Nel Paese in cui il Presidente del Consiglio dei Ministri è donna, la partecipazione femminile al mondo politico è decisamente scarsa.
La Giornata internazionale per i diritti delle donne è occasione adatta per riflettere, al di là degli slogan e delle iniziative messe in atto da molti partiti e movimenti, sulla reale disparità che caratterizza ancora la nostra società.
Quali sono le concrete possibilità di accesso alle cosiddette “posizioni di potere” per le donne? Esistono politiche di welfare efficaci, in grado di agevolare questo processo e attenuare il gender gap?
Proviamo a rispondere attraverso i dati emersi dal report “Sesso è potere” di onData e Associazione info.nodes.
L’Italia è un Paese amministrato dagli uomini
La partecipazione inclusiva e l’uguaglianza di genere nei processi decisionali politici restano, per il momento, conquiste teoriche per il mondo femminile: dai dati del report, infatti, emerge un quadro del tutto diverso e decisamente sconfortante.
Solo il 35% delle donne ricopre un ruolo elettivo a livello comunale o regionale: 44.435 a fronte di 82.531 colleghi uomini.
All’interno delle Giunte e dei Consigli Comunali la presenza femminile si attesta rispettivamente sul 41,6% e 34,9% ma il dato più basso riguarda la massima carica elettiva a livello comunale: il 15% dei sindaci è composto da donne, contro l’85% degli uomini.
Quota rosa non pervenuta anche nelle Giunte regionali: esclusi il Trentino Alto Adige e la Sardegna per cui non sono disponibili dati, sono composte per il 72,4% da uomini
(97 uomini e 37 donne). Stessa situazione si può riscontrare negli organi legislativi, con il 74,8% dei Consigli Regionali presieduti da uomini (510 uomini e 172 donne).
In merito alla presidenza delle venti regioni italiane sono solo due le donne al vertice, Stefania Proietti in Umbria e Alessandra Todde in Sardegna.
La nostra regione, in particolare, si conferma una delle peggiori per partecipazione femminile al potere: solo il 15% di donne elette a livello regionale e appena il 10,5% per numero di sindaci donna, attestandosi al terzultimo posto della classifica italiana per entrambe le voci.
Infine, nonostante la presidenza del Consiglio dei Ministri sia affidata a Giorgia Meloni, solo 6 dei 24 Ministeri di cui è composto il governo italiano sono amministrati da donne, mentre i 5 sottosegretari e le presidenze di Camera e Senato sono tutti al maschile.
Alla Camera siedono 132 donne su 400 seggi totali (33%), mentre al Senato sono 75 su 205 (36,6%).
“I dati – conclude Paola Chiara Masuzzo di onData – sono rimasti, purtroppo, pressoché invariati rispetto a quelli della nostra ultima indagine”.
La recente proposta di legge in Puglia
Numeri decisamente negativi per la Puglia, culminati in una recente proposta di legge che adegui definitivamente il sistema elettorale regionale alla normativa nazionale.
“Nel dettaglio della proposta – commentano le proponenti Loredana Capone e Lucia Parchitelli – due gli elementi principali: in caso di due preferenze espresse dall’elettore per candidati del medesimo sesso è previsto l’annullamento della seconda preferenza; all’interno delle liste presentate per l’elezione al Consiglio regionale, i componenti dello stesso sesso non sono rappresentati più del 60% del totale, pena l’inammissibilità della lista stessa”.
“Questa legge è assolutamente necessaria per colmare un deficit di democrazia che vede la Puglia indietro rispetto ad altre regioni d’Italia – spiega la presidente del Consiglio regionale – una battaglia di civiltà per garantire un’equa rappresentanza di genere nell’assise regionale. Non è una concessione, ma uno strumento assolutamente indispensabile per tracciare la strada che porta alla parità e all’equità nell’accesso alle cariche pubbliche, ancora oggi troppo spesso ad appannaggio di un solo sesso”.
Sulla questione è intervenuta anche Rosa D’Amato, già europarlamentare dei Verdi: “Partendo da questa proposta vogliamo ottenere una partecipazione democratica maggiore, ma naturalmente non basta ad agevolare l’accesso del mondo femminile alla politica. Questa società patriarcale comporta molte difficoltà per le donne, costrette a fare i salti mortali per conciliare lavoro, famiglia e attivismo. Sarebbe molto più semplice dare voce alla nostra passione politica se i servizi sociali, ad esempio, fornissero il supporto adeguato. L’appello, intanto, è cambiare subito la legge regionale e fare in modo che i cittadini possano votare obbligatoriamente un uomo e una donna”.


