Una voce che trascina ed entusiasma. Le parole corrono come i calciatori in campo. Impetuose, travolgenti. La partita non la vedi ma la vivi con uguale partecipazione. A commentarla c’è lui, Francesco Repice, radiocronista di punta di Radio 1 Rai e della storica trasmissione sportiva “Tutto il calcio minuto per minuto”, al seguito delle gare della nazionale italiana e voce principale degli anticipi e posticipi di Serie A e delle coppe europee. Il giornalista cosentino è a Taranto per la tappa a Spazioporto – in esclusiva per la Puglia – del suo tour “La Voce degli Eroi”, in cui rievoca le vite di cronisti leggendari come Nicolò Carosio, Sandro Ciotti, Enrico Ameri, Tito Stagno, Victor Hugo Morales e Paolo Valenti. Un viaggio tra gli aneddoti che hanno reso immortali le loro voci, accompagnando momenti epici di straordinarie storie di sport. Repice ne ha ereditato la maestria e la grande capacità di trasmettere emozioni. La sua radiocronaca è un’arte. Aspetti che il suo racconto ti trasporti idealmente su quel rettangolo di gioco.
“La Voce degli Eroi” (regia di Matteo Corfiati) è dedicata dunque ai cronisti che più di tutti sono entrati nel cuore degli spettatori. A rendere immortali le gesta di squadre e campioni non sono state soltanto le loro imprese ma anche le voci che le hanno raccontate.
Qualcuno rimpiange nel non vederlo commentare il calcio in tv, magari al posto di Caressa o Pardo. Ma forse non sarebbe la stessa cosa, non avrebbe lo stesso fascino e la stessa forza della radio, che accende la fantasia e lascia spazio all’immaginazione. E al sogno.
Repice, come si crea il pathos? Quando una voce diventa eroica?
«A guidare tutto è l’emozione. Se non sei emozionato tu per primo non puoi emozionare gli altri. Non c’è niente da fare. Se quella cosa non ti entra dritta al cuore, nell’anima, e non ti rimbomba come un terremoto in mezzo alla colonna vertebrale, in mezzo al tuo scheletro, non può significare null’altro anche per chi ti ascolta».
Com’è stato raccontare la vittoria degli azzurri agli Europei nel 2021?
«Un’emozione grandissima perchè a me piace da morire vincere e odio perdere. L’emozione della vittoria è un’emozione immensa. Ma le emozioni possono essere anche negative. Ho perso delle partite con la mia squadra del cuore (la Roma, ndr) e la nazionale davvero clamorose, dovendole raccontare in situazioni difficilmente replicabili dal punto di vista emotivo. Anche quelle sono emozioni e vanno giustamente trasferite a chi ti ascolta attraverso le parole, attraverso il racconto, attraverso la radiocronaca. Il gesto giornalistico più puro che esista in natura: io guardo, io elaboro, io racconto».
Quando ha pensato di diventare radiocronista?
«In occasione del mondiale 1970. Mi sarebbe piaciuto raccontare per radio delle cose meravigliose, poi ho affinato questo sentimento e questo desiderio, questa ambizione. Avrei voluto raccontare Jesse Owens, avrei voluto raccontare Muhammad Alì. Questo non mi è stato consentito, però poi sono arrivate altre occasioni che mi hanno ampiamente soddisfatto. Sono stato fortunato».
Un suggerimento ai giovani che vogliono intraprendere questo mestiere?
«Leggere tutto quello che capita a tiro, sempre, perché la lettura è conoscenza. Conoscenza è formazione critica. Lettura e conoscenza significano libertà».
Cosa porta in scena con “La voce degli eroi”?
«La voce degli eroi è la voce dei colleghi sono finiti un pochino nel dimenticatoio, ma che hanno scandito le nostre esistenze con le loro parole e i loro racconti non necessariamente sportivi. Ancora li ascoltiamo, ancora ci vengono i brividi. Secondo me sono stati degli eroi perché hanno reso eroiche quelle imprese che di per se stesse manifestavano la loro eccezionalità. Quelle voci le hanno portate nelle case degli italiani. Le hanno fatte capire a tutti. Penso a Enrico Ameri, Sandro Ciotti, Alfredo Provenzali, Claudio Ferretti, Livio Forma, Bruno Gentili, dei mostri del racconto. Bisogna secondo me onorare quelle presenze. Anche di colleghi che non ci sono più. Loro ci hanno disegnato un percorso, poi noi lo abbiamo seguito alla nostra maniera, assecondando il nostro istinto, la nostra libertà, dando retta alle nostre emozioni. Ma loro hanno tracciato una strada e quella strada noi abbiamo il dovere di seguirla senza deragliare perché servizio pubblico è una parola molto importante».
