Ci sono voluti cinque anni e mezzo. E probabilmente altri ce ne vorranno ancora, con la concreta possibilità che sulla vicenda non sarà mai fatta piena luce. Ma quanto accaduto durante le ultime udienze della fase preliminare del processo ‘Ambiente Svenduto’ ripartito presso il tribunale di Potenza, ha riacceso una seppur flebile speranza.

Al termine degli interventi in aula dell’avvocato Pasquale Annicchiarico, difensore dell’ex patron dell’Ilva Nicola Riva, il giudice dell’udienza preliminare Francesco Valente ha infatti ordinato alla procura lucana di ritrovare entro il prossimo 31 ottobre, il fascicolo sull’inchiesta riguardante l’inquinamento provocato dalla Marina militare nel Mar Piccolo di Taranto.

Di cosa stiamo parlando forse lo ricordano in pochi tra i nostri lettori, ed ancor meno i cittadini. Ma è un qualcosa di cui ci siamo occupati a lungo sulle colonne di questo giornale negli ultimi dieci anni. E su cui abbiamo scritto decine di articoli ancor prima, sul quotidiano locale TarantoOggi a partire dai primi anni duemila. E’ tutto documentato ed è ancora oggi presente nel web o in emeroteca.

Un qualcosa che in molti in questa città hanno volutamente ignorato, anche tra le anime belle della società civile che si occupa delle tematiche legate all’ambiente (nonostante tra i primissimi ‘ambientalisti’ dell’epoca vi fu chi già denunciò tale situazione negli anni novanta), perché non corrispondeva al teorema secondo il quale tutto l’inquinamento presente sul nostro territorio appartenesse solo e soltanto, se non in larghissima parte, all’attività industriale dell’ex Ilva.

Teorema sposato in pieno anche dalla procura di Taranto, e di cui ha sempre giovato la Marina Militare stessa che da sempre in questa città gode di una sorta di immunità permanente (come avviene al pari dell’Eni e delle discariche o di altri impianti), nonostante una serie importante di studi (realizzati ISRPA, ICRAM, CRN, ARPA Puglia, Provincia di Taranto e Regione Puglia) abbia accertato come le attività dell’Arsenale Militare di Taranto abbiano avuto un’incidenza notevole, se non determinante, nell’inquinamento del primo seno del mar Piccolo (in particolar modo per le aree denominate ‘area 170 ha’ ed ‘area ex IP’). E che quindi i mitili presenti in esso e i relativi sedimenti marini non siano stati avvelenati solo e soltanto dalla diossina, dal Pcb e da altre sostanze tossiche emesse dai camini e dagli scarichi del siderurgico.

Una delle udienze del processo di primo grado del processo ‘Ambiente Svenduto’

Ma a cosa ha fatto riferimento l’avvocato Annicchiarico durante le ultime udienze, tanto da portare il gup Valente a voler riaccendere il faro su una vicenda di oltre 25 anni fa?

Il legale ha ricordato quanto avvenne durante le udienze del 12 e 17 febbraio 2020 nell’aula bunker della Procura di Taranto situata nel quartiere Paolo VI, dinanzi alla Corte d’Assise di Taranto presieduta dal giudice Stefania D’Errico, e del giudice a latere Fulvia Misserini, nel corso del processo di primo grado. Quando fu audito Fernando Severini, teste a prova contraria della difesa, Ispettore del lavoro e responsabile della Sezione di P.G. dell’Ispettorato, Sezione Tecnica, per quarantatré anni, fino al primo dicembre 2012.

In quelle due lunghe udienze, Severini dichiarò di aver partecipato in passato ad una attività di indagine svolta dall’ex pm Vincenzo Petrocelli (scomparso nel 2011), relativa a delle attività collegate con l’Arsenale di Taranto. Un’indagine, partita nel novembre del 2005, che inizialmente aveva lo scopo di verificare le condizioni di lavoro – da un punto ambientale, della sicurezza sui luoghi di lavoro e tutela della salute – del personale della ex area imprese (‘ex area IP’) all’interno dell’Arsenale. E che portò al sequestro dell’intera area, pari a 20.000 metri quadri, di tutti gli insediamenti – circa settanta fra officine, officinette, installazioni – proprio a causa delle precarie condizioni in cui si trovavano, alla presenza di prodotti, sostanze e materiali altamente tossici e nocivi.

