Ci sono i giornali, ci sono i blog e poi c’è Will Media, una giovanissima community da 1,6 milioni di followers – nata principalmente su Instagram a cavallo della pandemia – che non aspira ad essere né l’uno né l’altro, divulgando notizie di attualità con un tov quanto più tecnico ed equidistante dall’“opinionismo”. La sera del 19 marzo, nell’ambito dell’iniziativa “Will Meets” cofinanziata dall’Unione Europea e in collaborazione con il centro Europe Direct Taranto, Will ha proposto una sorta di happening presso Spazioporto a Taranto, offrendo la possibilità a chiunque volesse di partecipare a un talk sul tema del Fondo Sociale Europeo dal titolo “Le politiche di coesione dell’UE e il loro impatto sul territorio”.
L’assenza di un panel strutturato ha fortemente stimolato il sentiment del parterre, principalmente composto da studenti universitari e giovani lavoratori e professionisti del territorio, che alla domanda “chi di voi si sente europeo?” hanno iniziato a guardarsi prima dentro e poi tutt’attorno. Invero, l’incontro è risultato molto esplicativo delle attività promosse dall’Ue attraverso il Fse, non sempre percepite dai cittadini che ne fruiscono quotidianamente, per via della tanta dissipazione che ammorba il sistema infrastrutturale italiano. Le discrepanze che, in questo senso, si notano fra il Nord e il Sud del Paese in merito alle opportunità occupazionali e formative, e che si ripercuotono a loro volta nella frammentazione sociale che si esprime fra i grandi centri urbani e le contigue realtà provinciali afferenti a una dimensione più “rurale”, non hanno tardato ad emergere nelle testimonianze dei tanti giovani presenti.
Fa riflettere un dato più che sostanziale: tutti coloro i quali hanno affermato con un certo ardore di sentirsi europei, hanno avuto la chance di toccare con mano la bandiera blu a stelle circolari, durante esperienze di studio o di lavoro all’estero o, direttamente, presso le istituzioni europee. Ne consegue che, chi vive e ha vissuto l’ultima periferia dell’Impero da quando è nato per 25 o 30 anni – che si tratti della città o del suo hinterland, qui, poco differisce – avverte una maggiore distanza dallo spirito di appartenenza europeo. Non per capriccio, ma per cosiddette “storie di vita vissuta”. È difficile sentirsi europei quando i trasporti pubblici sono carenti e, in alcuni casi inesistenti o quando, a causa di un romanzo politico degno della penna horror di Stephen King, si getta via l’occasione più unica che rara dei Giochi del Mediterraneo di Taranto 2026. Ancora, lo è quando con i finanziamenti di Bruxelles si creano rendering di opere pubbliche che, nei migliori dei casi, restano compiuti a metà come “I Prigioni” di Michelangelo e quando, nonostante i miliardi stanziati dalla Commissione europea per la coesione sociale, permane una disgregazione di matrice tardo ottocentesca fra capoluoghi e province; fra Mezzogiorno e Isole da un lato e Nord industriale dall’altro. Il crollo della galleria ferroviaria che ha recentemente isolato la Puglia, con un enorme disagio che permarrà almeno sino a metà aprile, è esemplificativo di una marginalità europea che non può risolversi in qualche bandierina dell’Ue piantata qua e là per la regione.
Milano caput mundi (“je piacerebbe”, direbbero a Viale di Trastevere), ma così è: l’unica città italiana in cui l’autobus passa esattamente all’orario segnato sul tabellone delle corse, è il capoluogo lombardo. E dall’efficienza meneghina discende, poi, una certa e graduale inefficienza che trova i suoi più vigorosi effluenti nei confini mediterranei e colorati del Paese: Puglia, Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna, Molise, Basilicata, Abruzzo (ma l’elenco resta “piacevolmente” aperto), sono un’altra Italia. Un’Italia oziosa dove possono piovere miliardi di euro ogni giorno per corroborare i servizi pubblici essenziali, ma in cui la sanità pubblica, l’alta velocità, la transizione energetica, la digitalizzazione, l’edilizia scolastica (e chi più ne ha più ne metta), devono fare i conti con la cultura della “crema” che gli enti locali non mancano quasi mai di approntare su una sovrapproduzione di bandi cuciti addosso alle imprese di amici, familiari e grandi elettori, innescando un mirabolante circolo di appalti e subappalti senza soluzione di continuità.
Sentirsi cittadini di una nazione (o di un ente sovranazionale, perché no), significa rivedersi in un rapporto sinallagmatico fra suddito e sovrano; condividere la croce con la propria civitas per raggiungere maggiori livelli di welfare. Ma non può esserci una nazione senza popolo e se, ad oggi, l’Ue appare molto diversa da come venne concepita dopo la Seconda Guerra Mondiale, lo si deve anche a un mancato afflato comune dei popoli che la compongono, non solo geograficamente distanti, ma anche abituati a risolversi il problema della pagnotta da sé per arrivare alla fine della giornata. Quale contratto sociale permane fra un cittadino di Taranto che non riesce a prenotare gratuitamente una risonanza magnetica urgente per mezzo del Ssn (che si regge anche grazie alla sua fiscalità) e mamma Europa?
Chi avrebbe il coraggio di spiegare a un malato terminale di una delle città più inquinate d’Europa che non deve prendersela né con Ursula von der Leyen, né con Sergio Mattarella, né con Giorgia Meloni, né con Michele Emiliano, né con Rinaldo Melucci, ma che – semplicemente – è nato qui e qui gli tocca morire così? Di certo Will Media non può rispondere a questa domanda; neanche con tutto l’impegno di questo mondo ma, quanto meno, può riportare in sede europea un’amara e angustiante sensazione, probabilmente condivisa da tutti i cittadini della provincia di Taranto: un sentimento di forte solitudine e doloroso abbandono, mentre l’ex Ilva domina il paesaggio e le coscienze, conturbante e arcigna come pochi elementi antropici presenti sulla crosta terrestre. E neanche lì è colpa di nessuno, figurarsi dell’Ue, perché quando tutti falliscono si ricomincia il giro daccapo…
La consolazione è che a Taranto da tre anni c’è almeno un luogo che racconta l’Unione Europea e le opportunità da essa offerte a giovani, imprese ed enti locali. Il centro Europe Direct, infatti, contribuisce a rendere meno virtuale quell’idea di cittadinanza europea di cui anche ogni italiano è investito, non rendendosi conto che, gran parte dei risultati sottesi alle sue rivendicazioni, dipende da azioni concrete da promuovere in contesti che accorcino il più possibile le distanze fra Taranto e Bruxelles, senza mai dimenticare la propria terra ma, magari, pensando di tornarci per poter riportare il proprio bagaglio culturale, come hanno dichiarato tanti dei presenti nella hall di Spazioporto.


