Per andare oltre il dibattito in corso sul futuro dell’ex Ilva, la via maestra è sempre la stessa: leggere i documenti, studiarli, comprenderli, e soltanto dopo esprimersi. Ci viene in soccorso il verbale della Conferenza dei Servizi del 17 luglio, che abbiamo visionato e letto.
Dal quale si evincono due cose. Primo, che gli enti locali hanno espresso voto contrario (dopo aver approvato un mese prima il Parere Istruttorio Conclusivo) soprattutto per la mancata previsione della decarbonizzazione del ciclo produttivo. Secondo, che la Conferenza ha rigettato una serie di richieste avanzate dall’azienda, concedendole però sei mesi di tempo per proporre altre osservazioni: scelta alquanto inusuale.
Alla riunione presieduta dal Responsabile del procedimento del MASE e dal Direttore della Direzione generale per le Valutazioni Ambientali, erano presenti il Dirigente della Divisione II (incidenti rilevanti e AIA), il Rappresentante unico delle amministrazioni statali, della Commissione istruttoria AIA-IPPC, di ISPRA, tecnici dei ministeri della Salute, dell’Interno e delle Imprese. Oltre a Regione Puglia, Provincia di Taranto, Comune di Taranto e Statte e Commissari straordinari di AdI in A.S. e ILVA in A.S.
Dopo l’intervento delle associazioni Peacelink e Legambiente e dell’on. Rosa D’Amato (che hanno denunciato la mancata pubblicazione di gran parte della documentazione e che l’AIA fosse aggiornata con l’Accordo di Programma), il Presidente della Regione Puglia ha dichiarato il suo parere negativo chiedendo la totale decarbonizzazione dello stabilimento, pur continuando la trattativa con il Governo per la sottoscrizione dell’Accordo di Programma.
La riunione entrava nel vivo con l’intervento del commissario straordinario di AdI in AS, l’ing. Quaranta. Il 16 maggio l’azienda aveva fornito osservazioni su alcune prescrizioni (come riportato dal nostro giornale): Gestione scorie di acciaieria, Wind Day, Attività portuale e Determinazione dei VLE (Valori Limite Esposizione) per le emissioni convogliate ai camini e agli scarichi idrici finali e parziali. Solo una minima parte sono state accolte, il che per l’azienda comporterebbe una limitazione della produzione a 5 Mt/anno di acciaio.
Il rappresentante della Commissione AIA-IPPC, sostenendo che le osservazioni del Gestore erano state esaminate, passava quindi ad analizzarle. Sulla “Gestione scorie di acciaieria”, è stato chiesto allo stesso di dimostrare che la scoria non deferrizzata possa essere esclusa dalla disciplina dei rifiuti.
Sul tema si sono espressi ISPRA (10/07/2025) e Ministero della Salute (14/07/2025) tramite parere dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS). ISPRA ha chiarito che spetta al produttore verificare se il residuo di produzione si configuri come sottoprodotto o come rifiuto. E che in occasione dell’ultima verifica ispettiva trimestrale sono state visionate le quantità della scoria non deferrizzata ed è in corso l’esatta determinazione della stessa senza evidenziare attualmente criticità. La parte inerte della scoria (deferrizzata) viene infatti già classificata come rifiuto e trattata come tale. L’ISS, in relazione al Regolamento REACH dell’UE delle scorie non deferrizzate, ha concluso che sulla base della Relazione del Gestore le scorie ferrose sono identificate come sostanze UVCB (di composizione sconosciuta o variabile, prodotti di una reazione complessa o materiali biologici).
La Conferenza ha quindi modificato la prescrizione n. 300 prescrivendo al Gestore di presentare entro 6 mesi la documentazione tecnica per verificare se, sulla base di quanto previsto dalla normativa, il residuo di produzione sia da configurarsi come sottoprodotto o rifiuto. Fintanto le attività di gestione della scoria saranno effettuate secondo quanto previsto dall’AIA vigente.

Con riferimento al “Wind Day”, Quaranta ha sottolineato che fu inserito nell’AIA 2012 come misura temporanea nelle more della copertura dei parchi primari e secondari. Osservazione respinta: sono state confermate le prescrizioni al fine di prevenire eventuali incrementi degli impatti sul territorio. In particolare, la prescrizione n. 60 del PIC dell’11/06/2025, prevede la rimodulazione annuale della giornata tipo sulla base del livello produttivo dell’anno precedente, qualora superiore a 2,5 Mt/anno di acciaio.
Anche l’osservazione sull’Attività Portuale (n. 416 del PIC dell’11/06/2025) non è stata accolta, in quanto la velocità ivi indicata di 11 m/s corrisponde a poco più di 20 nodi: condizioni che, secondo la scala di Beaufort (che misura la forza del vento), non consentono il trasferimento del materiale polverulento in sicurezza senza creare effetti ambientali.
I VLE per le emissioni convogliate ai camini, sono stati fissati tenendo conto dei valori vigenti, delle prestazioni dichiarate dal Gestore nell’istanza di rinnovo e nei report annuali. Sulle emissioni di NOx e Sox (ossidi di azoto e zolfo), è stato chiesto al Gestore di trasmettere entro 6 mesi un’istanza di riesame per una completa valutazione. Fintanto, dovranno essere rispettati quelli riportati nella nota del 16 maggio, notevolmente inferiori rispetto all’AIA vigente.
Anche per per gli scarichi idrici finali e parziali (prescrizione n. 81 del PIC dell’11/06/2025), respinta l’osservazione aziendale, perché definita sulla base degli esiti delle verifiche dell’Autorità di controllo e al fine di pervenire al miglioramento continuo del corpo idrico recettore. Tuttavia, la prescrizione è stata modificata alla luce dei dati forniti dal Gestore che mostrano il rispetto agli scarichi parziali dei valori limite, ad eccezione di due parametri relativi a tre scarichi per i quali sono state previste specifiche ulteriori prescrizioni.

