Qualcuno storcerà il naso, però vale la pena dirlo: la condizione della donna nella società contemporanea non muterà mai grazie ai post sui social network ricolmi di hashtag evocativi, né in forza dei sermoni commoventi in prima serata o, tanto meno, a margine dei tanti programmi televisivi black fetish che raccontano nei minimi dettagli le sevizie, i supplizi e le vicende processuali collegate a casi di “femminicidio”. E non sarà neppure il “repetita iuvant” di questa locuzione giornalistica, abusata da tanta politica con la stessa ignominia con cui l’uomo compie l’atto indecente su una donna in quanto tale, a salvare la carta delle prime pagine stampate col sangue delle vittime. Non bastano neppure le manifestazioni in piazza, ormai relegate nell’area “vintage” della comunicazione, come quelle che si svolgeranno il prossimo 25 novembre in tutto il mondo in occasione della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, fra nuove inaugurazioni di panchine rosse, testimonianze atroci di chi ha vissuto sulla propria pelle le umiliazioni e i danni irreversibili della prepotenza maschile e tagli di nastri (anch’essi rossi) di nuovi sportelli al servizio della collettività.
Forse è anche ora di sedersi pacificamente attorno a un tavolo e affermare che le scarpette rosse, con le bandiere e i segni sul volto pendant, ancorché simboli attorno ai quali riunirsi per discutere di una sintomatologia tragica e veemente, non rappresentano un volano per il contrasto alla violenza sulle donne, ma uno stato messianico delle cose in cui dire a chi la pensa già “bene”, che ha proprio ragione. Un parlarsi addosso che guai se non ci fosse. Il problema è che l’opera di sensibilizzazione, per sua natura, deroga aprioristicamente a ogni mente deviata di questa malsana società che ci è capitata fra le mani. Al contrario, si pretenderebbe la folgorazione sulla via di Damasco di un uomo abituato a degradare e percuotere ogni giorno sua moglie, semplicemente perché qualcuno gli ha detto che “non si fa”: a confronto la fantascienza è reale. Ci sono concetti lapalissiani come questo che, alle volte, sfuggono amaramente, perché rischiano di demolire, nella sostanza, il lavoro e l’impegno di decine di migliaia di persone che credono profondamente in quello che fanno con anima e corpo ogni giorno.

Allora tutte le associazioni che promuovono cultura di genere, rispetto delle donne e lotta al femminicidio sono inutili? Tutt’altro che vane: sono irrinunciabili, in quanto contribuiscono a segnare lo spartiacque della communis opinio. Vestono il ruolo di cuscinetti di civiltà nella brutalità della cronaca nera cui il mondo è abituato, ma da sole restano uno specchietto per le allodole. E neppure le leggi ad hoc, come i tanto agognati aumenti di pena per i reati particolarmente aspri come quelli di cui si parla, possono molto: per la dottrina dominante, anzi, è la strada sbagliata. C’è una sola chance valida per dissuadere un soggetto dal praticare angherie sul prossimo, ed è educarlo ad amare sin dalla tenera età, in famiglia come a scuola. Non a competere, a vincere, a dominare: ad amare. La medesima educazione sentimentale di cui necessiterebbe la parte “fragile” dell’umanità – non per forza coincidente con l’ontologia femminile – che per un bias cognitivo cronicizzato tende a trasferire i campanelli di “possessività”, “gelosia” e “controllo” su una narrazione quanto mai malata di “amore”. Se, talvolta, questo scherzo del cervello è accluso a una precarietà socio-culturale di partenza, è altresì vero il contrario. Sono numerosi i casi di cronaca in cui l’“alta società” è protagonista di abusi indicibili, con titoli di studio in saccoccia e orologio di lusso al polso. Il male non ha regole e non bussa prima di entrare, ma è importante imparare a riconoscerlo sin dagli albori, per poter scappare dalle sue grinfie quando si è ancora in tempo.
