Si è svolta la prima presentazione del libro “Quando ho scelto il buio” dello scrittore Flavio Leone presso la Biblioteca Pietro Acclavio.

A moderare la conversazione è stato il giornalista professionista Michele Tursi, e ad accompagnare l’autore tarantino il consigliere regionale Vincenzo Di Gregorio, ideatore e primo firmatario della legge sugli hikikomori.

Durante la presentazione la sala era gremita di gente: amici e parenti del giovane tarantino, ma anche tantissime persone appassionate al suo libro. L’emozione in quella sala era palpabile; l’autore stesso era visibilmente emozionato.

“Quando ho scelto il buio” è un libro profondo, che usa le parole giuste al momento giusto, capace di far vivere al lettore delle vere “montagne russe” nella mente del protagonista. Il romanzo è stato pubblicato da una piccola casa editrice siciliana, la Kimerik, una di quelle che punta ancora sui giovani e non solo sulle grandi firme, dando loro un’opportunità.

Nonostante i suoi studi universitari in economia, scrivere libri per Flavio Leone non è una novità, dal momento che per professione fa proprio il ghost writer. Questo romanzo, dunque, è il primo in cui “ci mette la faccia”, finalmente pubblicandone uno con la sua firma.

La scelta del titolo, a detta dell’autore, è stata provocatoria: rappresenta la scelta lucida e consapevole del protagonista di preferire e sentirsi rassicurato nel buio della propria cameretta, piuttosto che uscire e vivere la società del mondo esterno, anche se alla luce del sole.

Attraverso le parole e i pensieri di Lorenzo possiamo notare e vedere da vicino ciò che un giovane subisce oggi; e parlo di pressioni sociali, ma non solo.

Il sedicenne protagonista della storia non è una persona etichettabile come “diversa”; è un ragazzino come tanti altri, con sogni e fragilità, con l’unica “problematica” di non avere un corpo “perfetto”. Questo lo porterà a subire lo sdegno e le umiliazioni da parte dei suoi compagni, umiliazioni che pian piano gli faranno sviluppare un’ansia sempre più profonda, fino a farlo cedere al “buio”.

“Ero lucido, fin troppo lucido. Avevo fatto ogni passo seguendo un pensiero razionale. Certo ero stato ferito, profondamente, emotivamente, ma non avevo agito d’impulso, altrimenti dopo mesi non sarei stato ancora lì. Chi agisce d’impulso scappa una volta sola. Chi ragiona troppo, invece, si costruisce una prigione perfetta e la abita giorno dopo giorno. Se avevo scelto di vivere in questo modo non era stato perché avevo perso la ragione, era stato perché il mondo là fuori mi aveva fatto troppo male.” (pag. 112, Quando ho scelto il buio).

È stata questa lucidità disarmante sul dolore, sulle vessazioni di tutti i giorni, a portare Lorenzo a chiudere il mondo fuori. Questa scelta razionale non è stata altro che il frutto di una stratificazione di eventi e traumi che lo hanno portato fino a quel punto.

Ed è da queste esatte parole che possiamo notare quanto studio e ricerca siano stati fatti per rappresentare al meglio Lorenzo, personaggio di fantasia basato però su una moltitudine di storie di ragazzini della sua età.

Quest’ansia sociale la si può sviluppare in diverse fasi della vita, ma pensiamoci un attimo: quando il giudizio delle altre persone ferisce così tanto, se non nel periodo dell’adolescenza? Quel momento in cui il corpo cambia, non si è né carne né pesce, né bambini né adulti; i pensieri cominciano a mutare, cambiano i desideri e, soprattutto, cambia il modo di vedere il mondo.

Mondo in cui, purtroppo, più si va avanti, più diventa tutto accessibile e meno si ha la possibilità di avere un po’ di tregua dalle aspettative delle altre persone, dalle proprie, dai modelli che ci mostrano ogni giorno patinati di felicità e perfezione. E se la nostra vita non rientra in quella copertina, se non riusciamo a raggiungere un determinato obiettivo nei tempi e nei modi in cui la società dice che si debba fare, beh, in quel caso siamo falliti.

E come può sopravvivere un ragazzino così sensibile come Lorenzo se i suoi compagni sottolineano i suoi difetti? Difetti che molto probabilmente vedono anche in loro stessi, sempre e in qualsiasi luogo. È proprio in questa società della tecnologia, dei confini sbiaditi, che si sono persi di vista i rapporti umani sani ed equilibrati. Con questo non voglio dire che prima non esistevano gli sfottò o il bullismo; esisteva e creava danni anche allora, ma ora è tutto più facile. Ci si mette meno di un minuto a creare un contenuto social che può ledere la dignità di una persona e che, diventando virale, si trasforma in una prova permanente della nostra “fragilità”, delle nostre insicurezze.

Molto spesso, quando si vive una situazione che ci crea dolore, non riusciamo nemmeno a immaginare che là fuori ci possa essere una persona che vive le nostre stesse difficoltà ed emozioni. Nel romanzo c’è un momento specifico in cui il sedicenne capisce che, in fondo, quello che sta vivendo non è una sua esclusiva: “All’inizio pensavo di essere l’unico, pensavo che nessuno potesse capire cosa significava svegliarsi ogni giorno senza un vero motivo, vedere le settimane scivolare via senza lasciare traccia. Mi sentivo solo in questo mondo, ma poi ho scoperto che un nome per tutto questo esiste: Hikikomori <…> adesso so chi sono.” (pag. 99, Quando ho scelto il buio).

Questa rivelazione per Lorenzo non è solo efficace da un punto di vista letterario e stilistico, ma è un passaggio cruciale per la narrazione. Lorenzo scopre e dà un nome alla sua condizione; scopre di non essere quell’unica persona a non rientrare perfettamente nei panni della persona perfetta, ma che, come lui, moltissime persone si sentivano sole e incomprese a loro volta.

Questo è un libro crudo, che descrive un dolore vivido e reale che sempre più persone affrontano giorno dopo giorno. Per la realtà delle emozioni provate e il modo di spiegarle, dovrebbe senz’altro essere adottato come lettura scolastica per mostrare a un Lorenzo di turno che non è solo e che, con forza e determinazione, si può superare tutto.

 

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