Caterino Lamanna è uno dei personaggi più fastidiosi portati sul grande schermo nella storia recente del cinema italiano, tanto che a pensarlo dopo la visione della pellicola ci si morde le labbra per l’impossibilità oggettiva di dargliene uno ben assestato fra mandibola e zigomo. Ci si aspettava tanto dal lavoro primogenito di Michele Riondino alla regia, ma la realtà ha decisamente superato l’immaginazione: “Palazzina Laf” è un film letteralmente atroce. Non “atroce” nel senso di “brutto”, bensì nel suo significato più poetico: “vero”. Senza dover scomodare il “neorealismo”, ormai servito dalla critica come latte e biscotti, semmai si dovesse pensare di inserire questo film drammatico in una corrente letteraria – più che cinematografica – si dovrebbe parlare di “verismo”. È stato lo stesso Riondino, in più occasioni, ad ammettere la presenza di un’anima fantozziana nell’archetipo del lavoratore ignavo che pensa esclusivamente alla sua pagnotta.
In “Palazzina Laf” l’universo della “mega-ditta” di Paolo Villaggio si scontra con lo sporco affare del “mega-siderurgico” che esiste realmente ai bordi di Taranto e la cui fama processuale, ormai, precede qualsiasi valutazione imparziale. La sorpresa del film diretto dell’attore tarantino risiede nell’empietà delle contaminazioni personalistiche, che ci si poteva aspettare dal personaggio-Riondino in qualità di attivista. Il riferimento è alle note battaglie condotte da Michele Riondino in seno alla società di mezzo tarantina, insieme a tantissimi lavoratori e cittadini che da anni manifestano la volontà di un reale cambio di passo sul tema dei diritti violati dalla massiccia presenza industriale.

Questo scollegamento fra capitalismo selvaggio e rispetto della dignità umana è l’elemento cardine di una delle “sentenze madre” che hanno sconvolto la cronaca tarantina e italiana a cavallo del Nuovo Millennio, incidendo su pietra il primo caso mediatico di “mobbing”. Dalla totalità della trama è evidente lo studio approfondito portato avanti da Riondino, parallelamente alle rivendicazioni di piazza su salute, ambiente e lavoro, ma “Palazzina Laf” è uno di quei casi in cui il professionista si svela nel medesimo punto in cui sfuma l’uomo. Il lungometraggio, infatti, lungi dall’essere uno strumento partigiano o propagandista da ergere a vessillo della compagine operaia: dall’attenta visione si comprende come il film non abbia la minima intenzione “pedagogica”. È proprio l’assenza di questa condizione pregiudiziale che trasforma la narrazione del “manicomio” nascosto fra le mura consunte della Palazzina Laf, in un’opera cinematografica capace di raccontare la caducità del tempo malleabile e oscenamente attuale in cui si svolge.
Non un film “politico”, quindi, quanto un film “giusto”, che evidenzia la latitanza della coscienza di massa nell’operazione di confino professionale e sociale attuata dal sistema malato coevo alla privatizzazione dell’ex Italsider. Michele Riondino veste i panni di Caterino Lamanna; un operaio addetto alla pulizia dei forni delle cokerie che conduce una vita pressoché squallida, con venature sottoproletarie, dedicando il suo tempo mortale all’irrisione dell’altrui dolore, e la sua esistenza dappoco alla condivisione sadistica delle angherie perpetrate dal suo superiore Giancarlo Basile, interpretato da un Elio Germano completamente baciato dalla cinepresa, in una prestazione nel ruolo di “cattivo” fra le migliori della sua carriera. “Palazzina Laf” è un film di fatti – come la morte bianca che introduce la storia o la pecora che stramazza “inspiegabilmente” a terra – ma anche di simboli, come la statuetta di Achille con scudo e lancia sulla scrivania di Basile. Sul punto è doveroso affermare che nessuno potrà mai comprenderlo appieno come può avvenire per tutti i lavoratori che hanno vissuto e che vivono ancora oggi una realtà infernale al di qua dei cancelli della fabbrica. L’astrazione è valida fino a un certo punto nel lavoro di Riondino: “Palazzina Laf” è tratto da una storia vera e, forse, è proprio per questo che fa venire il mal di stomaco. Il suo tone of voice da quasi-documentario spezza l’affabulazione, lasciando in sospeso numerose sottotrame che con un maggior minutaggio avrebbero reso il film un dramma in piena regola.

