Una riconversione economica lenta quella di Taranto. Smarcarsi dalla monocultura dell’acciaio non è semplice. Servono un cambio di mentalità, programmazione e tanta competenza.Quest’ultima, quella che, probabilmente, manca agli amministratori locali quando si occupano di turismo (abbiamo un assessore al ramo multitasking, ndr), il settore sul quale si è scelto di puntare maggiormente per liberarsi appunto dell’etichetta di città industriale.

Prendiamo i dati della Puglia presentati di recente al TTG Travel Experience di Rimini: gli arrivi (il numero di turisti che si registrano almeno una notte in una struttura ricettiva) sono aumentanti del 9% e le presenze (indicano il numero degli arrivi moltiplicati per i giorni di permanenza) hanno registrato un incremento del + 4%.

E poi quelli di Taranto: sugli arrivi ha una percentuale di crescita superiore a quella regionale (+12%) e inferiore per le presenze (+2% appena). Ed è proprio quest’ultimo il dato importante sul quale bisogna lavorare. Occorre far fermare i turisti per più di una notte. Per il momento è turismo mordi e fuggi, quindi. Per convincere i visitatori a fermarsi serve fare un lavoro di squadra con una cabina di regia che sia inclusiva e competente, essere attrattivi, migliorare i servizi, prendere a modello chi ha svoltato. Bari (3,5 milioni di euro incassati dalla sola tassa di soggiorno, ndr), ad esempio, ma anche una cittadina come Monopoli che in dieci anni ha scalato tantissime posizioni puntando dritta all’obiettivo. La mentalità da provinciali, come quella di chi si accontenta di effettuare sopralluoghi e renderli pubblici sui social per testimoniare semplicemente che sta per aprire il bar della stazione ferroviaria, occorre mettersela alle spalle.

Bisogna puntare sulla competenza nei ruoli chiave e allora perché non avvalersi della figura di un Destination Manager (professionista che progetta e propone Piani di Sviluppo Turistico per la promozione e il rilancio di una destinazione turistica)? Lo ha fatto l’Amministrazione comunale di Matera, che non soddisfatta dei dati di flusso turistico, ha deciso di avvalersi di due professionisti del settore.

I nostri amministratori locali, invece, i dati li analizzano in modo del tutto discrezionale (l’anno scorso fu sparata la cifra, inverosimile, di 1 milione di presenze nel capoluogo jonico), tendendo a guardare il bicchiere mezzo pieno, compiendo l’errore di guardarsi indietro: “Una situazione solo qualche anno fa inimmaginabile che invece è diventata normalità”,  riferita ai doppi approdi crocieristici,  anziché guardare avanti e prendere in considerazione le criticità esistenti.

Parlano di grande gioco di squadra, di visione chiara, di piano strategico mirato, di impatto economico significativo per il territorio (portassero dei dati, ndr). Ma quale squadra? Quale piano strategico mirato?  Basti rileggere le dichiarazione del presidente di Confcommercio Taranto, Giangrande, per essere realisti: “Ad un certo momento abbiamo deciso di non sederci più attorno ad alcun tavolo. Non crediamo più a queste riunioni. Una stagione turistica non si programma all’ultimo momento. Noi il nostro lo facciamo. Siamo l’unica associazione che ha messo a disposizione dei crocieristi, con le proprie tasche, un info point giù al porto, delle hostess che parlano quattro lingue e delle brochure. Occorre far trovare la città pronta all’accoglienza. Occorrono pianificazione, organizzazione e lungimiranza”.

La crescita è lenta, a passo di lumaca. Ci si accontenta di poco. E poi si paga quell’isolamento territoriale (aeroporto di Grottaglie chiuso ai voli civili, linea ferroviaria inconsistente, autostrada che si ferma a 20 km di distanza) che penalizza la crescita del turismo a Taranto. La maggior parte della classe politica locale sull’argomento ha sempre e solo parlato tanto e agito poco, accontentandosi del ripristino di un semplice Frecciarossa sulla tratta Taranto-Roma.

 

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