Fa specie, però, che il mondo femminista, pur alacremente operoso nelle attività di supporto alle vittime (superstiti, sic!) appaia, sovente, arroccato su slogan e rivendicazioni che, nel tritacarne mediatico, tendono a combaciare con la brand reputation di partiti che si definiscono perlopiù “progressisti” o “di sinistra”, anche in questo caso cedendo il passo alla fenomenologia proposta dal filosofo Sergio Cotta in merito alle forme coesistenziali integrativo-escludenti. Come dire: “se non sei con noi in tutto e per tutto, sei automaticamente contro di noi in tutto e per tutto”.

Si pensi al tema, ancora parzialmente inattuato, dell’interruzione volontaria di gravidanza; alle proposte di legge sul congedo mestruale; alle ipotesi di famiglie omogenitoriali; alla surrogazione di maternità; al libero accesso alla contraccezione farmacologica; all’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole e così via. Di frequente si commette l’errore di infilare tutto ciò in un unico calderone, nel segno di una tradizione tutta italiana del generare caos anche laddove si potrebbe respirare un pacifico ordine, tappandolo con il coperchio del “femminismo” o dei “diritti delle donne”, senza mai lesinare un’abbondante spolverata di “no al femminicidio”: tutti insieme allegramente contro la violenza di genere. Big likes assicurati sui social, specie per chi campa di politica, spettacolo e influencing, ma il risultato, disastroso, è quello di spostare l’opinione pubblica su correnti politiche e loghi di partito, piuttosto che su temi che dovrebbero interessare tutt* (come se da un asterisco discendesse la dignità umana, poi). Un esito che, inevitabilmente, non influisce affatto sul palinsesto settimanale di una cronaca da accapponare la pelle, con dinamiche perlopiù simili: padri padroni; mariti o compagni incapaci di accettare la fine di una storia; conoscenti, amici o colleghi che si riscoprono d’improvviso lupi mannari. E la cosa che più duole è la conseguente “caduta dalle nuvole” di tutti coloro attorno al presunto aggressore od omicida, quasi ogni volta un “bravissimo ragazzo”; un “onesto lavoratore”. Salutava sempre. Un’indecorosa commedia napoletana voyeuristica nel penoso stile del cavalluccio rosso narrato da Luciano De Crescenzo in “Così parlò Bellavista”.
Non si riporta, in questa sede, quanti femminicidi sono stati commessi in Italia dall’inizio del 2023, dall’allunaggio, dalla breccia di Porta Pia, dalla Presa della Bastiglia o dalla Battaglie delle Termopili: i dati e gli studi sono liberamente accessibili online, ma le statistiche hanno il brutto vizio di normalizzare i fenomeni. Saremmo davvero così felici se l’anno prossimo, in Italia, venissero uccise venticinque donne in meno, stando all’inferenza? A quale decreto legge imputeremmo siffatta conquista di civiltà? A quale associazione fra le tante? Ecco rivelata la fallacia della matematica sul sentimento della giustizia: il dolore, come la gioia, non è enumerabile e non conosce decimali. Una sola donna schiaffeggiata o uccisa è un peso insopportabile per una democrazia repubblicana nata sulle ceneri di un regime totalitario come il fascismo. Il fatto che il “numero” di donne abusate sia enormemente superiore a uno, non deve compromettere la tragicità del fenomeno, mutuandolo in una sequenza di cifre da sommare. Altrimenti, si correrebbe il rischio di scrivere la successione di Fibonacci.

