Arriva l’infermiere di famiglia e di comunità, una figura professionale opportunamente formata e introdotta dal PNRR e dalla riforma del modello organizzativo della rete di assistenza sanitaria territoriale, che rappresenta un passo importante verso un sistema sanitario più integrato e orientato al territorio.

L’accento sul lavoro preventivo e sulla gestione delle malattie croniche e della fragilità costituisce un approccio fondamentale per rispondere alle sfide sanitarie odierne, soprattutto in un contesto di invecchiamento della popolazione.

Ma in cosa consiste la differenza principale tra l’infermiere ospedaliero e quello di famiglia e comunità? Essenzialmente nell’approccio territoriale.

Mentre il primo, infatti, si concentra sulla cura dei pazienti all’interno di un ospedale o di una struttura sanitaria, l’infermiere di comunità entra direttamente nelle case dei pazienti e nella comunità locale. Questo gli permette di seguire e monitorare in modo continuo e personalizzato le condizioni di salute, migliorando così l’aderenza ai trattamenti e intervenendo tempestivamente quando necessario.

A Taranto il percorso formativo per queste figure professionali partirà il prossimo 4 novembre, con un corso di formazione che si svolgerà presso la sede locale di OPI e sarà suddiviso in quattro edizioni che prevedono 60 partecipanti per ciascuna.

La durata del corso, accreditato Ecm e che rispetta il format implementato dall’Agenas, è complessivamente di 220 ore, con una parte teorica di 100 ore e una pratica (100 ore di tirocinio sul campo) oltre che la elaborazione di un project work di 20 ore.

A tal proposito, lo scorso febbraio, Asl di Taranto e Ordine delle Professioni Infermieristiche hanno firmato un protocollo d’intesa nell’ambito del “Piano formativo” licenziato dalla Regione Puglia.

A spiegare come funzionerà la gestione di queste figure professionali è la dottoressa Giuseppina Ronzino, direttrice Cure Primarie dell’ ASL di Taranto: “Il DM 77 – ha detto – ha individuato gli standard assistenziali stabilendo il numero degli infermieri che devono essere presenti nelle varie strutture, faccio riferimento in particolare alle centrali operative territoriali, case di comunità, ospedali di comunità e assistenza domiciliare. È chiaro che, nel momento in cui questi infermieri verranno assegnati al distretto, saranno distribuiti in queste strutture affinché possano far parte integrante della rete assistenziale insieme alla medicina generale, pediatria di libera scelta, specialistica ambulatoriale e tutti gli altri servizi territoriali; questo perché l’infermiere di famiglia offre un servizio di prossimità e un’assistenza di prossimità al paziente con una presa in carico globale per cui qualunque sia il bisogno del paziente l’infermiere sarà in grado di indirizzarlo lungo il percorso appropriato”.

Insomma, da una sanità ospedalo-centrica ad una sanità di prossimità che possa rispondere meglio alle necessità di una popolazione che invecchia sempre più e ha sempre maggiori necessità di un sistema che risponda alle patologie cronicizzate: “Perché il domicilio è il miglior luogo di cura? Perché la cura avviene nella sfera degli affetti familiari e l’infermiere di famiglia, in questo senso, deve integrarsi nel nucleo familiare. La vera rivoluzione sta in questo, in una umanizzazione sempre maggiore delle cure”, afferma il commissario straordinario di Asl Taranto, Vito Gregorio Colacicco. 

“L’infermiere di famiglia non deve essere un ripiego, bensì una scelta volontaria – continua Colacicco – I giovani laureati in Scienze Infermieristiche hanno partecipato volontariamente a questo nostro avviso: nei corsi di formazione in partenza si parlerà anche di psicologia e telemedicina. Abbiamo realizzato le infrastrutture, le case di comunità, ora abbiamo bisogno del personale, medico e infermieristico. Ci tengo a precisare che l’infermiere di famiglia non sostituirà il medico, si tratta di competenze diverse ma complementari e ugualmente necessarie. Con il dott.Volpe avvieremo presto corsi anche per i caregiver e tutte quelle figure che compongono l’equipe che si occupa delle cure a domicilio”.

Ed è proprio Pierpaolo Volpe, presidente di OPI Puglia a chiosare l’incontro di presentazione dei corsi avvenuto questa mattina, specificando le mansioni dell’infermiere di famiglia: “Non si tratta di una figura prestazionale, cioè non effettuerà prestazioni presso il domicilio dell’assistito, che restano appannaggio dell’infermiere dell’Adi. È un professionista, invece, che si occuperà della presa in carico globale del paziente, della gestione delle cronicità e di tutto il processo di interconnessione con strutture pubbliche e territoriali. Siamo di fronte ad un vero e proprio cambio di paradigma: abbiamo bisogno di una sanità d’iniziativa e non più d’attesa, come avviene nella struttura ospedaliera”.

L’infermiere di famiglia, quindi, si occuperà di promozione della salute, della prevenzione, della gestione delle problematiche del paziente che presenta una cronicizzazione della patologia, in sinergia col medico di famiglia e gli specialisti, ma anche della struttura ospedaliera.

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