Situazione che all’epoca fu confermata anche dal Genio Militare della Marina e dal servizio di sicurezza interna dell’Arsenale della Marina Militare. Che informarono il Severini, dichiarò il teste in aula, di aver redatto nel 2003 una relazione nella quale era stato riportato “che era assolutamente impossibile portare in avanti l’esercizio del bacino per condizioni strutturali precarissime ed estreme condizioni di pericolosità”.

L’attività di indagine andò avanti fino all’estate del 2006 ed oltre alle sospensioni delle attività lavorative, portò come ultimo atto eseguito al blocco del bacino Brin nel quale però c’era un sommergibile della classe Sauro in manutenzione, il che comportò un ritardo delle operazioni. Poi però, l’indagine venne bloccata. Severini fu fermato nell’esercizio delle attività ispettive, con il pm Petrocelli che non potè più consentire l’accesso all’interno dell’area marina. Il giorno dopo sarebbe dovuto toccare al bacino Ferrati, adiacente al bacino Brin, nel quale c’era una nave da guerra in manutenzione.

Tra l’altro, il teste in aula dichiarò che gli fu anticipato “dal Comandante del SIOS e da alcuni miei informatori interni dell’Arsenale, che sarei stato bloccato. Cosa che poi in effetti si è verificata, perché ci fu un incontro tra l’allora direttore di Marinarsen e il mio dirigente. Lì mi è stato riferito, dall’informatore presente all’incontro, che avevano concordato che io quell’indagine non avrei dovuto più continuarla. E si è verificato“. Il SIOS era il Servizio informazioni operative e situazione, un’articolazione dei servizi segreti italiani, costituito all’interno di ciascuna delle forze armate italiane, sostituito dal 2001 dal II Reparto Informazioni e Sicurezza dello Stato Maggiore della Difesa, attraverso i suoi uffici, come il Centro intelligence interforze.

Un’indagine dunque molto ‘pesante‘ che creava problemi ad alti livelli. Ed infatti, la mattina in cui sarebbe dovuto avvenire il sequestro, tutto venne bloccato. Dichiarò Severini in Corte d’Assise: “Procedetti al fermo ai sensi del 55 del C.P.P. La sera finii tardi. Chiamai il Dottor Petrocelli il quale mi disse però “Va beh, adesso è già tardi. Ci vediamo domani mattina in Procura”. Alle otto ero già lì. Mentre stavo arrivando, il Dottor Petrocelli stava uscendo dalla stanza perché era stato chiamato dal Procuratore. L’ho ho atteso. Mi ha detto: “Aspetta qualche minuto. Facciamo quello che dobbiamo fare”. L’ho atteso per ore. Dopo qualche ora, è tornato mortificato e mi ha detto: “Non se ne fa più nulla. Non posso…”.

Il tribunale di Taranto

Passando all’aspetto ambientale della vicenda, quello più importante anche ai fini del processo sull’ex Ilva, le dichiarazioni di Severini furono precise, dettagliate, senza tentennamenti. Dichiarò che sin dal primo giorno di ispezione, accompagnato dal nucleo del NIL (Nucleo Ispettorato del Lavoro) dei Carabinieri, “mi sono accorto, oltre che della presenza di notevolissime quantità di amianto un po’ ovunque sul terreno sul quale insistevano tutti gli insediamenti delle imprese private dell’“ex area IP” (“Industrie Private”), che veniva denominata “Shangai”. Osservai terreni crudi contaminati, impregnati di qualsiasi tipo di sostanza nociva, solventi, diluenti, oli sintetici sulla nuda terra. Il problema era quello che, durante le piogge oppure per acque di altra provenienza che dilavavano il terreno, finiva tutto quanto direttamente in mare. In Mar Piccolo – ancora peggio – scoprii per caso durante questi passaggi da un viottolo all’altro, delle canalizzazioni ben mimetizzate – delle tubazioni – che scaricavano direttamente a mare da pozzetti che erano stati realizzati nell’area ex imprese“.