Appena settantasette anni fa in Italia le donne dissero la loro per la prima volta. Era primavera. Le gonne arrivavano sotto al ginocchio, i vestiti si cucivano in casa partendo dagli scampoli presi per poco in merceria, e i soldati americani se la menavano nella terra di nessuno fra la borsa nera degli italiani e la cartamoneta straccia denominata Am-lire. La cioccolata era un lusso a Stelle e Strisce. Erano quasi tutti analfabeti o semianalfabeti. I volti erano emaciati dalla fatica, dalla fame, dalla trincea. Che schifo la trincea, e Delia è una pezza da piedi. La protagonista del film-rivelazione dell’anno “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi è una qualsiasi donna sottomessa al dominio della società patriarcale del Secondo Dopoguerra, che troppo spesso è rimasta inalterata ai giorni nostri. La sottocultura della donna che segue l’uomo come condottiero assoluto della famiglia, “obbedendo” sempre e comunque, è ancora radicata in tanta Italia, con picchi stratosferici al Sud – specie nelle aree di entroterra, meno inclini a lasciarsi trasformare dai mutamenti storici e di costume. Sovente, i media riportano notizie di donne uccise che avevano già “perdonato” o dato “ultime possibilità” a uomini manifestamente violenti perché “lui non è così: lui mi ama”. Vittime che, invano, hanno pagato con la loro vita – e, alle volte, con quella della prole – la speranza che “lui” potesse cambiare o tornare indietro. Ma i mostri restano mostri e le botte sono botte.
Nella poetica messa in scena da Paola Cortellesi, che ha scelto la fase storica perfetta per trattare lo spinoso argomento, la violenza domestica viene ovattata dalla scelta del colore bianco e nero, con una fotografia languida ad opera di Davide Leone, che crea un profondo distacco temporale rispetto agli avvenimenti; ma non è tutto. L’idea di alleggerire le scene delle “legnate” in pas de deux di danza moderna, con il sonoro che poggia delicatamente la musica al posto dello schiocco degli schiaffi, il tonfo dei pugni e lo sciabordio dei calci, è la più alta citazione del tarlo riportato poc’anzi, quando si è evidenziato l’intimo auspicio della vittima affinché un giorno, tutto, possa magicamente “passare”. È negli occhi di Delia quella vana speranza, diversamente dallo sguardo torvo del marito Ivano – interpretato da un buon Valerio Mastrandrea – che narra la durezza dell’ineluttabile verità al sapore di: “ti prenderò a botte per sempre, e tu devi accettarlo”. L’intreccio narrativo è retto dal primo amore di Marcellina, la vera sorpresa del cast Romana Maggiora Vergano, futura sposa di Francesco Centorame nei panni di Giulio. Una promessa di matrimonio ben accolta da Ivano per un movente squisitamente economico, che si rivela sin da subito nel tripudio di sangue e violenza psicologica che Delia conosce fin troppo bene, e si sa: l’amore di una madre va oltre ogni confine quando la carne della sua carne viene sfiorata. L’eroismo da suffragetta esplode, letteralmente “all’americana”, in un film dove tre generazioni di uomini – incluso il viscido Sor Ottolino di Giorgio Colangeli, suocero di Delia – si contendono il primato di stronzo. C’è anche una quarta generazione di maschietti che portano i pantaloni corti, ed è rappresentata dagli scalmanati fratellini di Marcellina, con un destino sommessamente tracciato dall’educazione tossica del padre.

Spalla importante per la buona riuscita del film è Marisa, migliore amica della protagonista, portata sul grande schermo con la teatralità di Emanuela Fanelli, in un personaggio quasi cucitole addosso. È lei che custodisce i segreti di Delia, come le migliaia di lire messe via di nascosto dal marito e guadagnate svolgendo i più disparati e umili lavori. Soldi che servono, in origine, per l’abito da sposa della figlia: nonostante l’adolescenza ritagliata in un basso popolare, quel giorno deve essere “la più bella”. Ma c’è un segreto più grande, un biglietto misterioso, un fatto celato per l’intera durata del film, proiettato come una presunta “fuga” della protagonista verso una nuova vita. I piani di Delia, però, vanno storti. Fra improbabili ritorni di fiamma, volgarità spropositate, siparietti che confondono le lacrime degli spettatori con accenni di sorriso acerbi, “C’è ancora domani” – per fortuna. Non un domani per fuggire, ma un domani per decidere. A Delia non è permesso esprimere la sua opinione in casa, ma per la prima volta può farlo in cabina elettorale. E dopo il Sacro esercizio del diritto di voto eccola lì, alle pendici della scalinata della sezione: Marcellina guarda sua madre con agghiacciante ammirazione e fulgida commozione, citando fisiognomicamente il volto della milanese Anna Iberti, all’epoca ventiquattrenne, che trafisse con il suo sorriso smagliante la prima pagina del Corriere della Sera in una folla festante sulla terrazza dell’Avanti!. La scena è strappalacrime: le donne, finalmente, sono considerate esseri umani a pieno titolo. L’Italia è salva.
