Proseguono le udienze, della fase preliminare del processo ‘Ambiente Svenduto’, ripartite presso il tribunale di Potenza, sul presunto disastro ambientale provocato dall’attività produttiva del siderurgico ex Ilva durante la gestione del gruppo Riva tra il 1995 e il 2013. L’ultima udienza è prevista martedì 25 novembre (per le repliche): poi il giudice per l’udienza preliminare Francesco Valente si ritirerà in camera di consiglio per decidere se rinviare o meno a giudizio i 22 imputati, come richiesto dal Pubblico Ministero Vincenzo Montemurro lo scorso 15 luglio.
Di particolare interesse l’udienza di venerdì 14 novembre, quando hanno preso la parola i legali difensori di tre degli imputati tra i più noti e conosciuti: l’avvocato amministrativista dell’ex Ilva Francesco Perli (difeso dai legali Camera e Gallico), l’ex governatore pugliese Nichi Vendola (difeso dall’avv.to Vincenzo Bruno Moscatello) e l’ex direttore generale di ARPA Puglia Giorgio Assennato (difeso dall’avv.to Michele Laforgia). Che il 31 maggio 2021 furono condannati dalla Corte d’Assiste di Taranto al termine del processo di primo grado, poi annullato dalla Corte d’Appello.
Al centro della vicenda, lo ricordiamo, il presunto reato di concussione aggravata in concorso contestata all’ex governatore Vendola, per aver esercitato pressioni sull’ex direttore generale di ARPA Puglia Assennato affinché attenuasse le relazioni dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale, a seguito dei controlli ispettivi ambientali nello stabilimento siderurgico. Entrambi hanno sempre negato quanto contestato loro durante le udienze del dibattimento di primo grado, ma la Corte d’Assise ritenne valida la tesi dei pm della Procura di Taranto. Vendola venne condannato a tre anni e mezzo di reclusione, mentre ad Assennato furono comminati due anni dopo che quest’ultimo rinunciò anche alla prescrizione. Nell’udienza di venerdì scorso entrambi i legali difensori hanno sostenuto la tesi durante le loro arringhe al cospetto del gup Valente, che ha ascoltato quasi sempre in silenzio, che l’ex dg di ARPA Puglia non sarebbe mai stato concusso.

I fatti contestati (che ripercorreremo in estrema sintesi) avvennero nella bollente estate del 2010, tra il giugno e il luglio di quell’anno. Il 4 giugno una relazione tecnica preliminare di ARPA Puglia (che aveva inviato alla Regione una comunicazione formale già il 16 aprile), evidenziava il superamento del valore obiettivo di 1,0 ng/m3 del benzo(a)pirene nel sito di via Machiavelli nel rione Tamburi sia nel 2008 (da maggio a dicembre pari a 1,4) che nel 2009 (pari a 1,3), individuando nell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico (in particolare modo dall’area cokeria da cui derivava il 98% del benzoapirene) la fonte emissiva principale (per il 99%) da cui provenivano gli idrocarburi policiclici aromatici (anche se la campagna del 2008 fu invalidata dal ministero dell’Ambiente). Tre giorni dopo, il 7 giugno, l’allora sindaco Ippazio Stefàno emanò un’ordinanza contingibile e urgente nella quale ordinava all’Ilva di predisporre entro 30 giorni un piano di ottimizzazione degli impianti, secondo le migliori tecniche disponibili (Bat).
Ordinanza che venne impugnata dinnanzi al Tar di Lecce dall’azienda il 21 giugno, attraverso il ricorso che presentò l’avv.to Perli (all’epoca responsabile affari legali della società) chiedendo l’istanza di sospensiva. Tar che prima sospese e poi annullò il provvedimento, nonostante in un primo momento per un mero errore di battitura del dattilografo che aveva trascritto la sentenza, il ricorso dell’azienda risultò respinto: costringendo il tribunale amministrativo ad un provvedimento di rettifica.
Sono giorni, settimane frenetiche. Il 22 giugno Vendola torna da un viaggio istituzionale in Cina per incontrare nella stessa giornata negli uffici della Regione l’allora capo di gabinetto Francesco Manna, gli assessori Fratoianni e Losappio, il dirigente Pellegrino e l’ex responsabile della comunicazione del gruppo Ilva Girolamo Archinà. Negli stessi giorni si svolgono due incontri nei quali la Regione chiederà a ENI e Cementir, dichiaratesi disponibili, di installare, a proprie spese, una rete di centraline all’interno del proprio perimetro aziendale, da affiancarsi a quelle esterne di ARPA.
