Se esiste un carattere peculiare della postmodernità, ovvero della temperie storica che caratterizza almeno l’ultimo cinquantennio nel mondo occidentale, essa si può riassumere- oltre alla mancanza di un canone univoco- nell’assenza sia di valori di riferimento che di figure che fungano da guida. Nel tempo delle ideologie e delle stesse confessioni religiose sfarinatesi sotto i colpi dell’individualismo e del “capitalismo senza obiezioni” accade così che si sviluppino addirittura dibattiti in sedi istituzionali nel caso in cui qualche personaggio pubblico si esprima su argomenti che esorbitano dal proprio selciato: è di recente accaduto, per esempio con Ghali e con Dargen D’Amico, a proposito delle questioni belliche in Ucraina e in Palestina, che a detta di molti non compete a loro commentare. Chi scrive non è d’accordo con questa posizione e non solo perché essa in filigrana contiene un’ormai superata distinzione tra una supposta cultura alta e un altrettanto indefinibile cultura bassa, quanto perché se l’obiettivo è arrivare alle masse, al popolo, come ancora si dice, anche turandosi il naso talvolta può risultare più efficace l’invito alla riflessione di un’ influencer o di un cantante che l’ennesimo e prevedibile invito alla pace del Santo Padre.

Nel solco di una pedagogia che va quindi rinnovata, si situa il bel libro pubblicato nelle ultime settimane da Piemme ed intitolato “Il mio calcio eretico”. Ne è autore Filippo Galli, vecchia gloria del calcio italiano, vincitore di ben cinque scudetti e tre Champions con il Milan, nel periodo di massimo fulgore dei rossoneri guidati da Sacchi e da Capello.

Oggi Galli, dopo un biennio in FIGC come responsabile dei settori giovanili ed un anno da manager al Parma Calcio, è un fortunato imprenditore in vari settori, a cominciare da una nota linea di abbigliamento sportivo ideata e commercializzata con l’amico Giovanni Stroppa.

Nel testo di Galli leggiamo frasi come “ribaltare il paradigma”, “abbracciare il cambiamento per migliorarsi” e soprattutto “staccarsi dalla comfort zone dove tutto è prevedibile e sotto controllo”: al netto di alcuni sapidi aneddoti sul calcio degli Anni Novanta, sul Berlusconi milanista e su Sacchi (che interesseranno i calciofili), l’autore nel testo con la scusa di trasferire al lettore la sua idea di calcio dal basso e di moduli innovativi, in fondo persegue lo scopo che indica in prefazione e cioè aiutare, per il tramite della propria testimonianza di sportivo ad altissimi livelli, a veicolare i valori acquisiti dal contatto con alcuni fuoriclasse nel corso della sua carriera. In un calcio che è lo specchio di una società votata alla performance a tutti i costi, ecco dunque che Filippo Galli invita ad una riflessione non banale puntando il dito contro la fretta e la superficialità odierne per un rapporto con i giovani talenti che li inserisca nel gruppo lavorando parallelamente alla crescita personale attraverso momenti di riflessione, di dubbio, di confronto e anche di assunzione delle proprie responsabilità: solo un ragazzo consapevole dei propri limiti e teso a superarli senza scorciatoie potrà ambire al successo nella vita come nel calcio o in qualunque altra disciplina sportiva. Ma spesso questo semplice principio ispirato al buonsenso sembra essere un fardello trascurato, o addirittura dimenticato, da noi adulti.

“Il mio calcio eretico. Dai trionfi con il Milan al lavoro con i giovani”

di Filippo Galli

Piemme Editore- 2024

Pagine 160- Euro 18,90

Giudizio: 4 stelle su 5

* recensione a cura di Alessandro Epifani

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