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Come avevamo ampiamente anticipato due settimane fa, sarà firmata l’intesa sull’Accordo di Programma Interistituzionale attualmente in esame, in relazione alla vicenda ex Ilva. La data cerchiata in rosso è quella del 15 luglio, giornata nella quale è stata aggiornata la riunione odierna tenuta al ministero delle Imprese e del Made in Italy, alla quale parteciperanno anche le organizzazioni sindacali (sino a questo momento escluse dal tavolo e che potrebbero recitare un ruolo di un certo peso).
Otto ore nelle quali il ministro Adolfo Urso, affiancato dai tecnici del ministero dell’Ambiente e della Salute, si è confrontato con i rappresentanti delle istituzioni locali (il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, il sindaco di Taranto Piero Bitetti (affiancato dal consigliere Gianni Florido), il sindaco del Comune di Statte Fabio Spada, il presidente della Provincia di Taranto Gianfranco Palmisano, il commissario straordinario dell’Autorità di sistema portuale del Mar Ionio Giovanni Gugliotti), ed i commissari straordinari Giancarlo Quaranta, Giovanni Fiori e Davide Tabarelli. Presenti anche l’assessora regionale all’Ambiente Serena Triggiani, il Direttore del Dipartimento Ambiente, Paolo Garofoli, il presidente del comitato SEPAC, la task force lavoro della Regione Puglia Leo Caroli, la coordinatrice dell’Avvocatura regionale Rossana Lanza, dai responsabili dipartimenti Attività Produttive Gianna Elisa Berlingerio e Comunicazione Istituzionale Rocco De Franchi, dal direttore generale di Arpa Puglia Vito Bruno.

Una riunione, quella romana, nella quale si è entrati ancor di più nel merito delle questioni dirimenti sul tavolo (rispetto a quanto era già avvenuto nell’incontro dello scorso 25 giugno). E nella quale sono rimaste fuori le pacchiane e smodate prese di posizione demagogiche che siamo costretti ad ascoltare ininterrottamente da settimane, da parte di esponenti di partiti, enti, associazioni datoriali, società civile e pseudo intellettuali di ogni genere.
Due gli scenari sul tavolo. Il primo prevede l’installazione nel siderurgico di Taranto di tre forni elettrici e di tre impianti di produzione del DRI (preridotto) in un arco temporale di 8 anni rispetto agli iniziali 13 previsti. Questo scenario prevederebbe la presenza nella rada di Mar Grande della nave gasiera, che non verrebbe più posizionata all’altezza del Molo Polisettoriale né a 12 miglia dalla costa: bensì a 3 miglia, presso la Diga Foranea, ipotesi che il neo presidente dell’Autorità Portuale di Sistema del Mar Ionio, Giovanni Gugliotti, aveva accennato durante il suo intervento in audizione presso la V commissione Ambiente della Regione Puglia nella giornata di ieri.
Questa ipotesi proteggerebbe la nave dal mare mosso (durante il quale il rifornimento di gas verrebbe interrotto e quindi non sarebbe continuo), libererebbe il Molo Polisettoriale che, al di là dei pochi traffici di merci container, sarà interessato dall’hub per gli impianti eolici offshore e avrebbe la stessa fattibilità del progetto attuato a Ravenna, visto che il fondale alla Diga Foranea è di 24 metri.
Il secondo scenario invece, prevede la rinuncia alla nave gasiera e quindi all’installazione dei tre impianti di produzione del DRI. Che verrebbero costruiti altrove, sempre al Sud in quanto il miliardo di euro con cui è finanziato il progetto in capo a DRI d’Italia (società controllata al 100% da Invitalia) è attinto dalle somme previste dal Fondo per lo Sviluppo e la Coesione 2021-2027 per il Meridione.