Sino ad arrivare al fatidico 15 luglio. Quel giorno apparvero sulla stampa dei dati di ARPA Puglia che il governatore ancora non conosceva, perché una ‘gola profonda’ dell’Agenzia li comunicò senza alcuna autorizzazione ad un’associazione ambientalista tarantina che li rese pubblici. Giornata nella quale era stata indetta una conferenza stampa per presentare il primo atto del piano di risanamento della qualità dell’aria di competenza della Regione e redatto da ARPA, rinviata di un paio d’ore perché nel frattempo Vendola aveva convocato una riunione coi vertici di ILVA (erano presenti Fabio Riva, l’ex direttore dello stabilimento Capogrosso, lo stesso Archinà), l’ex assessore regionale all’Ambiente Nicasto e il dirigente Antonicelli: riunione alla quale Assennato non partecipò (perché incontro politico) restando una ventina di minuti in attesa per poi lasciare gli uffici della Regione (lo stesso non sapeva chi fosse presente all’incontro) decidendo così di non partecipare alla conferenza stampa. Quei venti minuti di anticamera, in un’intercettazione di Archinà si trasformarono nelle famose tre ore che peri pm dell’accusa confermavano l’ira del governatore Vendola nei confronti dell’allora dg Assennato (intercettazioni di Archinà che delineavano un quadro del tutto irrealistico rispetto ai rapporti e agli eventi di quelle settimane). Durante quella conferenza stampa venne annunciata la disponibilità di Ilva all’installazione delle centraline all’interno del proprio perimetro industriale (proprio durante quella riunione), poi smentita dall’azienda durante un incontro del 23 luglio.
All’avv.to Perli la Procura di Taranto, tra i vari reati a lui contestati (tra cui l’aver pilotato l’iter del rilascio dell’AIA del 2011, quando in realtà lo stesso fu vittima di un clamoroso errore di trascrizione delle intercettazioni sulla vicenda come fu dimostrato in udienza durante il processo di primo grado) per cui la Corte d’Assise gli comminò una pena di 5 anni e 6 mesi, contestò il concorso in concussione nei confronti del dottor Assennato, ex direttore generale dell’ARPA Puglia, in quanto lo collocava sulla scena quel famoso 15 luglio. Accusa dalla quale Perli si è sempre difeso (formulando anche dichiarazioni spontanee nell’udienza di venerdì) sostenendo di essere impegnato altrove e quindi impossibilitato ad essere presente alle riunioni sull’Ilva che si tennero in Puglia in quei mesi estivi. Prima era a Milano, poi a Genova (è stato prodotto anche il telepass auto che accerta la presenza di Perli sull’autostrada quel giorno), una terza ed ultima volta, quella in cui si sarebbe verificato il concorso in concussione, era in udienza davanti al Tribunale di Milano perché difendeva Fiera Milano in una causa.
A chiudere il quadro dell’ipotetica concussione di cui l’ex dg Assennato sarebbe stato vittima, una memoria che lo stesso Assennato e l’allora dirigente del servizio aria di ARPA Puglia, il dott. Roberto Giua, nella quale invece rincarano la dose sulla vicenda benzo(a)pirene, documento che dimostrerebbe come le eventuali pressioni e il tentativo di concussione sostenuto dai pm dell’accusa non si sarebbe mai verificato.

Ciò che ha lasciato sempre perplessi (ad esser buoni) è che il processo ‘Ambiente Svenduto’ si poggia anche e soprattutto sulle attività di indagini ambientali svolte da ARPA proprio sotto la gestione decennale del dott. Assennato (oltre che dei dati e degli studi dell’ASL di Taranto). Una mole infinita di dati, di indagini, di rapporti, di relazioni che hanno provato, spesso, l’inquinamento prodotto dal siderurgico sotto la gestione Riva (nonostante in molti casi i parametri di legge fossero comunque rispettati). Eppure, uno dei maggiori conoscitori e difensori del rispetto delle norme ambientali, colui il quale introdusse la Valutazione del Rischio Sanitario con la finalità di stabilire i livelli di emissione compatibili con la salute umana, oltre ad aver realizzato le prime Valutazione del Danno Sanitario (2013-2016), è stato messo sul banco degli imputati insieme a chi quell’azienda di fatto gestiva. Quali siano state le colpe e i reati commessi dal dott. Assennato ancora oggi resta avvolto nel mistero. Per l’ex dg è scattata comunque la prescrizione (così come per altri 23 imputati lo scorso febbraio) a cui questa volta non ha rinunciato, saggiamente aggiungiamo noi.
Infine, segnaliamo che lo scorso 29 agosto l’avv.to Francesco Perli è stato scagionato dal procedimento disciplinare intentato nel 2014 dalla Procura di Taranto a causa dei reati a lui contestati all’interno dell’inchiesta e del processo Ambiente Svenduto. Il consiglio Distrettuale di Disciplina della Corte d’Appello di Milano lo ha infatti prosciolto dalle imputazioni disciplinari per la violazione deontologica allo stesso ascritta.