Severini testimoniò di aver chiesto ad ARPA Puglia e ad un laboratorio di analisi indicato dalla Marina Militare (di Marconia, in provincia di Matera), di effettuare una caratterizzazione dei contenuti di queste canalizzazioni. “In queste canalizzazioni furono trovati, oltre che quantitativi di solventi, diluenti, oli minerali eccetera, anche quantitativi di PCB (il PCB è il policlorobifenile, un olio dielettrico altamente cancerogeno) che scaricavano a mare“. A conferma di tutto questo, fu interessato il NOE di Lecce. “I Militari del NOE si immersero. Hanno fatto dei rilievi fotografici e anche dei filmati dai quali è venuto fuori che sul fondale c’era di tutto, compresi trasformatori aperti. Perché questi oli dielettrici erano contenuti nei trasformatori, erano di uso pressoché esclusivo – quantomeno nel 99,99% – in trasformatori dielettrici che non erano soltanto in uso della Marina Militare ma un po’ dappertutto (l’Enel, l’Ilva, la Cementir, l’Ospedale Civile, un po’ tutti quanti)“. 

Ad ulteriore conferma del gravissimo inquinamento ambientale prodotto, Severini acquisì un documento della Regione Puglia “del quale era in possesso anche sia la Provincia di Taranto e sia il Comune di Taranto (come Amministrazione), che riguardava la avvenuta esecuzione della caratterizzazione delle acque del Mar Piccolo. Dai documenti – che sono molto chiari – si evince che furono fatti dei carotaggi (il carotaggio era praticamente con delle sonde di perforazione del fondale marino). Risultò che nei sedimenti di fondo, per 5/6/7/8 metri di profondità, i sedimenti del Mar Piccolo in quella zona lì erano praticamente letteralmente – posso usare un termine forte? – intrisi di sostanze altamente nocive, compreso il PCB“. Il tutto con la supervisione dell’ICRAM, l’Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica Applicata al mare, negli anni assorbito dall’ISPRA.

Fu la conferma “che praticamente il PCB che era presente lì in quantità importanti – veramente importanti – era fuoriuscito da questi trasformatori. C’era anche piombo, mercurio nei fondali“.

Inoltre, Severini ricorda come l’indagine avrebbe dovuto prevedere la possibilità di tracciare lo smaltimento del PCB da parte dell’Arsenale. Anche perché il teste ricordò che “per la Marina Militare, al contrario di tutti gli altri detentori dei trasformatori di apirolio, la denominazione commerciale era “Askarel”. Dico questo perché in un documento ufficiale – però del quale non ho copia o nulla – la Marina Militare dichiarò di non aver mai avuto Askarel nell’ambito del suo stabilimento. Io andai a scoprire invece che nell’ottobre del 2005 la Guardia di Finanza sequestrò una vasca, all’interno dello stabilimento militare, che conteneva apirolio“.

Il teste citò anche un episodio verificatosi durante i lavori per la realizzazione di condotte fognanti lungo un tratto stradale di un’area confinante con l’area imprese. Lavori interrotti perchè i lavoratori della ditta incaricata si sentirono male ripetutamente. Il motivo fu il riemergere in superficie “di materiali di qualsiasi genere. Per cui, quando sono andato a vedere, ho trovato eternit frammentato in quantità notevoli che era stato utilizzato addirittura, insieme ad altre macerie di qualsiasi natura, come riempimento stradale. Quindi fu fatta la caratterizzazione di tutta l’area e in tutta l’area il terreno risultò contaminato da materiali frammisti di qualsiasi natura, oltre sempre che di oli dielettrici eccetera”. Dunque Severini rese noto di un vero e proprio impianto di smaltimento diretto in Mar Piccolo composto da diverse canalizzazioni con tombini di scarico direttamente a mare.

Le conclusioni dell’Ispettore Severini in aula furono molto amare. “È successo che io ho tirato le somme su tutto ciò che avevo visto sino ad allora. Ho fatto l’informativa e l’ho depositata. La 9395. In ufficio non c’è. Ed ho scritto che, all’epoca, i trasformatori che sono stati trovati a ridosso della banchina dell’ex area imprese della Marina Militare erano esclusivamente della Marina Militare. Stiamo parlando di quantitativi abbastanza considerevoli, veramente considerevoli. Ma non ho più potuto fare questa verifica e non so quanto potesse essere stato il quantitativo di PCB da parte dell’Arsenale. Non lo so, a tutt’oggi io non lo so”. 

Un’indagine che per Severini sarebbe comunque andata avanti negli anni, con interventi nel 2007 della Digos, Guardia di Finanza, il NOE, confermando che “è tutto depositato in Procura“. Oltre ad aver egli stesso tutta la documentazione, che a fine udienza venne messa agli atti con l’ok della difesa, dei pm dell’accusa e della Corte d’Assise.