La Repubblica è femmina poiché figlia delle madri costituenti: il 2 giugno 1946, in occasione del “Referendum sulla forma istituzionale dello Stato” votarono 12.998.131 donne e 11.949.056 uomini. Se fu introdotto il suffragio universale in un periodo storico in cui la donna era considerata una pertinenza maschile, fu proprio per spingere la nazione verso una nuova stagione ordinamentale e culturale. È alle tante Delia del 2 e 3 giugno 1946 che ogni italiano, oggi, deve tantissimo. Il sorriso di Delia che si incontra con quello della figlia Marcellina, pigiata dagli elettori, è il sorriso della Repubblica; del contratto sociale che da Tangentopoli ha iniziato a sgretolarsi inesorabilmente. Ma dietro il sorriso di Delia c’è anche quello di un Mezzogiorno filomonarchico e arretrato: neppure nella Roma del film la spuntarono i repubblicani. Nella capitale, infatti, la partita finì a 53,83% a 46,17% in favore della Monarchia. Il 2 e 3 giugno 1946 nel Comune di Taranto su 87.788 elettori, andò a votare l’88,51% degli aventi diritto, pari a 77.700 persone. Di costoro, 36.641 (il 48,62%) scelsero Repubblica e 38.714 (il 51,38%) preferirono Monarchia, ma l’agglomerato del dato provinciale racconta uno scenario ben meno risibile, con un 61,53% a 38,47% per la Corona.

E Delia, la protagonista del film, cosa vota? Repubblica o Monarchia? Non fa differenza. Delia, come ogni altra Delia, è una rivoluzionaria perché ha il coraggio di scegliere da che parte stare. “Lo scopo, forse, non giustifica niente, ma l’azione libera dalla morte”, scrisse pochi anni prima, nel 1931, Antoine de Saint-Exupéry, nel breve romanzo “Volo di notte”. La resurrezione della protagonista, riemersa dal torpore di un’esistenza spesa fra manicaretti e sissignore, si interpreta come reale baluardo di devozione alla libertà di essere se stessi e scegliere come stare al mondo, rispettando il prossimo e compiendo l’atto di coraggio di “schierarsi”, al contrario degli ignavi – neppur degni dell’Inferno dantesco. Quel voto libera Delia dalla morte.
Quel voto liberò l’Italia dalla morte in cui sta precipitando daccapo, fra astensionismo elettorale, sfiducia nella politica, analfabetismo funzionale e di ritorno e dispersione scolastica. Quel voto consentì alla donna di iniziare a dire “la sua”, ma la strada, oggi, sembra tutta in salita. L’Italia è uno Stato stanco di esistere, dedito alle divagazioni e alle stravaganze. Se fosse il protagonista di un film, sarebbe di certo Lebowski. Ma tornando sulla Terra, semmai un alieno dovesse atterrare in Italia, com’è accaduto in “Asteroid City”, di Wes Anderson, e spulciasse un qualsiasi social network o si prendesse la briga di restare qualche ora in poltrona a guardare la tivù, penserebbe che l’autodeterminazione femminile, qui, si sostanzi nell’avere diritto a un profilo OnlyFans e nel poter abortire o gestire gravidanze per terzi ad anni alterni, senza che nessuno si azzardi a domandare qualcosa come: “ma almeno ci hai pensato bene, a bella?” – per rubare il romanesco della pellicola.