Nelle udienze precedenti a quella di venerdì scorso, che hanno sempre visto protagonisti i legali della difesa, sono stati diversi i temi toccati. L’avv.to Annicchiarico, che difende , nell’udienza dello scorso 20 ottobre ha evidenziato come gli esperti che hanno redatto le maxi perizie (chimica ed epidemiologica) non abbiano mai acquisito i documenti sulle attività della società “Ecologica tarantina” che, secondo quanto ha ricordato in aula l’avvocato, era finita al centro delle denunce dell’allora direttrice dell’Arpa ionica, Marida Spartera: il legale ha sottolineato che la società con il suo inceneritore bruciava, senza usare filtri, rifiuti ospedalieri provenienti da tutta Italia con un camino basso che emetteva le sue emissioni sul rione Tamburi, ma soprattutto che nessuna indagine è mai stata avviata nonostante l’attività sia continuata per anni fino a quando la Provincia di Taranto ha revocato l’autorizzazione all’impresa.
Annicchiarico ha poi ripreso una delle tante tesi che più hanno destato polemiche nel corso degli scorsi anni, ricordando che la Corte d’Assise ionica era guidata da una presidente “che aveva partecipato alla marcia ambientalista contro Ilva” ed era sposata con il fondatore di un blog ambientalista chiamato ‘Profumo di Ilva’ oltre a essersi candidato alle elezioni comunali con i Verdi, partito che si è costituito parte civile contro i Riva. Secondo Annicchiarico “nell’inchiesta Ambiente svenduto non c’era nulla contro Nicola Riva, ma i giudici di Taranto sono andati a rovistare negli scarti delle intercettazioni non trascritte per trovare qualche riferimento e hanno indicato 22 file audio in cui si fa riferimento a Nicola Riva scrivendo che non c’era la prova della sua ingerenza nella gestione ma che “tanto estraneo” all’Ilva non fosse, pur occupandosi della restante parte del gruppo”. Il legale ha preso di mira anche l’ex custode giudiziario Barbara Valenzano, che nelle sue deposizioni è stata smentita dai giudici milanesi che hanno assolto Riva chiarendo che gli investimenti in fabbrica erano pari a 4,5 miliardi di euro di cui 1,2 miliardi solo per la parte ambientale. E soprattutto che sono sempre state rispettate norme e limiti emissivi. Per tutto questo Annicchiarico ha quindi chiesto che il gup Valente pronunci il non luogo a procedere nei confronti dei Riva e degli altri imputati, in quanto i fatti loro contestati non sussistono.
Sempre l’avvocato Annicchiarico, durante l’udienza del 24 ottobre, ha invece evidenziato che la società Riva Forni Elettrici spa non può essere processata: non solo perché, secondo la tesi della difesa, non ha nulla a che fare con lo stabilimento Ilva di Taranto, come già stabilito dalle sentenze di Milano passate in giudicato, ma anche perché il reato di associazione a delinquere dell’impresa si è estinto prima che la procura lucana chiedesse il rinvio a giudizio: come prevede la legge, quindi, se il reato è prescritto non si può processare più la società. Mentre nell’udienza del 28 ottobre, tra gli altri, sono intervenuto gli avv.ti Lisco ed Errico, difendendo le posizioni degli imputati Ferranti ed Anselmi (quest’ultimo uno dei così detti fiduciari).
Dopo la penultima udienza prevista come da calendario martedì 18 novembre, come detto il 25 novembre si chiuderà l’udienza preliminare: dopo di che toccherà al gup Valente decidere sul rinvio a giudizio o meno degli imputati e l’eventuale nuovo processo di primo grado.
(leggi tutti gli articoli sul processo Ambiente Svenduto https://www.corriereditaranto.it/?s=ambiente+svenduto&submit=Go)
Buonasera
Gli Avvocati difensori hanno messo in evidenza una lunga serie di “fischi per fiaschi” presi dal Tribunale di Taranto.
Ed alla fine la prescrizione sistemerà tutto, anche per i pochi inputati rimasti.
Oggi siamo al 15° anno di crisi consecutiva dell’acciaio a Taranto ed a un passo dalla chiusura dello stabilimento.
E forse i Giudici di Potenza finalmente si decideranno al dissequestro dell’area a caldo della Ex Ilva di Taranto.
Ma che ce ne facciamo di uno stabilimento ormai al lumicino? Nulla.
Il caso Ilva di Taranto sarà ricordato come il caso più eclatante di mala-giustizia.
Niente giustizia per le presunte vittime dell’inquinamento.
Niente giustizia per coloro che hanno continuato a lavorare e a mandare avanti gli impianti fatiscenti.
Però chiuderemo uno stabilimento completo di tutti gli impianti previsti dall’AIA per l’ambientalizzazione.
Saluti
Vecchione Giulio