Eppure, nemmeno cinque anni e mezzo fa, la Corte d’Assise di Taranto volle vederci chiaro. Né risulta che sia stata aperta una nuova indagine in Procura tal senso (probabilmente perché non lo hanno ritenuto opportuno). Ecco perché qualche giorno fa, l’avvocato Annicchiarico ha dichiarato in aula che all’epoca la procura ionica “con la mano destra archiviò le accuse per i militari e con la sinistra accusò i Riva di aver avvelenato il mare e i mitili perché intrisi di Pcb”.

Certo tutta questa storia lascia pensare, soprattutto crea confusione e smarrimento. E non consente di fare chiarezza su tutto quello che è accaduto nel recente passato. Perché accertare la verità storica dei fatti, non vuol dire trasformare qualunque vicenda in una sorta di Santa Inquisizione. Non significa dover per forza portare alla chiusura e alla distruzione di un industria, come di un Arsenale Militare o qualunque altra attività. Significa capire dove e perché si è sbagliato, quali le responsabilità personali o di gruppo, espiarne eventualmente le conseguenze, ma soprattutto fare in modo che non si ripetano più certi errori o storture. Perché anche la magistratura o chi indaga può commettere errori, è umano: basta che ciò però poi non significhi buttare tutto a mare (e mai come in questo caso il detto è azzeccato).

Perché nell’immaginario collettivo e nella narrazione volutamente distorta della realtà, nonché nella mancanza di informazione o nella disinformazione di tutti questi anni (entrambe attività consapevoli e volute), i problemi ambientali e sanitari del nostro territorio sono stati sempre (e continuano ad esserlo) e solo addebitati al siderurgico ex Ilva. Un delirio collettivo a cui ha partecipato e partecipa ancora oggi la politica locale, regionale e nazionale, che continua a dar credito a chi dovrebbe averne il giusto oltre ad essere costituita da una classe dirigente del tutto inadeguata a confrontarsi con tematiche così complesse. Con gli enti di controllo e ricerca ambientale e sanitaria messi ‘sapientemente’ a tacere.

Ad ogni singolo lettore lasciamo la possibilità di farsi una libera opinione su tutto questo. E tanto altro ancora.

(rileggi il nostro articolo del 2020 https://www.corriereditaranto.it/2020/02/24/ambiente-svenduto-le-verita-taciute-sul-mar-piccolo/)

2 Responses

  1. Buongiorno Sig Leone e Sig.ri Lettori
    L’ Arsenale di Taranto è stato inaugurato nell’ agosto del 1889 dopo sei anni di lavori e fino al 2004 ha concentrato tutto il naviglio della Regia Marina e della Marina Militare in Mar Piccolo, naturalmente con annesso inquinamento, perché in passato si è sversato di tutto nelle acque prospicenti i pontili di attracco e lungo tutte le banchine, i bacini di carenaggio e le officine .
    Inoltre con la prima guerra mondiale nascono i Cantieri Navali Tosi nell’ altro seno di Mar Piccolo con annesso inquinamento. I Cantieri chiuderanno nei primi anni 90, ma non credo si sia bonificato qualcosa.
    L’ Italsider a Taranto viene inaugurato nel 1964 dopo 6 anni di grandi lavori e raddoppiato nel 1969/1974 e fino al 1995 è stata di proprietà dello Stato Italiano tramite L’ IRI. Naturalmente ha sversato di tutto nell’ aria, nelle acque di Mar Grande e nelle discariche interne allo Stabilimento.
    A Mar Piccolo ci sono fin dal primo giorno le prese a mare che servono al prelievo delle acque meno saline per il raffreddamento degli impianti.
    Quindi si deduce che l’ inquinamento del Mar Piccolo non si può imputare alla gestione dei Riva.
    Ma la Vox populi ha deciso di fare pagare tutto ai Riva proprietari dell’ Ilva dal 1996, dimenticando la Marina Militare e L’arsenale, i cantieri Ex Tosi, la Raffineria Eni e tutte le altre discariche presenti a Taranto e Provincia.
    Oggi al Tribunale di Potenza finalmente si da voce alla difesa, che in questa udienza fa presente l’ origine dell’ inquinamento in Mar Piccolo che non può essere imputato solo ai Riva, riproponendo dei documenti già presenti nell’ istruttoria del Tribunale di Taranto, ma bellamente ignorati.
    Aspettiamoci altri colpi di scena
    Saluti
    Vecchione Giulio

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