Approcciandosi all’ascolto di “Songs of a Lost World” dei Cure dopo 16 anni di attesa, bisognerebbe, anche se risulta impossibile, ignorare tutto il tempo passato dall’ultimo album “4:13 Dream” dell’ottobre 2008. Risulta difficile, ingombrante ed inevitabile fare paragoni con la corposa e luminosa discografia della band di Robert Smith. Dai tempi di Pornography Smith non faceva un disco con sole otto canzoni, tutte scritte da lui per una durata inferiore ad un’ora come avvenne per “The Head On The Door”.
“Songs Of A Lost World” è un disco frutto di una gestazione lunga e meditata, di una riflessione sul tempo e le mutazioni intrinseche. Tornare indietro, qualora fosse possibile, è la speranza che caratterizza l’intero disco con brani con titoli emblematici: And Nothing Is Forever, I Can Never Say Goodbye, Endsong, pervasi da quella malinconia e venature dark (come si diceva negli anni ’70/’80). Ho ascoltato più volte il disco, con un approccio personalmente cupo; è l’effetto che i Cure da sempre hanno sempre esercitato sul mio ascolto. Robert Smith nonostante gli anni suona e canta come sempre, in ogni pezzo, come se il tempo per lui si fosse fermato. La voce sfumata a volte singhiozzata è il marchio di fabbrica dei Cure.
“Songs of a Lost World” è pervaso da suoni talvolta gelidi e monocromatici in cui la voce del compositore e leader della band inglese si insinua in punta di piedi, sfuggendo a certi stereotipi sonori che avevano con una certa vivacità contraddistinto le produzioni dei Cure fra gli anni ’80 e ’90.
L’album si apre con “Alone” quasi sette minuti di musica maestosa ed eterea, una equazione fra spazio e tempo. “And Nothing Is Forever” è perfettamente contestualizzata all’atmosfera del disco; personalmente ho ravvisato similitudini sonore con un Brian Eno versione ambient. “A Fragile Thing” ha un ritmo crescente, senza particolari picchi di vivacità. “Warsong”, cavalca l’attualità, ponendosi interrogativi sulla direzione che il mondo sta prendendo. Suoni più taglienti, intrisi di emotività con la chitarra di Reeves Gabrels, subentrato a Porl/Pearl Thompson e già alla corte di David Bowie per tutti gli anni ’90. “Drone:Nodrone” è uno dei brani più intensi del disco, con Simon Gallup in grande forma con il basso. “I Can Never Say Goodbye” è il brano più intimista del disco, forse perché riguarda la morte del fratello di R.S., con ampie aperture sonore. In “All I Ever Am” si rincorrono per tutto il brano, sia le tastiere di Smith che i synth di Roger O’Donnell, dando vita a uno dei brani più “vivaci” del disco.
Chiude l’album “Endsong” la traccia più lunga di oltre dieci minuti, è di un’ampiezza sonora cupa ed intensa, cadenzata dagli echi della batteria di Jason Cooper, con la voce quasi sussurrata di Robert Smith: “Sono fuori al buio / Mi chiedo / Come sono diventato così vecchio”…
La tracklist di “Songs of a Lost World” è scaturita da una selezione di oltre 25 registrazioni, ridotte alla fine a solo otto tracce. Secondo me per i testi, la durata dei brani e il numero stesso, la scelta è stata quella giusta. Il disco nel complesso non mi ha entusiasmato, della malinconia e del pessimismo di cui è pervaso ne avrei fatto volentieri a meno.
Se Robert Smith in questo disco voleva abbandonarsi ad una riflessione personale, credo che ci sia riuscito, fra momenti epici e mestizia. Le “Canzoni di un mondo perduto”, è una riflessione sulla vita, sull’amore e gli affetti perduti, mentre il tempo passa inesorabile, anche se non siamo soli del tutto, come invece recita il brano iniziale “Alone”. Non mi stupirei affatto se questo disco fosse l’ultimo dei Cure.
*recensione a cura di Franzi Baroni