Venendo meno la nave gasiera, il gas necessario all’alimentazione della centrale elettrica e dei tre forni elettrici (che riceverebbero il preridotto dagli impianti realizzati altrove) arriverebbe in parte dall’immissione di un maggiore quantitativo di metano nel gasdotto TAP (senza quindi aspettare i tempi di realizzazione per il raddoppio dello stesso) e in parte dalla rete SNAM (presente al tavolo odierno con i suoi tecnici) che potenzierebbe il suo rifornimento e potrebbe anche realizzare una nuova condotta. Tempo stimato per questo secondo scenario non meno di 7 anni.
In entrambi gli scenari è previsto l’impianto di desalinizzazione (anche se non è chiara l’area in cui sarebbe realizzato). Così come una produzione annua di sei milioni di tonnellate.
L’impegno finanziario per la realizzazione dell’impianto di desalinizzazione e dei forni elettrici sarà a carico del futuro investitore privato. Altra incognita, al momento, resta la questione legata ai livelli occupazionali, che in entrambi gli scenari potrebbero vedere degli esuberi, in particolar modo nel secondo, in quanto verrebbe meno il personale da impiegare negli impianti di produzione del DRI. Ma questo aspetto sarà attenzionato nell’incontro del 15 luglio, anche se probabilmente soltanto a livello teorico più che pratico.

Quanto avvenuto a Roma farà slittare di una settimana, la riunione della Conferenza dei Servizi per il riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale prevista per giovedì 10. Dalla quale dovrà uscire l’eventuale via libera per il decreto del ministero dell’Ambiente in relazione al rilascio della nuova AIA per il siderurgico per i prossimi 12 anni. In realtà, il rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale è più propedeutico alla continuità produttiva dello stabilimento, oltre che a regolare la gestione ambientale e sanitaria della fabbrica. Questo perché, come spiegato più volte su queste colonne, per installare i forni elettrici si dovrà chiedere una nuova AIA. Argomento complesso e spinoso sul quale comunque torneremo nei prossimi giorni.
Anche perché, è sempre bene ricordarlo, all’orizzonte, non troppo lontano, c’è la procedura d’infrazione della Commissione Europea (avviata nel lontano 2013), che attraverso la sentenza della Corte di Giustizia Europea ha previsto la sospensione dell’attività produttiva dell’ex Ilva (non la sua chiusura definitiva) qualora sia accertato dagli enti la presenza di un rischio sanitario minimo non accettabile. E che quindi potrebbe chiedere conto del perché l’Italia in tutti questi anni non abbia operato in tal senso. Ancor più della procedura d’infrazione incombe la sentenza del tribunale di Milano nella causa intentata da un gruppo di cittadini (procura milanese che aveva per l’appunto chiesto il parere alla Corte Europea) con l’attività dell’area a caldo del siderurgico.
Che nelle intenzioni dei Commissari straordinari e del governo dovrebbe tornare a marciare con tre altoforni nel primo semestre 2026. Obiettivo al momento alquanto difficile da realizzare, in quanto non si conoscono ancora i tempi dell’eventuale dissequestro dell’altoforno 1, così come i tempi per la sostituzione del crogiolo e della componentistica per la ripartenza di Afo 2 (già acquistati dalla Cina e dalla Corea) prevista il 31 dicembre prossimo. Sempre che l’altoforno 4 riesca a reggere per i prossimi mesi, visto che viene utilizzato attraverso delle fermate programmate (in quanto anch’esso presenta dei problemi al crogiolo) la cui fermata è prevista soltanto dopo il riavvio di Afo 2.
Dunque, come emerso anche quest’oggi, non ci sarà (almeno per il momento o comunque non per scelta della politica) nessuna chiusura dell’area a caldo o dell’ex Ilva, come inopinatamente lasciato credere dai nostri rappresentanti istituzionali in queste settimane (affiancati dai rappresentati di quei partiti che hanno governato per anni complicando sino all’inverosimile questa vicenda e che oggi cercano anche di fare la morale all’attuale governo). Resta da capire e vedere se e come tutto quello di cui si sta discutendo troverà o meno un suo compimento reale, in che modalità e in quali tempistiche.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2025/06/26/su-accordo-di-programma-si-cerca-lintesa/)