Con l’introduzione del Fit for 55, il pacchetto di riforme e regolamenti voluto dall’Unione Europea per ridurre i gas serra e corroborare la lotta al cambiamento climatico, si sancisce la fine del motore endotermico (volgarmente detto “motore a scoppio”). Nel dettaglio, è fissata al 2035 la deadline per salutare per sempre le immatricolazioni dei cilindri a combustibile fossile che tanto hanno fatto sognare i Velocisti sino ai giorni in cui si scrive. Com’è noto, la tecnologia che dovrebbe prendere il sopravvento in tutti gli Stati Ue assume il nome di “auto elettrica”; un mezzo con cui il mondo sembra aver già iniziato ad entrare in confidenza con l’avvento di utilitarie e luxury car per tutti i gusti, ma non per tutte le tasche né per tutti gli stili di vita.

Non si spiegherebbe altrimenti il risultato della statistica elaborata da Deloitte Global Automotive Consumer Study 2024, secondo la quale – ad oggi – la cara e vecchia auto “inquinante” continua ad essere preferita dai cittadini europei nel 43% dei casi. Qualcuno potrebbe addurre un vero e proprio bias cognitivo delle masse impreparate alla transizione energetica ma, nella fattispecie, è proprio il caso di dire: vox populi, vox Dei. Come si può realmente pensare, ad oggi, di acquistare un’auto elettrica se le colonnine di ricarica rappresentano ancora delle vere e proprie “oasi” nel deserto? Certo, da qui al 2035 mancano oltre dieci anni e c’è tutto il tempo per proseguire con la messa a punto dell’infrastruttura “sostenibile” (almeno su carta), che promette un futuro a corrente continua capace di traghettare la bandiera blu a stelle circolari verso la panacea della mobilità. Ma, per adesso, le postazioni di ricarica ad uso pubblico sparse in Italia – secondo i dati diffusi dall’associazione Motus-E aggiornati a febbraio 2024 – sono “appena” 50.678. Il 58% di esse è collocato nelle regioni settentrionali, mentre all’Italia centrale e al Mezzogiorno spettano, rispettivamente, il 19% e il 23% di punti.

Un dato che spiega da sé la condizione in cui si trova il Paese nei confronti di questo epocale cambiamento, che rischia – però – di trasformarsi in uno specchietto per le allodole “molto italiano”, in quanto oltre i mari e i monti che tracciano i confini di uno dei popoli più “lenti” – nonché restii alle mutazioni – d’Europa, sembra che le cose non vadano diversamente. Anzi, in rapporto a quella degli altri Paesi del Vecchio Continente, la consapevolezza italiana – a sorpresa – sembra propendere per la novità, ma il motore endotermico resta il preferito in oltre sette casi su dieci anche nel Belpaese.

Le postazioni di ricarica per automobili elettriche non vengono alimentate per opera dello Spirito Santo, ma sono collegate al Servizio Elettrico Nazionale. Secondo uno studio di Terna S.p.A. aggiornato al 2022, il 63,9% dell’energia elettrica prodotta nelle centrali italiane trae origine da fonti fossili e, quindi, inquinanti. A ciò si aggiunga che dal medesimo anno, al fine di affrontare la crisi energetica scaturita a seguito del conflitto bellico in Ucraina, l’Italia ha consentito la riapertura di ben sette centrali elettriche a carbone.

Colonnine a parte, c’è da dire che l’auto elettrica – ad oggi – è mero appannaggio di una ben stretta utenza che è preminentemente in possesso di garage o posto auto privato, ove connettere il mezzo per la ricarica nelle ore notturne. Allo stato dei fatti, risulta impensabile un tappeto di veicoli a emissioni zero nelle dozzine di città italiane congestionate dal traffico e dalla mancanza di parcheggi, a meno ché non si voglia pensare di piantare un arcipelago di colonnine su qualsiasi lingua d’asfalto italiana in brevissimo tempo. A Roma, città famosa nel mondo per l’anaconda di veicoli che la compone (in barba a vicoli e monumenti), circolano quotidianamente 1,7 milioni di automobili che – nelle aree centrali della città – possono partecipare alla lotteria del parcheggio scegliendo fra i “soli” 100 mila posti disponibili. Questo è un dato grossolano che è utile riportare, poiché spiega da sé l’inopportunità di giungere all’assiomatica della certa proliferazione dell’auto elettrica, se non coeva a un dispiegamento di punti di ricarica accessibili anche nelle più remote periferie dell’Impero.

