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Fermo pesca, si levano le proteste

Barche ferme nei porti, reti a terra e proteste sempre più accese. Dall’1 settembre è entrato in vigore il fermo pesca obbligatorio in Puglia e Calabria: una misura che riguarda le marinerie di Taranto, Gallipoli, Corigliano Calabro, Crotone e Reggio Calabria e che durerà per tutto il mese, come stabilito dal decreto ministeriale del 18 marzo 2025.

Il blocco, anticipato rispetto al tradizionale stop autunnale, ha innescato un’ondata di malumore nel settore, perché deciso – denunciano le categorie – senza alcun confronto con pescatori, ristoratori o rappresentanti territoriali.

Le proteste si alzano dai pontili dei pescatori e dalle cucine dei ristoranti, accomunate dalla stessa difficoltà.

«Settembre – spiega un ristoratore del centro storico di Taranto – non è un mese qualsiasi. Qui il turismo continua fino a ottobre, la gente chiede pesce locale e fresco. Con la pesca ferma, ci costringono a cercare forniture da fuori, con qualità incerta e costi più alti. È una scelta sbagliata nei tempi e nei modi».

Duro anche il giudizio degli operatori del mare: «Il fermo avrebbe senso a maggio o giugno, quando c’è la riproduzione del pesce. Ma a settembre no: si blocca tutto proprio quando possiamo lavorare di più. E intanto, le grandi flotte industriali di altre regioni continuano a pescare qui con metodi invasivi come lo strascico. Chi tutela davvero il mare?».

A peggiorare il quadro, la scarsa copertura economica. Per ogni giorno di fermo, i pescatori riceveranno un’indennità di 30 euro, una somma considerata “ridicola” in rapporto alle perdite subite. «Ancora stiamo aspettando i soldi del fermo dello scorso anno. Ci bloccano nel periodo peggiore e senza garanzie», sbotta un armatore del porto.

La tensione cresce anche sul fronte commerciale. I ristoratori parlano di immagine compromessa e offerta gastronomica penalizzata. «Se i turisti chiedono prodotti locali e noi non possiamo offrirli, chi ci rimette è tutto il territorio. Il pesce importato non ha lo stesso sapore, né la stessa storia. E senza qualità, l’attrattività turistica si affievolisce», commenta un operatore del settore food.

«È una decisione – aggiunge – calata dall’alto e in totale controtendenza con quello che accade: la stagione si è allungata, e noi ci troviamo a corto di prodotto proprio ora. Per cambiare rotta servono tavoli tecnici veri, non misure-tampone che non risolvono nulla e tolgono stabilità a un settore già fragile».

Da Taranto arriva un appello urgente alla Regione Puglia affinché si attivi con il Governo per aprire un tavolo di crisi. «Chiediamo alla Regione di farsi promotrice di un confronto strutturato, con Asl, CNR, Università, Capitaneria e tutti i soggetti coinvolti. Il comparto ha bisogno di regole chiare, sostenibili e condivise, non di interventi spot».

Il malcontento non nasce dal principio del fermo in sé, ma dalle modalità e dalla tempistica: «Non siamo contrari al rispetto del mare, è una risorsa da tutelare – affermano Francesco Falcone e Angelo Matacchiera di CON Taranto – ma questo fermo, deciso all’improvviso, senza tavoli di confronto e senza ascoltare il territorio, è solo un palliativo che pesa sulle economie più fragili».

Il fermo è partito, ma il malumore non si placa. Sul molo di via Garibaldi a Taranto, la Guardia Costiera vigila sul rispetto delle disposizioni, mentre il mare resta calmo e silenzioso. Troppe reti restano vuote, non solo quelle da pesca: anche quelle di tutela, ascolto e programmazione.

E intanto, in attesa di risposte concrete, i pescatori guardano l’orizzonte con le barche ormeggiate, sapendo che a fine mese potrebbe essere già troppo tardi.

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