È chiaro che l’intenzione dell’autore fosse proprio quella di far uscire gli ospiti dalla sala con l’amaro in bocca; scelta coraggiosa e per niente scontata. Se è vero che nessuno capirà mai il film quanto coloro che conoscono sulla propria pelle i danni del colosso siderurgico, è anche vero che non tutto il pubblico può essere in grado di coglierne le innumerevoli tonalità, principalmente per un fattore culturale e folkloristico che, in scena, appare stratificato sulla peggior tarantinità. La scrittura eccellente dei personaggi, a partire da Caterino, fa il paio con un soverchio uso dei dialetti tarantini, pugliesi e finanche meridionali. Il dialetto tarantino usato dal protagonista, però, è dei più brutti, e solo un suo concittadino può accorgersi di quella parlata così strafottente e sguaiata, volgare e ignorante, che nulla ha da condividere con la musicalità antica della lingua che si parlava dal Via Duomo a Via Garibaldi, ormai quasi del tutto persa. Lamanna è il nemico pubblico numero uno da sconfiggere in una società che voglia dirsi libera. Taranto, ancora oggi, è piena di questi kapò, pronti a vendersi la madre per un piatto di lenticchie: “Sono intorno a noi, in mezzo a noi/In molti casi siamo noi[…]” come canta Frankie hi-nrg mc in “Quelli che benpensano”; brano uscito proprio nel 1997, anno di ambientazione di “Palazzina Laf”. Il cancro generato da una terra di conquista, da sempre incapace di sentirsi popolo – complice anche la sua disgregazione territoriale costituita da numerose periferie abitative – sta tutto nella scarsa inclinazione a rendersi conto della facilità con cui crollano i castelli di sabbia, ancorché rifiniti d’oro.
La delazione operata da Lamanna ai danni dei suoi colleghi, per compiacere Basile in cambio del soldo facile, è acuita da più elementi che fomentano la poetica del film. Per prima cosa la recitazione: gli ingranaggi fra Riondino e Germano sono così ben oliati, dopo tanti film fatti “in coppia”, che verrebbe voglia di entrare nello schermo e sedersi a chiacchierare con loro. Quando i due dialogano in “Palazzina Laf”, sembra lo facciano a telecamere spente. Poi c’è la musica, vero motore narrativo dell’intera opera, costituita dalle tradizionali marce funebri tarantine in combinazione con tanti altri generi fra cui la Dance. Risalta “La mia terra”; brano alquanto strappalacrime del cantautore tarantino Diodato appositamente scritto per il film, che chiosa l’opera lasciando in frantumi la platea del cinema. Questo aspetto, unito al montaggio (sia sonoro che video), dà il meglio di sé nella breve carrellata semiotica della Settimana Santa Tarantina: i battenti della troccola scandiscono il tradimento di Lamanna, che nel fotogramma più trascendentale di “Palazzina Laf” diventa una sorta di Lucifero accanto al volto martoriato della Passione.

La veste stracciata del Cristo, in alcune inquadrature raggelanti dell’Ecce Homo, diviene così crepa insanabile di una città biasimevole, immolata al miglior offerente per indolenza, arrotolata sulla profezia del “ce me ne futt a me” di cui Lamanna è brand ambassador, finché non va a fargli visita l’“aùro” in piena notte. La ciliegina sulla torta di “Palazzina Laf” è il cameo non accreditato di questo spirito che, nella credenza popolare, toglie il respiro durante il sonno: una sensazione che troppi innocenti a Taranto conoscono bene, prima di mettere un passo nel reparto di oncologia. Michele Riondino, a piè di pagina, non manca nella dedica al compianto Alessandro Leogrande, che con il saggio “Fumo sulla città” del 2013 analizzò egregiamente il nodo che stritola capoluogo ionico e industria nelle tante sfaccettature. Il regista tarantino è riuscito a realizzare un film degno di nota, curato nei dettagli, che anche in forza delle scenografie selezionate con attenzione e a un cast ben amalgamato, unisce il passato al presente, costituendo una denuncia sociale non tanto di quello che è stato già scritto nelle scartoffie processuali, quanto di tutto ciò che avverrà nonostante le sentenze passate in giudicato. Perché Taranto è un posto strano e i Caterino Lamanna sono troppi: sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi.
diventerà un grande film cult a tutti gli effetti.
durante e dopo l’ilva comunque sia e vada..
ottimo lavoro Michele.