Compie 40 anni in questi giorni un album di una delle band inglesi più di culto che si sono affacciate nel periodo di quella che era considerata la “British Invasion”, a metà anni ‘80.
“The Head on the Door”, datato 26 agosto 1985, è un disco spartiacque tra il passato dark del gruppo inglese e le incursioni – andata e ritorno – nel pop, che contribuiranno a far conoscere Robert Smith e compagni a un pubblico di ascoltatori più vasto, regalando loro un successo mondiale ed i primi dischi d’oro.
Dopo il flop di The Top dell’anno precedente – più che altro un disco solista di Smith con altri musicisti sotto il nome the Cure – ritornata una band vera e propria, grazie al rientro del bassista Simon Gallup, e agli innesti del batterista Boris Williams ed a quello del chitarrista Porl Thompson (in realtà già membro degli Easy Cure agli albori) ed al collante con il passato Lol Tolhrust – “The Head on the Door” rappresenta un nuovo inizio, l’innesto di nuova linfa vitale per la carriera della band.
I principi del dark decidono di dare alle stampe un album capace di virare decisamente verso un pop-rock più melodico e radiofonico.
Le dieci canzoni presenti rappresentano il tentativo di far conoscere un aspetto diverso dei Cure, quello un po’ più leggero e scanzonato. E’ una sorta di esaltazione della tristezza allegra, del lato più divertente e umoristico del dark – grazie alla presenza di due singoloni da jukebox.
Il primo, ‘In Between Days’, pezzo di apertura del disco, con inedite schitarrate acustiche e tastiere non più tenebrose, ma inconsuetamente dolci e solari, che ricorda molto da vicino i New Order ed il loro pop malinconico, Dalle nostre parti si stampò nel cervello poiché fece da colonna sonora dI un fortunato spot promozionale di Radio Norba.
Il secondo singolo ‘Close to me’, accompagnato da un video azzeccatissimo firmato dal noto regista Tim Pope, in cui si vede la band suonare in una situazione claustrofobica, chiusa in un armadio che ruzzola dalla britannica scogliera di Beachy Head, è un capolavoro di pop-rock ballabile che fece subito centro nelle chart europee grazie all’accoppiata memorabile formata da un riconoscibilissimo riff di pianole ed al languido cantato, a tratti sospitato, di Robert Smith.
Attorno a questi due singoloni, una serie di canzoni che spaziano da una genere all’altro, tra le quali vengono in mente le chitarre spagnoleggianti, un omaggio al flamenco, di “The Blood”, o gli echi orientali di ‘Kyoto Song’, bellissima e originale nella sua costruzione, oppure le chitarre di Push che hanno trasformato questo pezzo in un inno da arena rock con il pubblico trascinato dal ritornello.
Menzione a parte meritano due canzoni che colpiscono al cuore del fan dark più incallito: i brividi di malinconia romantica che regala sin dalle prime note di “A Night Like This”, impreziosita da un bell’assolo di sax e “Sinking”, un pugno nello stomaco per quante emozioni contrastanti riesce a suscitare, ricordando le cose migliori realizzate nel recente passato dalla band inglese.
“The Head on the Door”, segna un passo deciso in una nuova direzione sia compositiva che musicale che si completerà con il successivo triplo album ‘Kiss me, Kiss me, Kiss me, che vedrà i Cure seguire più direttrici musicali.