“Il mobbing, dopo il clamore suscitato dal caso della palazzina Laf? Non è scomparso, anzi! Le tecniche di coercizione si sono affinate in quanto il lavoratore ‘scomodo’ viene isolato dagli altri, senza possibilità di comunicazione e di sostegno psicologico con quanti subiscono i medesimi abusi e di testimonianza reciproca nei procedimenti giudiziari”. A parlare è la dott.ssa Marisa Lieti, psichiatra, studiosa del fenomeno di violenza in ambito lavorativo, che ha seguito la dolorosa vicenda del confinamento di 79 lavoratori Ilva fino all’accoglimento delle richieste di risarcimento per quanto patito, di cui ha trattato il bellissimo film di Michele Riondino, intitolato appunto “Palazzina Laf”.
“Iniziai a seguire questi casi agli inizi degli anni ottanta, a Torino, dove operavo al Centro di Salute Mentale, quando alla Fiat utilizzarono la minaccia di cassa integrazione (poi attuata) nei confronti di 40mila dipendenti come mezzo di pressione psicologica. Non tutti ressero e ci furono ben 150 suicidi – spiega – Studiai le conseguenze di tali coercizioni nell’ambito lavorativo, che misi a frutto al mio ritorno a Taranto, nel 1982, quando mi ritrovai alle prese con casi analoghi”.
Quindi, più tardi, la vicenda della Palazzina Laf.
“Nel settembre del ’98 uno dei ‘ confinati’ fu inviato dai dirigenti dell’Ilva in visita, per problemi di salute, dai sanitari di Medicina del lavoro dell’Università di Bari, i quali riscontrarono anche criticità psichiche. Questa persona fu così invitata a rivolgersi a me, in quanto dirigente del Cim di viale Virgilio – racconta – Il lavoratore un pomeriggio telefonò in sede chiedendo di me per una visita. Rispose un’infermiera che, appresane la residenza nel quartiere Tre Carrare, lo rimandò al centro di competenza territoriale. L’uomo insistette per essere visitato da me, alzando notevolmente il tono della voce, tanto che la udii all’interno del mio ufficio, pur con la porta chiusa. Me lo feci passare e gli detti appuntamento per il giorno dopo. Ascoltate le sue peripezie alla palazzina Laf, lo presi in carico. Subito egli ne informò i colleghi di sventura i quali vollero interloquire con me, convincendomi a occuparmi anche di loro”.

La dott.ssa Lieti ben presto pubblicò su un quotidiano locale un intervento sulla vicenda, suscitando scalpore soprattutto per i tentati suicidi causati dell’esasperazione. Il procuratore della Repubblica, lo scomparso Franco Sebastio, che già ne era al corrente, si mosse in fretta con il sopralluogo alla palazzina incriminata e la successiva ordinanza di chiusura. La direzione dello stabilimento, dal canto suo, fece smagnetizzare i badge d’accesso di quei dipendenti ’scomodi’ ponendoli in permesso retribuito. Dopo un anno l’azienda li richiamò per un corso di formazione professionale che si rivelò ben presto un escamotage per guadagnare tempo.
“L’Ilva, quindi, propose loro la cassa integrazione, che quasi nessuno accettò, ma che ugualmente fu imposta – continua la dott.ssa Lieti – Ci fu un ricorso, accolto, e l’avvio di un procedimento penale nei confronti della proprietà dello stabilimento, che fu anche accusata di occultamento delle prove, avendo tentato di rendere più accettabili le condizioni della palazzina con interventi di maquillage. Nel frattempo continuai gli ascolti dei lavoratori, cercando di far riacquistare fiducia in se stessi, anche con prescrizioni farmaceutiche e con la partecipazione ai gruppi di aiuto-aiuto. Presi atto di dolorose vicende, come le vergognose diffamazioni sul loro conto, con i colleghi che ne evitavano accuratamente ogni rapporto temendo ripercussioni da parte della dirigenza. Quando ci fu il precetto pasquale i ‘confinati’ furono scortati dalla vigilanza come tanti carcerati fino al luogo della celebrazione, dove presero posto senza possibilità di contatto con gli altri. Spesso non andava meglio neppure con i familiari, che non comprendevano i motivi del malessere dei congiunti, rendendosi intolleranti nei loro confronti. Praticamente un doppio mobbing!”.
La dott.ssa Lieti riferisce anche dei preziosi contatti con il Mima (Movimento italiano mobbizzati associati) un’associazione contro la violenza morale sul lavoro, con sede in Roma, i cui consigli aiutarono a portare a buon fine il procedimento legale per i danni psichici subiti. Al termine della vicenda, dopo i risarcimenti, i 79 della palazzina Laf furono posti in prepensionamento, assieme a molti altri colleghi, anche in età relativamente giovane, grazie a un provvedimento legislativo di cui fu promotore l’on. Francesco Voccoli.
“Fui anche invitata a diversi convegni in tema – continua – cui parteciparono alcuni della palazzina Laf per raccontare la vicenda”.
L’impegno e le competenze acquisite dalla dott. Marisa Lieti nell’ambito del mobbing le valsero, nel 2001, la direzione del centro per la prevenzione degli stress da lavoro e conseguenti malattie psichiche, istituito dalla Asl, il secondo in tutt’Italia dopo quello di Milano, con il quale si avviarono rapporti di collaborazione. Tale incarico fu mantenuto fino al 2014, l’anno del pensionamento.
“Ma fra incubi notturni e penosissime separazioni familiari, il dolore di quell’esperienza persiste ancora in quelli della palazzina Laf. Sarà difficile dimenticare!”– conclude la dott.ssa Lieti.