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“L’8 e il 9 giugno si torna ad essere protagonisti. Si vota perchè con il referendum noi cittadini siamo in grado di essere legislatori e cancellare e correggere leggi ingiuste. Perchè non accettiamo, come Cgil e come Comitato Referendario, l’idea che la precarietà di vita e di diritti possa essere la normalità in questo Paese. Chiediamo di votare sì perché siamo contro l’idea che uno possa lavorare e al contempo non vedersi riconosciuti diritti primari come la sicurezza o la giusta in caso di licenziamento illegittimo, o non essere addirittura considerato cittadino della nazione in cui manda i suoi figli a scuola e paga le tasse”. Il segretario generale della Cgil di Taranto Giovanni D’Arcangelo presenta così l’iniziativa referendaria dell’8 e il 9 giugno. Cinque i quesiti proposti, quattro dei quali sono dedicati ai diritti dei lavoratori e uno al diritto di cittadinanza per chi vive, risiede e lavora stabilmente nel territorio italiano.
D’Arcangelo, perché si è arrivati al referendum?
“Perché i governi sono sordi, non sentono il grido delle persone che vivono il dramma della precarietà; sono chiusi nelle loro stanze e se gli parli del numero di persone che non ce la fa ad arrivare a fine mese ti rispondono con i dati della borsa finanziaria. Ci hanno detto che la flessibilità era bella e moderna e invece si è dimostrata angosciante e dannosa. Quindi al Referendum si arriva dopo aver registrato, prima la solitudine che come Cgil abbiamo provato di fronte alla cancellazione dell’art. 18, e poi attraverso la constatazione della crisi esistente. Quando ogni anno centomila giovani, tra laureati e diplomati, scelgono di lasciare l’Italia, credo che non ci sia più da aggiungere molto. Così come resta incommentabile il dato sulla povertà che ora colpisce anche chi il lavoro ce l’ha, o quello sulla mancata crescita salariale e l’inaccettabile tributo di vita umane perse mentre si lavorava.
I dati territoriali peggiorano il quadro d’insieme. Il tasso di occupazione in provincia di Taranto è pari solo al 38,4%, gli inattivi (non studiano e non lavorano) sono il 49,8% e sono terribili le cifre della Naspi e della Cassa Integrazione. Oltre 23mila persone ricevono l’assegno di disoccupazione e oltre 16.500 sono in Cassa. Dato quest’ultimo destinato a salire alla luce della condizione di grande difficoltà che sta attraversando l’acciaieria tarantina. Abbiamo un Paese e un territorio sull’orlo di un precipizio e il lavoro deve tornare ad essere centrale nel dibattito politico tornando però ad essere degno e sicuro per tutti”.
Cosa accadrebbe se vincesse il sì?
“Tutti i quesiti sono abrogativi e chiedono quindi la cancellazione di norme considerate ingiuste. Quello che succede per davvero è che se si raggiunge il quorum e vince il Sì le leggi che chiediamo di cancellare sono di fatto abrogate, non c’è neanche bisogno di passare dal Parlamento. Ecco perché i cittadini hanno una responsabilità e un’occasione da non perdere votando 5 sì.
Il primo sì riguarda l’abrogazione del d.lgs 4 marzo 2015. Con il Jobs Act, chi viene licenziato senza giusta causa da aziende con più di 15 dipendenti non ha più diritto al reintegro: oggi riceve solo un risarcimento in denaro. Se vince il sì, torna la possibilità per il giudice di sentenziare il reintegro sul posto di lavoro.
Il secondo sì riguarda l’abrogazione dell’art. 8 della Legge 15 luglio 1966. Oggi se lavori in una piccola azienda (meno di 16 dipendenti) e vieni licenziato senza motivo, hai diritto solo a un massimo di 6 mesi di risarcimento. Se vince il sì, avremo un risarcimento più equo, calcolato in base a quanto guadagna l’azienda, alla tua età e al tuo carico familiare.
Il terzo sì chiede l’abrogazione dell’art. 19 del d.lgs 15 giugno 2015 n. 81. Oggi in Italia le aziende possono farti un contratto a tempo determinato fino a 12 mesi senza neanche dover spiegare il perché. Se vince il sì, tornerà l’obbligo di indicare le vere ragioni di un contratto temporaneo, come maternità, stagionalità, picchi di lavoro.
Il quarto sì è tutto incentrato sul tema della sicurezza sul lavoro e chiede l’abrogazione dell’art. 26, comma 4, del decreto legislativo 9 aprile del 2008.Oggi, in Italia, se ti fai male lavorando in un appalto, la responsabilità è solo dell’azienda appaltatrice. Ma spesso chi organizza davvero il lavoro, cioè l’azienda che ha indetto l’appalto, non risponde di nulla. Se vince il sì, anche l’azienda committente dovrà rispondere legalmente e in solido in caso di incidenti o mancanza di sicurezza.
Il quinto sì è sul diritto alla cittadinanza e chiede l’abrogazione dell’art. 9, comma 1 della Legge 5 febbraio 1992. Oggi, se vivi, lavori o studi in Italia ma non sei cittadino dell’Unione Europea devi avere 10 anni di residenza continuativa (più altri requisiti di reddito, regolarità fiscale, conoscenza della lingua italiana e assenza di reati) per chiedere la cittadinanza. Se vince il sì, il requisito minimo di residenza si riduce a 5 anni”.
Cosa ne pensa dell’invito al non voto?
“Io ho sempre avuto rispetto verso chi la pensa diversamente da me. In questi giorni mi sta capitando di incontrare chi la pensa diversamente, è il bello della democrazia. Ma chi non è d’accordo con i 5 sì merita rispetto se va a votare no. Chi, invece, invita all’astensione calpesta un diritto che è stato conquistato anche con il sangue nel secolo scorso. Se poi invita all’astensione il presidente del Senato, la seconda carica dello Stato allora è davvero grave, perché il diritto al voto è costituzionale, e quello lì ha giurato sulla Costituzione per occupare un posto nelle Istituzioni. Votare è un gesto semplice, ma fondamentale. Quando dicono ‘non vi riguarda’, quello è il momento in cui ci riguarda davvero! Per questa ragione per noi il voto è la nostra rivolta, perché di fronte a certa irresponsabilità si risponde con la partecipazione”.
Basta assentarsi dal voto. Per secoli il popolo non aveva diritto di votare ora il diritto lo abbiamo e dobbiamo esercitarlo. Serve migliorare la democrazia diretta, perché mentre per eleggere un sindaco, un deputato o un presidente di regione non ci sono quorum da superare, per i referendum invece serve superare il 50 % degli aventi diritto. Possiamo eleggere un sindaco con il 25% mentre quando i cittadini possono immediatamente decidere interviene un ostacolo quasi insormontabile. Ad esempio nel caso del parlamento, che elegge il governo, è sufficiente una minoranza assoluta e per i referendum ci vogliono oltre 26 milioni di votanti altrimenti decide chi non vota. Un’ASSURDITA’ TOTALE. Si può eleggere un governo che fa mille leggi anche se la maggioranza vince l’elezione con 10 milioni di voti e non si può abrogare una sola legge con 20 milioni di votanti. Si vuole cambiare la costituzione per delle sciocchezze ma non per dare potere ai cittadini.