I cittadini europei non sono pazzi o romantici annusatori di smog, ma sono persone che – laddove acquistassero un’auto elettrica – non saprebbero dove ricaricarla nei pressi della propria abitazione. Il paradosso della Norvegia, Paese eloquente per la diffusione del mezzo c.d. “green”, è da accapponare la pelle: le risorse economiche destinate al trasporto sostenibile – insufficienti a coprire le necessità di quello pubblico, in luogo degli incentivi pro auto elettrica – vengono dirottate in favore dell’acquisto di nuovi veicoli privati, contribuendo alla formazione di un maggior traffico cittadino. In altre parole: muoversi con i mezzi pubblici a Oslo costa più che farlo con la propria automobile ultratecnologica o – comunque – non rappresenta un’ipotesi di reale risparmio per il consumatore. Machiavelli in persona non sarebbe riuscito ad ordire un tale boomerang (sic!).

Andando a leggere il dato italiano delle vendite di auto elettriche, si scopre che dieci anni sono davvero pochi per pensare di cambiare il mondo e le persone. Sempre secondo Motus-E, nel 2023 in Italia ci sono state 51.513 immatricolazioni di auto elettriche. Un dato da mettere accanto al Report del Politecnico di Milano dedicato alla Smart Mobility, in ragion del quale verso la fine dello scorso anno, in tutta Italia circolavano circa 200 mila automobili elettriche a fronte di 39,72 milioni di veicoli totali, stante il documento diffuso da Unrae a giugno 2023 in merito all’attuale parco circolante. Vero è che nel mercato sono entrate anche le plug-in e le ibride, ma si tratta di mezzi che non possono ancora fare a meno di un motore old school al profumo di petrolio.

Le 30 colonnine di ricarica sparse sul territorio comunale di Taranto secondo Chargermap

La ciliegina sulla torta delle difficoltà – chiamata “Questione Meridionale” – si apprezza anche a Taranto, dove le colonnine di ricarica presenti nell’area comunale ammontano a trenta unità appena secondo Chargermap. Ma il dato più interessante, nonché allarmante, è quello relativo alle immatricolazioni di veicoli elettrici che, ancora una volta in ossequio a Motus-E, verso lo scorso ottobre si aggiravano sotto le 4.000 unità nel Sud del Paese (più la metà nelle isole). Diviene, quindi, inutile sgrezzare il dato sino a conoscere le differenze fra Taranto, Agrigento e Cosenza: la solfa resterebbe la stessa, fornendo una forbice alquanto risibile. Del resto, è inutile negarlo: quando si nota un’auto elettrica ferma al semaforo, la si indica con un sentimento misto fra la sorpresa e lo sconvolgimento derivante da un’apparizione aliena. E pensare che nel Trentino-Alto Adige, Regione più virtuosa d’Italia sul tema, il numero di immatricolazioni di auto elettriche nel 2023 sfiora i diecimila esemplari…

Fa riflettere, poi, la diffusa tendenza dei Comuni, come quello di Taranto, nel garantire il parcheggio gratuito in favore delle automobili elettriche private, a mo’ di premio al conducente per aver concorso a diminuire le emissioni inquinanti. Certo che questo neoliberismo macchiato di greenwashing è proprio strano: aiuta chi può permettersi già un veicolo più costoso e meno prestante della media. A riprova di ciò, si afferma che l’auto elettrica più conveniente attualmente presente sul mercato italiano è la Dacia Spring, con un costo che parte dai 14.900 euro e un’autonomia dichiarata di 305 chilometri. Se un lavoratore pendolare che usa percorrere la tratta Taranto-Lecce e ritorno in giornata volesse acquistarla oggi, dovrebbe ben sperare che tutto fili liscio durante il tragitto. Una piccola deviazione causata da un incidente, un uso maggiore di aria condizionata per combattere la canicola estiva, un serio imprevisto per motivi professionali e familiari o una leggera accelerazione di troppo per sopperire a un incipiente ritardo, potrebbero costare caro; così caro da imporre al guidatore di non uscire mai di casa senza aver prima segnato in rubrica il numero di telefono del carro attrezzi.

“Quando c’erano i cavalli, non si arrivava mai”, cantava Lucio Dalla nel 1984 in “Viaggi Organizzati”. Chissà se l’avesse scritta oggi… Il testo sarebbe rimasto lo stesso? Nelle more di una solerte risposta, i cittadini di Taranto attendono impazienti il tanto agognato car sharing elettrico promesso dall’amministrazione comunale in carica il 7 novembre 2022.

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