del sito industriale di Taranto in particolare, con l’obiettivo di realizzare, primo in Italia, un impianto per la produzione di direct reduced iron (DRI) . La società è stata dotata di risorse finanziarie, a valere sui fondi del PNRR destinati alla decarbonizzazione dei settori hard-to-abate pari a 1 miliardo di euro, ai sensi dell’articolo 24 della legge 17 novembre 2022, n. 175 – ricorda Cao -. I numerosissimi progetti di impianti di produzione di direct reduced iron dimostrano la tendenza dei sistemi nazionali a dotarsi di autonomi processi di produzione di questo semilavorato, quasi fosse una “materia prima”, tendenza cui l’Italia non può e non deve sottrarsi. Apparentemente, l’attuale dibattito politico, istituzionale e mediatico si focalizza molto sul ruolo che il preridotto può avere nella logica della modernizzazione e ambientalizzazione del sito siderurgico ex Ilva di Taranto dimenticando l’importanza assai maggiore del secondo obiettivo affidato dal Governo al soggetto pubblico DRI D’Italia S.p.A.: ovvero quello di creare un’infrastruttura produttiva di direct reduced iron a sostegno delle (ulteriori) politiche di decarbonizzazione dell’intero settore siderurgico italiano. Dunque, in assenza di un’attenta riflessione sugli scenari globali, l’Italia rischia di trovarsi spiazzata dagli investimenti in direct reduced iron e in idrogeno realizzati in Occidente, in generale, e negli altri Paesi dell’Unione Europea in particolare e, di conseguenza, a veder drammaticamente perdere peso al settore siderurgico nazionale e alla filiera italiana”.

Se tutto questo sarà realmente possibile per l’ex Ilva di Taranto, comprendendo il revamping dell’altoforno 5 (in grado di garantire da solo 3,8 milioni di tonnellate di ghisa che significa circa 4 milioni di tonnellate di acciaio) senza il quale l’azienda di fatto non sta in piedi da un punto di vista finanziario e un piano occupazionale , lo scopriremo a breve. Si spera.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/09/30/ex-ilva-utilizzo-idrogeno-sara-possibile/)

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