“Sono cresciuto in un’epoca in cui la musica serviva a cambiare la mente, non a cambiare le sneakers”, è una delle tante frasi da tenere a mente che ha pronunciato il 69enne Don Letts, regista, dj e produttore di origini giamaicane, considerato il quinto componente dei Clash (band inglese che ebbe un enorme successo tra la fine degli anni’70 e gli inizi degli anni ’80, dando vita a contaminazioni tra punk e reggae),  ospite qualche giorno fa di un interessante talk al teatro Fusco di Taranto, magistralmente condotto dal giornalista musicale Carlo Massarini nell’ambito delle iniziative collaterali del Medimex 2025.

Letts arrivò alla notorietà intorno al 1977 come dj del Roxy club di Londra, dove si sperimentava una fusione di generi e culture nota come “punky reggae party”. Don ha realizzato quasi 400 video clip musicali. Il primo in assoluto fu per i P.I.L. di John Lydon, seguito da “London Caling” dei Clash. Ed ancora, tra gli altri,  The Pretenders, Elvis Costello, Big Audio Dynamite, The Pogues, Eddy Grant, e Bob Marley (“One Love”).

Attualmente è dj radiofonico del programma culto “Culture Clash” su BBC6. Suoi lavori sono stati esposti presso il N. Y.C, The Institute of Contemporary Art. Nel marzo 2003 ha vinto un Grammy per il suo documentario ‘Westway To The World’, proprio sui Clash.

Con Carlo Massarini, Letts ha raccontato la parabola di un gruppo che a dispetto di una carriera breve (cinque anni, dal 1977 al 1982) ha lasciato un solco importante nella storia della musica. Il dj e produttore giamaicano è stato a fianco dei Clash in tutta la loro breve e condensata parabola artistica, realizzando alcuni dei loro più iconici video (da London Calling a Rock the Casbah).

“Solo cinque anni, più o meno, ma sono sembrati molti, molti di più. Quando non erano in studio erano costantemente in tour. Alla fine, erano stremati. Avevano dato tutto. A livello creativo è stato uno sforzo tremendo”, spiega Letts – “Credo che nella storia del rock dopo Lennon e McCartney, Mick Jagger e Keith Richards ci siano, come autori e compositori, Joe Strummer e Mick Jones (rispettivamente cantante e chitarrista dei Clash, ndr). Lo scioglimento del gruppo è stato qualcosa di molto doloroso per tutti. Credo comunque che sia stato importante anche scegliere di finire in quel modo, senza prendere in giro nessuno. Meglio seguire l’esempio dei Beatles che rischiare di diventare come i Rolling Stones”.

I Clash sono il gruppo che più di ogni altro sintetizzò bene quell’insieme di suoni, atteggiamenti, rabbia e sogni che pervase l’Inghilterra (e non solo) alla fine degli anni Settanta: in una sola parola il punk.

“Il punk è stato un movimento completo. Ha prodotto musica, arte, moda, tutto sulla base della filosofia del ‘do it yourself’, fai da solo. Anche oggi ci sarebbe bisogno del punk rock. Avremmo bisogno, soprattutto, di politici con lo spirito del punk rock”.

Tra gli aneddoti raccontati sul palco del Fusco c’è quello che riguarda la foto del disco Black Market Clash che ritrae un giovane che fronteggia un cordone di poliziotti. Quel giovane è Don Letts e la foto fu scattata durante gli scontri del Carnevale di Notting Hill Gate del 1976. “Partecipai agli scontri ma andò diversamente da quanto fu raccontato. C’erano anche Joe Strummer e Paul Simonon, e mi ritrovai in una posizione di pericolo: ero in mezzo a una strada, alle mie spalle c’erano tanti giovani neri con bastoni e sassi e di fronte a me c’erano i poliziotti. Ero davvero nel posto sbagliato al momento sbagliato. Volevo scappare e mettermi al sicuro. La prospettiva di quello scatto ha tratto in errore tante persone”.

“In quel periodo gestivo l’Acme Attractions, un negozio di abbigliamento vintage che si trovava a Chelsea. Oltre ai vestiti vendevo delle cassette con i tanti 45 giri di reggae che mi arrivavano dalla Giamaica. Joe Strummer e soprattutto Paul Simonon dei Clash mi venivano a trovare al negozio per ascoltare tutta quella musica. La nostra amicizia e la nostra collaborazione cominciarono così». Da quel negozio passarono tante star della musica di quegli anni anche Bob Marley e Patti Smith.

“La società inglese di quel periodo era profondamente razzista. Noi figli dei migranti giamaicani pur essendo nati in Inghilterra eravamo ai margini, non avevamo prospettive, nessuna speranza per il futuro” – ricorda Don Letts – “La musica giamaicana, dallo ska al reggae, diventò il mezzo per unire i giovani neri e bianchi. Lottavamo insieme contro il razzismo seguendo il ritmo del reggae, ascoltando gli artisti giamaicani, primo fra tutti Bob Marley, che in quel 1977 si stabilì a Londra.

Un altro simpatico aneddoto raccontato riguarda l’incontro con il regista italiano più apprezzato nel mondo,  Federico Fellini, al quale, nel corso di un festival cinematografico, fu fatto vedere il video del singolo This is Radio Clash (1981).  Il Maestro del cinema gli disse che aveva la visione di un terrorista… Don Letts lo prese come un complimento!

Credit foto pagina internet Don Letts

I Clash hanno mostrato la strada a diverse generazioni, hanno puntato il dito contro il razzismo e le diseguaglianze sociali, hanno fatto conoscere al proprio pubblico il ritmo del reggae e lo stile di quella che poi sarebbe diventata la ‘old school’ dell’hip-hop che loro stessi avevano avuto di conoscere da vicino dopo un tour promozionale negli States ad inizio anni ‘80. Hanno assorbito come spugne varie culture musicali, si sono lasciati contaminare e questa è stata la formula del loro successo. Non si fecero imprigionare dal punk ma cominciarono ad inglobare influenze provenienti da diversi generi come il funk, il rap, la disco, il reggae e la world musicAnche se poi, il rischio di finire negli ingranaggi dell’industria discografica, allora molto potente, è alto, tanto da far affermare a Don Letts che il music business (le etichette discografiche, ndr) è stata bravo ad impacchettare la ribellione.

“Ogni generazione ha bisogno della sua colonna sonora”, ha sentenziato Don Letts che prova grande riconoscenza per i Clash: “La band è stata una grande parte della mia vita e mi ha aiutato a diventare il filmmaker che sono oggi”,

E la musica attuale? “Continua ad avere il potere di cambiare il mondo ma ha bisogno dell’azione delle persone, altrimenti è soltanto una colonna sonora per un consumismo passivo, come è oggi. Purtroppo, sono cambiate l’aspirazione di chi fa musica e l’aspettativa di chi l’ascolta. Ai miei tempi, la musica cambiava le menti, oggi le Sneakers”.

 

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