| --° Taranto

Si è avvalsa di un’alter ego, l’autrice Annalisa D’Alconzo, per trasformare in parole i momenti bui vissuti dalla denuncia del call center in cui lavorava, fino all’arresto per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. In “Le massaggiatrici”, primo romanzo della scrittrice, è Sofia Luzzu la protagonista accusata di rispondere alle chiamate dei clienti dando loro informazioni sulle prestazioni offerte e sul luogo degli incontri.

Attraverso la cronaca in prima persona del colloquio fra lei e il magistrato, nel romanzo è raccontata la sua storia: dal primo lavoro in un’agenzia immobiliare alla notte dell’arresto, passando per i centocinquanta euro mensili di un call center, la denuncia ai sindacati e il successivo stigma «di una che denuncia. Di una che non si fa i cazzi suoi». Fino a quando l’unico lavoro disponibile sarà il commercio del proprio corpo.

Un’accusa forte, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, quella ricevuta nel 2021. Qual è stato l’aspetto che l’ha segnata di più in questa tortuosa e difficile vicenda?

“Mi sono trovata in un contesto che era più grande di me. Contesto in cui io non ero assolutamente a conoscenza e, come scrivo anche nel libro, spiego il motivo per cui si arriva in una determinata situazione. Certe volte ci si ritrova costretti, per sopravvivere, a fare determinate cose di cui nessuno dovrebbe andarne fiero però quello che mi è accaduto riguarda un brevissimo periodo rispetto a quello in cui sono stata coinvolta che è un qualcosa che non mi apparteneva assolutamente”.

Come n’è uscita?

“Ne sono uscita nel corso del tempo perché, alla fine, la verità viene sempre a galla. La realtà che ci circonda è più grande rispetto a quella che è la vita delle persone normali. Per dirla in parole semplici: se uno è una brutta persona, lo si vede e lo si nota ed è una conseguenza di errori che fa nella propria vita. Quando però una persona si trova coinvolta in situazioni di cui non n’è fa parte, lo noti. Personalmente ero in condizioni economiche disagiate, dopo aver lavorato e aver denunciato il call center per cui lavoravo, non sapevo come fare e sono andata nel centro massaggi. Di là, ad essere considerata come quella che organizzava, anche no!”

Da dove nasce la spinta di scrivere un romanzo per raccontare quanto le è accaduto?

“Dall’ingiustizia subita. Le persone sono troppo veloci nel giudicare e certe volte non indossano i panni dell’altro. Non si rendono conto di chi c’è dall’altra parte ma ci si ferma a giudicare e basta. Dietro una persona si possono nascondere tragedie di vita, basterebbe essere semplicemente un po’ più accorti e capire perché accadono determinate dinamiche senza stare a puntare sempre il dito. Questo libro nasce dalla voglia di riscatto, un conto è parlare ed un conto è dimostrare con gli atteggiamenti quello che si è realmente, non c’è cosa più bella di dimostrare chi si è. Anche se una persona ha commesso un errore, dove sta scritto che deve vivere nella vergogna? Perché non si può riprendere una vita normale? Ecco perché la mia è stata una lotta contro la gente che giudica”.

Quanto è stato difficile cimentarsi in un esordio letterario?

“C’ho impiegato due anni a scrivere il libro e mi è stata vicina una scrittrice importantissima di Bolzano. Non nasco come scrittrice quindi mi ha insegnato come strutturare un romanzo del genere attraverso una scrittura spettinata che era un po’ il mio stesso punto di vista. Mi è stata vicina e mi ha aiutata a strutturarlo perché non è stato semplice dato che piangevo e avevo ripensamenti circa il volerlo scrivere. Alla fine ho pensato che i miei guai li avevo già passati e il romanzo avrebbe solo potuto aiutarmi a raccontare quel che ormai è alle spalle”.

Come si collega la vicenda dei call center e dei vari lavori svolti, sino all’accusa di favoreggiamento e sfruttamento alla prostituzione?

“È successo che dopo le denunce dei call center, avevo problemi a trovare lavoro perché mi riconoscevano tutti. Facevo i colloqui e mi dicevano ‘sei quella che denuncia!’ quindi sono stata per un periodo senza lavoro. Volevo andare anche a raccogliere i pomodori ma non mi volevano neanche in quell’ambito fin quando una mia amica non mi ha detto che c’era un centro massaggi in centro. Andai, mi davano subito i soldi e so di aver sbagliato ad iniziare a lavorare in quel posto ma l’ho fatto per poco tempo, quel che mi è bastato per conoscere una persona, non italiana che lavorava con me. Lei veniva sfruttata pesantemente, io ero di Taranto quindi con me non si permettevano invece con il gruppo delle ragazze russe era diverso, lei era obbligata. Vidi questa situazione e me ne andai da Taranto. Lei a distanza di un anno mi chiamò perché aveva difficoltà economiche e voleva essere aiutata e ho fatto l’errore di aiutarla perché voleva un punto in cui appoggiarsi. Sapevo cosa faceva e la feci appoggiare in una casa e dopo due giorni sono stata arrestata fino a finire in un blitz dove io non centravo niente con nessuno di quelli infatti non mi conoscevano. L’avvocato lo ha detto: la mia è stata una storia pesante e molto più grande di me. Sono stata additata come quella che gestiva tutto ma in realtà io non ero neanche a Taranto in quel periodo”.

Da donna che ha subito una tale ingiustizia e non si è arresa, avrebbe un messaggio per il 25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne?

“Sì, il mio messaggio è questo: bisogna non avere paura e non nascondersi fidandosi e trovando la forza in se stesse andando avanti anche denunciando e confrontandosi con altre persone perché se si vuole, la giustizia arriva e non bisogna avere vergogna nel denunciare e comunicare il proprio stato di disagio”.

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