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Il noto psicanalista e saggista Massimo Recalcati ha trovato la formula giusta per intrattenere il suo fedele pubblico: estrapola argomenti dalle sue pubblicazioni e per un’ora li trasforma in lectio magistralis utilizzando un linguaggio accessibile a tutti, intermezzandolo con qualche battuta qua e là davvero divertente.
Venerdì sera per l’Angolo della Conversazione allo Yachting Club ha scelto come tema la gelosia, ieri sera Pulsano ha parlato dell’elogio del perdono, al Salento Book Festival di Cutrofiano, giovedi sera, ha trattato i conflitti e i tormenti che caratterizzano il rapporto tra fratelli e sorelle mentre il giorno prima al Festival del Libro Possibile di Polignano a Mare ha illustrato il concetto di libertà e di dipendenza del genere umano.
Non solo, Recalcati concede un’appendice di un quarto d’ora abbondante in cui interagisce con il pubblico mantenendo alto (anzi, elevandolo ulteriormente) il livello di interesse verso gli argomenti della serata.
TRADIMENTO
Recalcati, rompe subito il ghiaccio con l’uditorio tarantino, collegando la partecipazione dello scorso anno – Le forme dell’amore – Corriere di Taranto– a quella attuale attraverso il riferimento ad una paziente che tradisce sistematicamente il marito, la quale nel corso di una seduta psicoanalitica fece un lapsus comico, affermando con una sorta di inconscio umorismo: “Vede dottore le cose si ripetono inesorabilmente, io non riesco a frenarmi, la situazione si sta cornicizzando”. Risate.
Lo psicanalista milanese spiega la spinta a tradire che domina questa donna, incapace di resistere alla tentazione di possedere uomini già impegnati, citando un esperimento molto conosciuto dagli psicologi dell’età evolutiva; chiudere in una stanza dei bambini di età compresa tra i 6 e gli 8 anni, consegnando a ciascuno di loro lo stesso giocattolo.
Quello che è stato osservato è che a un certo punto questi bambini si annoiano del loro giocattolo e si sentono attratti, nonostante fosse uguale a quello posseduto, dal giocattolo nelle mani dell’altro bambino.
In questo esperimento c’è l’essenza del tradimento reiterato della paziente citata: il valore di quegli uomini consiste nel fatto che sono di un’altra donna e questo la spinge in modo irresistibile ad impossessarsene. Una volta accaduto il tradimento, quest’uomo perde valore, l’oggetto diventa inutile e la sua attrazione si rivolge altrove.
GELOSIA
I legami amorosi implicano sempre l’esistenza dell’esclusività. Quando questa esistenza però sconfina in una volontà patologica di possesso? Questa la domanda principale, sulla cui risposta Recalcati ha argomentato
In ogni relazione d’amore, il sentimento dell’esclusività, cioè di essere insostituibile agli occhi dell’amato, definisce la dimensione umana dell’amore stesso. Tale esclusività esige la fedeltà: cioè “tu mi sei fedele perché nella tua fedeltà io riconosco il fatto di essere unico per te”. Dunque l’infedeltà tradisce l’esclusività. Però la fedeltà non può essere l’esito di un imprigionamento, cioè non può essere l’esito di un’appropriazione, non può essere l’esito di un possesso. “Non facendola uscire di casa, esercito il mio potere di appropriazione, lei mi è fedele, ma mi è fedele perché è costretta ad essere fedele. La fedeltà non è un atto di costrizione”.
E qui Recalcati racconta un simpatico aneddoto personale che chiama atto mancato (si dice così in psiconalisi). All’inizio della sua convivenza, una mattina si svegliò per andare allo studio e sbadatamente chiuse la porta a chiave con la moglie, presente tra il pubblico, dentro casa. Dopo un paio di ore la donna chiamò per “farsi liberare”. Secondo Recalcati questo lapsus è un atto mancato: “mi assicuravo inconsciamente della sua fedeltà, attraverso l’imprigionamento”.
La vera fedeltà non è l’effetto di una costrizione. Molti uomini gelosi ricorrono a questi dispositivi patriarcali: l’imprigionamento, la negazione della libertà, attraverso catene visibili e invisibili.
FEMMINICIDIO
Il femminicida è colui che non sopporta la libertà della donna, pensa che la donna sia un oggetto di cui essere il proprietario e quando una donna dice: “ guarda che il nostro amore è finito, guarda che non ti amo più, guarda che ho deciso di cambiare città, guarda che ho deciso di dare un’impronta diversa alla mia vita in cui tu non c’entri più”, l’uomo può reagire a questa manifestazione della libertà ribadendo che: “ tu non sei libera, tu sei mia, tu sei una mia roba (si cita il Mastro- don Gesualdo di Verga)”.
Per Recalcati emerge tutto il riferimento alla cultura patriarcale, che ha dominato in Occidente sino alla rottura degli anni Sessanta col ‘68 e con i movimenti femministi, secondo cui la donna viene concepita come afflitta da una minorità ontologica, cognitiva e morale. L’uomo viene, di conseguenza, autorizzato a esercitare su di essa un potere disciplinare che giustifica anche il ricorso alla violenza.
La cultura maschilista, come figlia naturale dell’ideologia del patriarcato, non è più però, ai tempi attuali, in una posizione dominante. Ma la sua brace non è del tutto spenta.
Nell’identikit psicologico di ogni femminicida e di ogni uomo violento, si trova sempre, ha spiegato Recalcati, una doppia componente di narcisismo e depressione.
Narcisismo: quando la donna dice “io adesso me ne vado, non ti amo più”, sta dicendo” tu non sei più niente per me. Ma se io sono niente per te, allora perdo ogni significato della mia vita”. La violenza maschilista è spinta al dominio sul partner ridotto a proprietà esalta la dimensione narcisistica.
Il narcisismo trapassa poi nella depressione: nella misura in cui tu mi riveli che io non sono tutto, io divento niente. Dunque depressione e il modo per rispondere alla depressione è uccidere. “Un modo fallimentare di rispondere alla depressione (tra l’altro molti femminicidi poi finiscono col suicidio di chi ha compiuto l’atto delittuoso”..
“Il Femminicidio è la profanazione dell’amore”, chiosa Recalcati tra gli applausi. Il tempo è scaduto, via con il firmacopie.
