“Si è chiusa la fase di rilancio, due delle tre aziende che avevano presentato manifestazioni di interesse hanno migliorato l’offerta mentre la terza non ha presentato ulteriori proposte. In teoria per l’ex Ilva sono in campo tutte e tre le offerte, nelle prossime ore i commissari con i loro staff legali esamineranno nel merito le diverse proposte e poi con loro mi confronterò nei prossimi giorni, per capire se sia emersa con chiarezza una proposta che risponda a pieno agli obiettivi della procedura“. Così il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, dopo la scadenza del termine per migliorare le offerte per il gruppo ex Ilva.

Tra gli obiettivi, ha ricordato Urso, ci sono “la piena decarbonizzazione degli impianti siderurgici di Taranto nella via della transizione green; la tenuta dei livelli occupazionali, gli investimenti tecnologici e finanziari che sono necessari. Insomma, quello che serve per fare di Taranto nuovamente il più grande impianto siderurgico e il più avanzato sul piano della transizione ambientale della nostra Unione Europea. E’ possibile”, ha commentato infine il ministro.

Secondo fonti vicine al dossier, l’offerta del gruppo azero Baku Steel potrebbe essere quella più convincente. Si parla di un rilancio da 450 milioni a circa 1 miliardo di euro (considerando anche i 500 milioni di euro di valore del magazzino oggi in dote all’ex Ilva), che supererebbe quella presentata dagli indiani di Jindal International, tramite la controllata Vulcan Steel, salita da 80 a circa 200 milioni (più oltre 2 miliardi di investimenti futuri previsti). È bene ribadire però che siamo nel campo delle ipotesi, visto che di ufficiale c’è soltanto la comunicazione inoltrata dalle due società alla struttura commissariale di Acciaierie d’Italia.

Non ci sarebbero spiragli invece per l’opzione della cordata unica caldeggiata nelle scorse settimane dallo stesso ministro delle Imprese, Adolfo Urso. E sarebbe definitivamente fuori dai giochi anche il terzo gruppo in gara, l’americano Bedrock Industries Management, che faceva parte dei tre gruppi interessati al 100%: il fondo d’investimento americano avrebbe infatti presentato un’offerta molto debole e priva delle necessarie garanzie finanziarie.

Ora la palla passa ai commissari Giovanni Fiori, Giancarlo Quaranta e Davide Tabarelli che dovranno valutare le nuove proposte. Possibile un tavolo con i rappresentanti di Baku e Jindal, per poi arrivare ad una decisione finale, non prima di un summit con il ministro delle Imprese Urso e gli altri ministeri interessati. Una volta scelto l’acquirente principale, poi, si potrebbero aggregare le aziende italiane interessate ai singoli asset, come Marcegaglia e Sideralba, quali partner di minoranza. Anche in questo caso però si parla di mere ipotesi. Nel capitale della nuova Ilva dovrebbe invece uscire definitivamente lo Stato, con il ministro Urso che nei giorni scorsi ha nuovamente escluso una partecipazione pubblica, come invece era stato chiesto dai sindacati.

Le due offerte giunte entro la scadenza avrebbero rispettato le indicazioni poste per migliorare anche il piano industriale, la strategia di decarbonizzazione e la riduzione degli esuberi previsti: ovvero le tre direttrici su cui si dovrebbe dispiegare il futuro del siderurgico tarantino.

Rispetto agli attuali 9.773 lavoratori di AdI, dopo la riduzione dei lavoratori in cassa integrazione, il piano di Baku prevederebbe uscite non superiori alle duemila unità (sarebbero tremila con Jindal), ma sicuramente si cercherà di limare ancora i numeri nelle ultime ore.

Anche perché i sindacati metalmeccanici, Fiom Cgil, Fim Cisl, Uilm Uil, che al momento non sono stati ancora coinvolti nella trattativa, non solo non vogliono sentire parlare di esuberi strutturali ma soprattutto chiedono risposte per i circa 1.700 lavoratori in cig di Ilva in AS (formalmente un’altra azienda, sempre in amministrazione straordinaria), che non hanno ancora ricevuto l’assegno di gennaio e che sarebbero dovuti rientrare tra i dipendenti diretti secondo l’accordo del 2018 sottoscritto con ArcelorMittal. Che è stato poi annullato dall’intesa successiva raggiunta nel 2020 tra il governo Conte II e il gruppo franco indiano, di cui ad oggi nessuno si è mai preso la responsabilità politica.

Jindal sulla carta è il soggetto con più qualifiche, forte dei 12,6 milioni di tonnellate di acciaio prodotte annualmente, che può contare su risorse minerarie proprie e infrastrutture logistiche importanti. Gli azeri sono specializzati nelle acciaierie a forno elettrico (la nuova tecnologia che dovrebbe essere installata a Taranto) e possono accedere al gas a basso costo (anche portando una nave rigassificatrice in Puglia come più volte ipotizzato negli ultimi mesi), e possono contare sull’alleanza con il fondo del governo azero Azerbaijan Investment Company Ojsc, per una maggiore solidità finanziaria.

L’obiettivo del governo italiano è chiudere la trattativa nei prossimi mesi, per far subentrare la nuova proprietà entro l’estate, deadline posta dal ministero dell’Economia per non continuare a versare centinaia di milioni pubblici in prestiti-ponte come avvenuto sino al mese scorso. Situazione alla lunga non più sostenibile.

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