Il Gruppo Istruttore ha poi ritenuto opportuno precisare che il PIC dell’11 giugno 2025, approvato all’unanimità, è stato emesso per provvedere alla tempistica prevista dal decreto-legge n. 5 del 30/01/2025. E che elementi ulteriori potranno essere forniti nell’ambito di specifiche istanze di riesame parziale.
Il rappresentante del Mimit escludendo l’eventuale parere negativo all’AIA, ha evidenziato che il PIC contiene oltre 400 prescrizioni per una produzione di 6 Mt/anno di acciaio, rispetto alle 8 Mt/anno richiesta, con alcune che portano ad una ulteriore diminuzione a 5 Mt/anno, per le quali ha chiesto un periodo transitorio di almeno un anno affinché siano oggetto di riesame e vigano, frattanto, le prescrizioni del DPCM del 2017.
La Provincia di Taranto ha poi illustrato lo stato delle garanzie finanziarie prestate dal Gestore. L’ente ha proposto di “allinearsi al periodo minimo di 5 anni previsto per la post-gestione di discariche di inerti dalle richiamate disposizioni transitorie […] (Delibera di Consiglio n.113/2015”. Concorde la Conferenza che ha previsto una maggiorazione della garanzia, da rendere entro 30 giorni dal provvedimento.
Dopo di che, Regione Puglia e Provincia hanno confermato il parere negativo. Sulla stessa linea il Sindaco di Taranto ha detto che sarebbe stato ragionevole subordinare la conferenza alla valutazione complessiva degli aspetti sanitari per la quale il PIC, al contrario, assegna un termine successivo all’approvazione dell’AIA. Anche il Comune di Statte ha espresso parere negativo, chiedendo la trasmissione anticipata del Piano di decarbonizzazione (prescrizione n. 3) da 12 a 6 mesi.
Il Rappresentante Unico delle Amministrazioni Statali ha quindi reso parere favorevole con indicazioni e prescrizioni, alla luce di quanto espresso dai ministeri, in particolare della Salute che ha chiarito che le prescrizioni formulate dall’ISS sono state interamente recepite. La Conferenza, preso atto dei pareri negativi degli enti locali dovuti, tra l’altro, alla mancata previsione della decarbonizzazione, ritenuto l’oggetto del riesame limitato agli impianti esistenti, ha espresso parere favorevole, in conformità al PIC, con gli aggiornamenti approvati in conferenza e al Piano di monitoraggio e controllo reso dall’ISPRA.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2025/07/14/ecco-perche-laia-per-lilva-non-ce-ancora/)
Beh, cambia nulla.. Il risultato è che hanno tanti anni per ottemperare (forse) alle prescrizioni, e possono arrivare a 5 anzichè a 6 milioni di tonnellate..Considerando che già oggi inquina pesantemente con solo 1 milione di tonnellate…
Il problema che leggendo l’accordo di programma di Urso è allucinante pensare che si chiede alla città ulteriori sacrifici in ambito ambientale ,servono altre materie prime di conseguenza dopo che abbiamo un impero tre volte Taranto,cercano ulteriori zone per costruire i nuovi impianti ,qualcosa da non credere …inoltre la desalinazione un altro danno ,ma in quale circolo vizioso e maledetto siamo incappati? Gesù Cristo non né usciremo vivi ,diventerà ancora più oscena Taranto ,ancora più invivibile,se poi aggiungiamo il ricatto occupazionale saremo costretti ad accettare condizioni che salverebbero posti di lavoro per brindisini ,leccesi baresi e tutto l’arco ionico e non per quei pochissimi tarantini che lavorano in quel catorcio di stabilimento dobbiamo ulteriormente sacrificare il territorio per fini che non porteranno mai nulla di buono se non alla distruzione del nostro ecosistema …la siderurgia ha già fatto milioni di vittime a Taranto e provincia ,non possiamo neanche curarci qui che c’è un inefficienza sanitaria allucinante,e poi mettiamo la raffineria ,le discariche più quella nuova che vogliono fare a paolo sesto diventeremo una città cesso più di quella che già siamo ,e poi non ci sono treni ,aerei ,strade ,autostrade ,ospedali cioè non c’è una mazza a Taranto ,una città fantasma , una città scandalosa l’immagine del regresso e della tristezza ,terra di conquista una città fallita .
Buonasera
Il problema non è autorizzare 5 o 6 milioni di tonn di acciaio, ma è trovare un investitore privato che accetti questi limiti produttivi, pur rispettando tutti l dettami e le prescrizioni dell’ AIA.
Assodato che non esiste acciaio green, ma si continuerà ad inquinare nei limiti previsti dalla Legge, è un controsenso limitare ulteriormente la produzione pur rispettando i valori indicati dell’ AIA .
Quando e se sarà possibile l’impianto di Taranto dovrà produrre almeno 6 milioni di tonn di acciaio, perché solo quella produzione può garantire un minimo di redditività e il rientro della maggior parte dei cassaintegrati.
Diversamente va chiuso e basta.
Poi i 12000 dipendenti Adi e Ilva, i 5000 dell’ indotto e le relative aziende si trasformeranno in un esercito di camerieri, affittacamere e cuochi per un turismo sostenibile e Taranto, dopo 65 anni di Italsider e 135 anni di Arsenale diventerà una città Post-industriale, ovvero forse turistica
O forse la città italiana con il reddito procapite più basso.
Saluti
Vecchione Giulio