“Un giorno anche la guerra s’inchinerà al suono di una chitarra”, diceva Jim Morrison. Ed è con questa suggestione, sospesa tra utopia e consapevolezza, che si è aperto uno dei momenti più intensi del Medimex 2025. Il panel “La musica salverà il mondo?”, moderato dal veterano Carlo Massarini, ha riunito sul palco nomi di peso come Michele Riondino, Diodato, Ghemon, Don Letts e Anna Castiglia, per riflettere – senza retorica – sul valore sociale, culturale e persino politico della musica.
Michele Riondino ha aperto il confronto con toni lucidi e disillusi: «Il mondo precipita, si sono sovvertiti tutti i piani. Non credo che la musica possa salvarlo, come neppure l’arte. Ma può darci strumenti per leggere il reale in modo diverso». L’attore e regista ha rivendicato la forza interpretativa dell’arte, la sua capacità di proporre lenti nuove per guardare il mondo, e ha sottolineato come esperienze come l’Uno Maggio Taranto e il Medimex abbiano riacceso la necessità collettiva di essere raccontati e rappresentati: «Sono trappole bellissime, di cui non possiamo più fare a meno».
Per Diodato, direttore artistico di uno dei progetti speciali di quest’anno – Le Strade del Mediterraneo – la musica è una forma di resistenza ma anche di rinascita personale e collettiva: «L’Uno Maggio ha aiutato Taranto a sentirsi meno invisibile. Non ha prodotto la rivoluzione che sognavamo, ma qualcosa è cambiato: la gente ha iniziato a lottare di più per i propri diritti». Per il cantautore, le canzoni sono spesso domande più che risposte, strumenti di contatto umano e occasioni per chiedersi se davvero vogliamo salvarci. «Prima di salvare il mondo, dobbiamo provare a salvare noi stessi. E la musica può accompagnarci in quel tentativo».
Più amaro e tagliente l’intervento di Ghemon, che ha spiegato i motivi del suo temporaneo abbandono della scena musicale per dedicarsi al teatro comico: «La musica che mi aveva ispirato era intrisa di contenuti, di valori. Ma nell’industria attuale quei valori non li riconosco più. Se fuori il mondo è volgare e misogino, la musica ne è lo specchio. Il rap racconta quello che c’è là fuori. Per questo, prima che la musica, è il mondo che ha bisogno di salvarsi». Eppure, un barlume di fiducia resta: «Spero che il mondo cambi, così da poter tornare, ogni tanto, al mio primo amore con più leggerezza».
Tra le voci più forti, quella di Anna Castiglia, giovane artista e fondatrice del collettivo femminista “Canta Fino a Dieci”: «Il mio punto di vista è diverso, forse più lontano, forse più vicino. Ma penso che la musica non possa cambiare nulla finché le viene attribuito solo un ruolo di intrattenimento. Va restituita alla musica la responsabilità culturale che ha perso». Con il suo collettivo, Castiglia lavora per ridare spazio e voce alle donne nella musica, sul palco e dietro le quinte, rivendicando il valore politico dell’arte e dell’identità.
Il panel si è trasformato in un viaggio attraverso sensibilità, generazioni e approcci diversi. E ha lasciato, più che risposte, nuove domande. La musica può salvare il mondo? Forse no. Ma può ancora scuoterlo, interpretarlo, dargli un ritmo diverso. E forse, come ha suggerito Diodato, basta iniziare salvando se stessi.

