Cinquant’anni di storia, sacrifici, passione e amore per il basket. Poi, all’improvviso, il buio. Il CJ Basket Taranto ha ufficialmente alzato bandiera bianca, annunciando il ritiro dal campionato di Serie B Interregionale a causa di difficoltà economiche insormontabili. Una decisione dolorosa, che segna la fine di un’era per una delle realtà sportive più importanti della città.

Dietro questa scelta, però, non c’è solo la mancanza di fondi, ma anche il senso di abbandono di un territorio che, negli anni, sembra aver progressivamente voltato le spalle allo sport. A raccontarci la verità di questi giorni difficili è Roberto Conversano, vicepresidente del club rossoblù, che con il cuore in mano ripercorre gli ultimi istanti di una battaglia che, nonostante gli sforzi, non è stato possibile vincere.

Conversano, dopo cinquant’anni si ferma il CJ Basket Taranto: perché?

«La motivazione principale è economica. Il primo colpo lo abbiamo subito con il Covid, che ha coinciso con il nostro momento di massima aspirazione: eravamo in semifinale per la promozione in A2, in un palazzetto vuoto, con le aziende chiuse. Da lì, abbiamo fatto sacrifici enormi per andare avanti. Poi l’anno scorso, con la Serie B Eccellenza, abbiamo affrontato trasferte impegnative come Trieste e Venezia, con l’illusione che la città e le aziende avrebbero risposto. Invece, alla fine, non è arrivato il supporto sperato. Quest’anno abbiamo provato a ridurre le spese, ma ogni anno la situazione peggiorava. Abbiamo investito soldi nostri, sacrificando le economie personali e familiari, ma ci siamo resi conto che stavamo andando incontro alla rovina. La città non ha risposto».

Una lunga lettera alla città per annunciare questa decisione: chi non ha mantenuto le promesse e il sostegno?

«Non si tratta di un’unica azienda. Noi non avevamo un main sponsor dominante, ma contavamo su una rete di aziende che hanno progressivamente ridotto il budget o si sono ritirate. Non sempre per difficoltà economiche, ma perché ormai a Taranto sembra esserci un disinteresse generale per lo sport. È come se ci fosse un passaparola negativo tra gli imprenditori. Anche la Fondazione ha dimezzato il contributo, e gli sponsor che si affidavano alla Fondazione si sono tirati indietro. In totale, ci siamo trovati con circa 100.000 euro di sponsorizzazione in meno rispetto all’anno scorso».

Quando ha avuto i primi sentori che l’avventura cussina potesse giungere al termine?

«Già prima dell’estate scorsa, quando ho visto chiudere il basket in carrozzina e quando ho parlato con alcune aziende che mi hanno chiaramente fatto capire che non avrebbero investito. Ho percepito un declino costante e ho capito che l’unico modo per proseguire era ridurre i costi al minimo. Ma anche quel minimo non ci è stato garantito. Abbiamo investito tutto nei primi mesi e siamo arrivati a Natale senza più risorse».

Dal post Covid in poi, quali scelte non rifarebbe insieme a Sergio Cosenza?

«Due in particolare. La prima è stata provare a spostare la squadra al Tursport, pensando che la città avrebbe seguito il progetto. Non è stato così. Sarei rimasto al Palafiom. La seconda è stata accettare il ripescaggio in Serie B Eccellenza. In quel momento sembrava la scelta giusta, c’erano segnali positivi, ma poi gli sponsor si sono ritirati e ci siamo trovati in una situazione ingestibile».

Oltre al mancato sostegno di sponsor e istituzioni, forse col ripescaggio in B Nazionale si è tentato il passo più lungo della gamba…

«Sì, ma non perché non fosse un progetto valido. Abbiamo fatto quel passo perché inizialmente le risposte da parte di aziende importanti erano positive. Poi però l’ILVA e altri sponsor si sono ritirati, e ci siamo trovati con un impegno economico troppo grande da sostenere. Siamo stati anche vittime di un meccanismo federale: il Monopoli aveva diritto al ripescaggio prima di noi, ma si è ritirato all’ultimo minuto, lasciandoci senza possibilità di rifiutare senza essere radiati».

A sedici mesi dai Giochi del Mediterraneo, che avrebbero dovuto rilanciare una città dal punto di vista sportivo, Taranto si ritrova senza calcio e basket: quali sono le sue considerazioni in merito?

«La realtà è che, anche se trovassimo oggi un imprenditore disposto a investire milioni di euro, non potremmo comunque costruire un progetto di alto livello. Non abbiamo impianti adeguati. Se oggi ricevessi un milione per riportare la squadra in B, dove giocherei? Il Palamazzola non è disponibile. Il Taranto Calcio, se riuscirà a sopravvivere in Serie D, dovrà giocare un po’ qui e un po’ là. Il problema non è solo economico, ma anche strutturale. I Giochi del Mediterraneo dovevano essere un’opportunità, ma la realtà è che lo sport a Taranto è in sofferenza su tutti i livelli».

Cras Taranto, Real Statte, Rari Nantes, i Boys Taranto, ora il CJ. Diverse realtà, affermate, che sono scomparse negli ultimi anni: quanto è difficile fare sport in riva allo Ionio e al meridione?

«È difficilissimo. Non c’è programmazione, non ci sono strutture adeguate, non c’è un tessuto economico che supporti lo sport in modo continuo. E non parlo solo di mancanza di sponsor, ma anche di un generale disinteresse. Non ci sono incentivi per gli imprenditori a investire nello sport. Il risultato è che le realtà storiche si spengono una dopo l’altra».

 

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