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Per i 73 lavoratori ex IsolaVerde, la società partecipata della Provincia di Taranto fallita nel 2016, il Natale appena passato non ha portato il dono più atteso.

Parliamo di persone e relative famiglie, che sono senza reddito dallo scorso 1 maggio dopo che anche la fruizione del trattamento di disoccupazione Naspi terminata lo scorso 30 aprile. Un sostegno al reddito di per sé già esiguo visto che la media salariale percepita da ogni singolo lavoratore ammontava a non più di 550 euro mensili (inizialmente non superiore ai 700 euro e che per legge dal quarto mese subisce una riduzione del 3%).

Persone che da mesi attendono un segnale dalle istituzioni, un piccolo progetto anche di breve durata, una speranza anche solo provvisoria a cui aggrapparsi per poter sopravvivere. Ed invece, ad oggi, alcuna soluzione è stata trovata.

L’emendamento alla legge di Bilancio che avrebbe dovuto contenere la possibilità per le Regioni di utilizzare di un sostegno al reddito temporaneo per i lavoratori implicati in crisi aziendali, alla fine non è arrivato. Ad inizio novembre l’onorevole Dario Iaia, responsabile anche del CIS Taranto, in alcune interlocuzioni con i lavoratori e i Cobas li informò di aver già interloquito con la ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone per studiare la possibilità di un intervento in tal senso. Emendamento che era stato studiato e preparato nei minimi dettagli dalla struttura tecnica della task force regionale per l’occupazione guidata da Leo Caroli con il supporto dei sindacati (in primis dei Cobas) e che aveva anche ricevuto l’ok anche dagli uffici tecnici dei vari ministeri coinvolti.

Un’iniziativa simile era stata già tentata dal senatore del Movimento Cinque Stelle Mario Turco, il quale a fine ottobre, giunto ad un presidio dei lavoratori organizzato sempre dai Cobas all’esterno della prefettura, aveva mostrato loro l’emendamento presentato e bocciato al decreto legge 1578 ‘Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2025’, attraverso il quale veniva chiesta la possibilità di autorizzare, entro un limite di spesa pari a 20 milioni, un’indennità di mancato ricollocamento per un massimo di sei mesi, in favore dei lavoratori licenziati a seguito della cessazione di attività o della dismissione di imprese con significativo impatto occupazionale, in vista dell’attuazione di processi di reindustrializzazione ovvero di nuove progettualità di servizi locali che interessano anche aziende partecipate da enti locali che abbiano integralmente fruito dell’indennità di disoccupazione.

L’emendamento trova infatti la sua ragion d’essere nel confronto e nello studio portato avanti sulla vertenza presso la task force regionale guidata da Leo Caroli nei mesi scorsi. Durante i quali era stato individuato nelle casse della Regione Puglia un tesoretto di una decina di milioni di euro, destinati esclusivamente al sostegno al reddito sul quale però la l’ente regionale pugliese (così come tutte le altre regioni italiane) non può legiferare per il suo utilizzo, se non dopo un provvedimento del Parlamento. Da qui la soluzione in un emendamento pronto già a luglio scorso, da inserire in un decreto d’urgenza e che, essendo a costo zero per il Governo, sembrava di facile approvazione. Ed invece così non è stato.

Ricordiamo che per questi lavoratori, a differenza di altre vertenze passate e presenti, la prospettiva di rientro al lavoro c’è e si concretizzerà nel progetto Green Belt (la cui dotazione ammonta a 90 milioni di euro), finanziato con i fondi europei del Just Transition Fund: pur essendo sostanzialmente certa ha però tempi molto lunghi, ovvero non prima della metà del 2026. Ad essere ottimisti. Ecco perché resta di vitale importanza riuscire ad individuare quanto prima una forma di sostegno al reddito degna di questo nome. Vista l’assenza, come avviene per altre vertenze, della possibilità di usufruire della cassa integrazione o della mobilità, o l’impossibilità di applicare il reddito di dignità regionale (RED). 

Lavoratori già formati e che potrebbero iniziare a lavorare sin da subito sulle aree comunali attraverso uno stralcio del Green Belt. Questo perché gli stessi sono stati impiegati ((attraverso l’assunzione con contratto a tempo determinato part time a 30 ore) sino all’aprile 2024 nel progetto denominato ‘Green Passage’ (consequenziale al progetto ‘Verde Amico’ ideato a suo tempo dall’ex commissario Vera Corbelli): gestito da Kyma Servizi Spa (l’ex Infrataras) società partecipata del Comune di Taranto e finanziato dalla Regione Puglia svolsero attività di igiene ambientale, manutenzione del verde, piccole manutenzioni e bonifiche ambientali. A causa dell’esaurimento delle risorse economiche pari a 6 milioni di euro con le quali era stato finanziato, risorse che poterono coprire soltanto 24 dei 36 mesi previsti inizialmente, il progetto si arrestò.

E il progetto ‘Green Belt’ consiste proprio nella realizzazione di una infrastruttura verde per la città di Taranto, si compone di diversi interventi, tutti mirati ad incrementare e valorizzare il patrimonio naturalistico, afferenti a diverse tipologie: recupero di aree verdi esistenti e potenziamento della loro accessibilità e possibilità di fruizione, riforestazione o nuova forestazione, realizzazione di parchi urbani o loro riqualificazione. Certo, come abbiamo più volte denunciato, lascia pensare il fatto che il Fondo per la Transizione Giusta, pensato in particolar modo per assorbire forza lavoro in uscita dalla grande industria e creare nuove realtà produttive ed economiche, finisca per finanziare progetti in capo a società partecipate comunali per evitare di creare altra disoccupazione. 

E così, mentre il tempo continua a passare, i lavoratori ex Isolaverde restano bloccati in un limbo drammatico. “Questi lavoratori e lavoratrici a breve rischiano di non avere più risorse economiche nemmeno per mangiare: è questa la drammatica realtà, non è populismo o pietismo“ ha più volte denunciato Salvatore Stasi dei Cobas del Lavoro Privato. Sindacato che insieme ai lavoratori tornerà presto a manifestare e protestare.

Chissà se nelle prossime settimane la politica riuscirà a trovare una soluzione temporanea per sostenere questi lavoratori e se il 2026 sarà finalmente l’anno in cui potranno tornare a lavorare e vivere. Sarebbe, non un regalo, ma il giusto riconoscimento a chi da mesi chiede il riconoscimento dei propri diritti e della propria dignità.

(leggi tutti gli articoli sulla vertenza ex Taranto Isolaverde https://www.corriereditaranto.it/?s=isolaverde&submit=Go)

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