Perché chi fa questa domanda a una donna è, nella migliore delle ipotesi: ignorante, bigotto, retrogrado, maschilista e fascista. Anche se a porla è una donna. Alle ultime elezioni politiche del 25 settembre 2022, però, si è astenuto il 41% delle aventi diritto al voto. Ciò significa che 4 donne su 10 non hanno ritenuto opportuno esprimere la loro opinione in cabina elettorale e, ironia della sorte, ad avere la meglio è stata una coalizione che ha espresso il primo Presidente del Consiglio dei Ministri donna della storia italiana dai tempi di Romolo e Remo. A quanto pare, poi, Giorgia Meloni ha goduto di un consenso determinante fra le donne italiane, a dispetto del conservatorismo appartenente al Carroccio. “Donna, madre e cristiana”: la maggioranza si è espressa nell’esercizio democratico, e se il presidenzialismo spunterà davvero in Costituzione, Palazzo Chigi potrebbe pensare di proporle un contratto a tempo indeterminato; piaccia o non piaccia.
E nel 1946 quante furono le donne alle urne, sul totale delle aventi diritto? C’è un solo modo per scoprirlo, ed è andare al cinema a vedere “C’è ancora domani”, piccola perla di richiamo neorealista da proiettare nelle scuole italiane di ogni ordine e grado, premuniti di fazzoletti per tamponare le lacrime, in attesa della riflessione collettiva fissata per l’appuntamento del 25 novembre. È la stessa idea di ricorrenza, però, che pone davanti alla rassegnazione della necessità. Il progresso sociale avrà vinto quando non ci sarà più bisogno di propinare al destinatario dell’informazione giornate cinerarie come questa, più utili alle vittime che non ai futuri carnefici. Intanto Paola Cortellesi, con il proverbiale sarcasmo che la contraddistingue e che emerge anche dal suo primo lavoro di regia, è riuscita a sbancare il botteghino conquistando il “Biglietto d’Oro” 2023: “C’è ancora domani” è il film made in Italy più visto dell’anno.

L’inversione di tendenza è possibile: “C’è ancora domani”, ma non per sempre: il rischio che arrivi il giorno in cui le libertà che oggi si danno per scontate vengano rimosse tassello dopo tassello, è sempre meno lontano. È bene che la società italiana guardi verso un sano principio di lotta in favore dell’autodeterminazione della donna, libera di esercitare o meno tutte le libertà negative di kantiana memoria. Una donna che sia effettivamente libera di abortire; di intraprendere la carriera di sex-worker; di usare farmaci contraccettivi e così via dicendo, in ossequio ai principi costituzionali adottati dai Padri costituenti (che locuzione “maschilista”, sic!) scelti nel medesimo turno elettorale del ’46. Una donna effettivamente libera di scegliere anche il contrario di tutto quanto si è appena scritto, senza temere la discriminazione né in un caso né nell’altro. “Donna, madre e cristiana” – “Transessuale, abortista e atea”: in democrazia va bene tutto, purché non intralci gli altrui diritti, che camminano sulle stesse scarpe più volte risaltate nelle scene di Paola Cortellesi, perfettamente inserita nei lividi di Delia. Per le certezze assolute c’è già stato il Novecento, e pare proprio che non abbia funzionato. La rivoluzione, ancora una volta, non potrà che partire dalla matita impugnata in cabina elettorale dalle donne italiane: è l’unica vera occasione che resta alla Repubblica per costruire una società migliore.
P.S. Se avesse vinto la Monarchia, questo articolo non sarebbe mai stato scritto e, forse, questo giornale neanche esisterebbe.
*Nell’articolo sono presenti le fotografie del film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi (2023)