Quali sono i calciatori che l’hanno fatta di più divertire?
«Diego Armando Maradona, innanzitutto. Ho apprezzato chiaramente il giocatore ma anche l’uomo. E più ancora l’uomo del calciatore. Capisco che possa sembrare una bestemmia ma è così. E poi, tra i contemporanei, diciamo così, Francesco Totti. Quando ero bambino mio padre fece un viaggio in Olanda e tornò con un paio di scarpini firmati da quello che io consideravo come una divinità, Johan Cruijff. Dormii con questi scarpini ai piedi per due-tre mesi. Non li volevo mai togliere. Ma accadde una cosa clamorosa durante la radiocronaca di una finale di coppa dei campioni tra Barcellona e Manchester United a Roma. Commentava Riccardo Cucchi. A pochi minuti dal fischio d’inizio, rientrando, c’era un signore che mi ostruiva il cammino. Aveva un abito color tabacco. Io lo spinsi. Doveva fumare una sigaretta e mi chiese se avevo da accendere. Lo guardai: era Johan Cruijff. Lavorava per la tv catalana. Mi cominciarono a tremare le gambe. Lui mi tirò uno schiaffetto sulla guancia e disse: allora? Mi dai da accendere? E, tremando, gli diedi l’accendino. Ma credo di aver avuto una folgorazione quel giorno, un giorno che non dimenticherò mai».
Fra i tanti miti, a quale radiocronista del passato si è più ispirato?
«Ce ne sono diversi. Uno di questi è certamente Sandro Ciotti. Ha coniato anche dei neologismi. Ma io chi sono per scimmiottarlo? Non sono nessuno. C’è un racconto che fa Sandro, venti secondi durante la sostituzione di Franco Selvaggi, Spadino, in un derby di Torino. Lui aveva segnato per i granata e poi la Juventus aveva fatto due gol. Ecco, gli occhi di Spadino Selvaggi, gli occhi della curva Filadelfia. Venti secondi che ti fanno accapponare la pelle. Lui mi ha insegnato a fare il radiocronista con una frase. Io dovevo andare a curare la pagina sportiva del Gr2 delle 12.30. Lo incrociai, per me era come se arrivasse Dio. In realtà veniva per giocare a scopa con Walter Goretti, il segretario di redazione. Dove vai?, mi disse. Risposi: a fare la pagina sportiva. E quanti minuti? Erano tre. Gli consegnai il foglio già sapendo che non l’avrebbe letto, ma cercare la sua approvazione. Si spense la luce. Mi chiese: ma se ti danno da fare la radiocronaca da 90 minuti che fai te la scrivi prima? Una coltellata avrebbe fatto meno male. Buttai il foglio e parlai a braccio. Un radiocronista non scrive. Non c’è bisogno di scrivere. Il radiocronista parla. Quelli che si scrivono gli appunti prima non sono radiocronisti».
Ha seguito le vicende della crisi societaria del Taranto calcio? Qui c’è una piazza caldissima dal punto di vista della tifoseria. Cosa direbbe ai supporters che vivono con grande amarezza questa situazione?
«Comprendo la loro delusione. Rispettare la storia di un tifoso significa rispettare la sua cultura. Significa rispettare la sua tradizione. Significa rispettare il suo vissuto. La storia non è semplicemente quella sulla quale divaghiamo nei massimi sistemi. La storia è quella di ciascuno di noi, della propria famiglia, delle pastarelle la domenica, del ragù che ti cucina tua madre prima di andare allo stadio. Questa cosa va rispettata. Non mollate. Credo che i tifosi abbiano il diritto e anche il dovere di svegliare le coscienze di chi manovra altri meccanismi per poter riportare questa squadra lì dove merita di stare, cioè a disposizione della gente che la ama».
*a cura di Giacomo Rizzo