I mezzi tecnologici come smartphone, computer o tablet e l’utilizzo dei social media ormai fanno parte delle nostre normali attività di routine quotidiana. Non vengono più identificate come ‘nuove tecnologie’, ma hanno iniziato a far parte delle “nuove dipendenze” poiché con il tempo, queste abitudini digitali, per alcune persone sono diventate irrinunciabili. Questo ha provocato dei cambiamenti comportamentali, con significative compromissioni del funzionamento psichico, emotivo e relazionale.
Attraverso i dati rilevati dalla ricerca dell’istituto «Demoskopika» è emerso che la Regione Puglia ha una delle percentuali più alte con il 10,3% circa 79mila giovani che soffrono di dipendenza dal cellulare. Questo risultato era a noi già noto, in quanto stando a stretto contatto con i ragazzi durante il progetto “Giornalista per un Giorno” svolto nelle scuole di Taranto, gli stessi ci confidavano l’utilizzo compulsivo di piattaforme social quali Tik Tok ed Instagram, non solo per divertimento, ma anche come canale di informazione primaria, considerando Facebook ormai social vecchio e da ‘boomer’.
Il timore maggiore è il cambiamento che potremmo avere a livello fisico come ipotizzato dalla società americana Toll Free Forwarding che ha creato il prototipo di un essere umano, “Mindy” una persona immaginaria del quarto millennio con la schiena curva, un collo tecnologico più tozzo, una mano ad artiglio e un cervello rimpicciolito.
Tra dati certi ed ipotesi future, abbiamo provato ad entrare in questo contorto meccanismo digitale, ancora poco conosciuto, attraverso le spiegazioni della dott.ssa Katia Pierri psicologa e psicoterapeuta del Dipartimento delle Dipendenze Patologiche, che ci ha fornito un quadro clinico più chiaro e dettagliato -con dati locali specifici- e le considerazioni della dott.ssa Vincenza Ariano, Direttrice del Dipartimento delle Dipendenze Patologiche ASL di Taranto, sul cambiamento sociale ed il gap culturale che coinvolge il sud d’Italia.
“Non possiamo bloccare l’evoluzione dobbiamo convivere con essa e capire cosa di positivo riusciamo a prendere dalle stessa, cercando esclusivamente di promuovere quello che definiamo il ‘benessere digitale’. Stiamo vivendo un cambiamento epocale che riguarda tutti noi, penso che l’avvento delle nuove tecnologie e di internet ci abbia dato un nuovo metodo per interagire tra di noi. Gli effetti che hanno avuto sui nativi digitali, incidono molto sul loro futuro. I ragazzi avranno un cervello diverso dal nostro, svilupperanno altre competenze ed avranno stimoli esterni completamente diversi” afferma la Dott.ssa Ariano.
Dott.ssa Pierri come si frena un cambiamento così preoccupante e sfuggente che sfocia con molta facilità la dipendenza?
“Da un punto di vista clinico, non possiamo dare una definizione precisa di dipendenza in quanto in letteratura non ci sono ancora stati proposti ed accettati i criteri nosografici per fare diagnosi sulla dipendenza da internet o dai social ma, quando noi ci troviamo a seguire ed osservare l’utenza e ci accorgiamo dei segnali che possono portare verso quella problematica, interveniamo subito. Terapeuticamente non possiamo togliere il cellulare perché è troppo radicato nel nostro quotidiano, ma cerchiamo di capire cosa c’è dall’altra parte dello schermo, cosa attira il ragazzo o l’adulto a sostituire la sua vita reale con quella online, facendo diventare questo mondo digitale un canale preferenziale di comunicazione, dove non ci si mette in discussione e tutte le azioni, positive e negative, trovano una giustificazione”.
Siamo venuti a conoscenza dei dati regionali, ma quali sono i riscontri territoriali?
“L’anno scorso abbiamo avuto un incremento del 53% nella fascia d’età compresa tra i 15-29 anni, dato importante e preoccupante. La dinamica è molto particolare perché i pazienti si rivolgevano a noi per altre necessità e, magari, approfondendo il caso emergevano le reali difficoltà legate alla quantità e la qualità di tempo passata al cellulare, che raggiungeva le 6-7 ore al giorno, riduceva le relazioni interpersonali con la privazione del contatto con l’altro oppure creava disinteresse nel praticare altre attività sociali”.
Quali sono i fenomeni più ricorrenti tra gli utenti che accogliete in clinica?
“La fascia più delicata con la quale lavoriamo è quella dei 10-12 anni, in quanto c’è un utilizzo improprio dei dispositivi digitali come il ‘Vamping’ restare collegati la notte chattando con gli amici oppure il sexting, la messaggistica spinta, che può sfociare nel reato di ‘Revenge Porn’. Tutte azioni che creano squilibri nella vita quotidiana del ragazzo. È emerso anche lo ‘Sharenting’ fenomeno diffuso tra gli adulti, in particolare tra i genitori, che consiste nello scambiare le foto dei propri figli, in tenera età, senza considerare le conseguenze che genera la diffusione di queste immagini, in particolare nel ‘dark Web’ ”.
L’intervento è più forte se arriva direttamente al bambino oppure è necessario il passaggio attraverso la famiglia?
“Parlando in termini tecnici, lo sviluppo della corteccia prefrontale nella fase dell’adolescenza -l’età più vulnerabile- non consente ai ragazzi la giusta maturazione biologica che permette loro di prevedere i rischi e le conseguenze delle azioni, semplicemente sentono ed agiscono. Per questo avere una guida in casa è molto importante, bisogna allertare i genitori affinché vivano e conoscano il mondo online e poterlo gestire insieme ai propri figli. A volte si pensa che il Covid abbia generato queste situazioni di disagio, invece noi sentiamo che sono semplicemente emerse delle condizioni comportamentali che già erano presenti all’interno delle famiglie”.
La Dott.ssa Ariano ha voluto sottolineare che “l’esposizione così massiva a questa evoluzione digitale ha coinvolto tutti. Abbiamo notato che non è facile arrivare agli adulti, loro dovrebbero limitare e combattere il problema della dipendenza insieme, hanno una responsabilità verso sé stessi e soprattutto verso i bambini. Quando facciamo sensibilizzazione, notiamo dei genitori assenti e disinteressati e questo credo sia un fattore culturale, maggiormente presente nel sud Italia che rende ancora più difficile agire sulla problematica” e conclude dicendo “oggi si è persa l’autorevolezza, quello che dice un adulto vale zero, mentre quello che passa attraverso il social è credibile, se ci mettessimo in una posizione critica riusciremmo a riappropriarci dei nostri ruoli. Noi, professionisti del settore medico, ci mettiamo in discussione quotidianamente facendo delle formazioni per capire questi social e per poter intervenire, ma questo non basta abbiamo bisogno della collaborazione di tutti e di una apertura nei confronti del nostro lavoro”.