Il dossier ex Ilva è entrato in una fase molto delicata. Come già riportato, il 30 dicembre scorso i comitati di sorveglianza di Acciaierie d’Italia (AdI) e Ilva, entrambe in amministrazione straordinaria, hanno espresso parere positivo sull’offerta di Flacks Group LLC. Il gruppo di Miami ha superato la concorrenza di Bedrock Industries, aprendo così la strada alla trattativa in esclusiva per la cessione degli asset industriali.

A condurre i negoziati sono i commissari straordinari di AdI (Giovanni Fiori, Giancarlo Quaranta, Davide Tabarelli) e di Ilva (Alessandro Danovi, Francesco di Ciommo, Daniela Savi). L’obiettivo condiviso con il Governo è di chiudere la vendita entro il primo quadrimestre del 2026 o, al massimo, entro giugno.

In attesa di conoscere nel dettaglio, carte alla mano, il piano industriale, contattato da siderweb Michael Flacks, fondatore di Flacks Group, ha confermato i cardini della sua strategia industriale: riportare la capacità annua del siderurgico a 6 milioni di tonnellate, tramite due forni elettrici ad arco (Eaf) affiancati da un altoforno.

Il piano prevede 2 milioni di tonnellate all’anno per ciascun Eaf (quindi 4 milioni complessivi via forni elettrici) e il mantenimento di un altoforno in grado di produrre circa 2 milioni di tonnellate all’anno. Per Flacks, l’altoforno è un elemento essenziale sia per garantire la produzione di acciai di alta qualità, sia per alimentare a pieno regime il treno nastri a caldo n. 2 e le linee a valle per lamiere e tubi.

Quanto alla carica per i forni elettrici, la base sarà composta da Dri (direct reduced iron) e Hbi (hot briquetted iron) integrati con rottame ferroso. Flacks ha sottolineato che Acciaierie d’Italia, tenuto conto del porto di Taranto, è in una posizione ideale per ricevere carichi di Dri/Hbi e rottame via mare. Nella fase iniziale, ha aggiunto, il gas naturale resterebbe il principale agente riducente, mentre l’idrogeno verde sarebbe un obiettivo di più lungo periodo.

Sul tema della produzione domestica di DRI/HBI, Flacks ha affermato che un annuncio arriverà “entro un paio di mesi”. L’ipotesi “più probabile”, ha aggiunto, è che l’eventuale progetto per un impianto DRI sorga proprio a Taranto. Qui potrebbe essere coinvolto qualche gruppo industriale italiano con il suo know-how, come ad esempio Danieli o Arvedi.

Secondo i termini attualmente in discussione, lo Stato italiano manterrebbe una partecipazione strategica del 40% in Acciaierie d’Italia, mentre Flacks Group avrebbe un’opzione per acquisire un’ulteriore 40% in una fase successiva. Sul fronte occupazionale, Flacks ha dichiarato di voler preservare circa 8.500 posti, definendo la forza lavoro di Acciaierie d’Italia “il suo più grande asset”.

Michael Flacks, fondatore di Flacks Group

Incalzato da siderweb sulle critiche di chi vede in Flacks un player privo di esperienza nella gestione di grandi impianti siderurgici integrati, il fondatore del gruppo ha risposto con decisione: “Abbiamo persone da US Steel, Thyssenkrupp e altre aziende siderurgiche, inclusa la coreana Posco”. Ha sottolineato di aver assemblato un team di 50 persone pronto a entrare in Italia, con presidi “a Taranto, Milano e Genova”, e di avvalersi dei consigli di molte figure coinvolte nel progetto. “Non siamo un’azienda americana che non capisce dove sta andando”.

Flacks ha insistito sulla natura finanziaria dell’operazione: “Non siamo una private equity. È il mio denaro, opero tramite il mio family office senza investitori né azionisti esterni”.

Sul capitolo investimenti, Michael Flacks ha ricordato l’impegno più volte richiamato in queste settimane: fino a 5 miliardi di euro per modernizzazione e decarbonizzazione (si vedrà quali sono i soggetti bancari che avrebbero già garantito il loro supporto economico all’operazione). Tuttavia, Flacks ha chiarito che l’accelerazione degli investimenti sarà legata ai risultati industriali: l’obiettivo è arrivare a “4 milioni di tonnellate” in una prima fase, per poi raggiungere “6 milioni dopo pochi anni”, generando profitti adeguati a sostenere lo sforzo economico.

Come più volte riportato su queste colonne però, sino a quando non si vedranno le carte e non si avrà contezza degli investimenti reali, così come sino a quando non si capirà cosa accadrà a livello occupazionale, bisogna prendere con le pinze queste dichiarazioni così come tutte le indiscrezioni che usciranno nelle prossime settimane sul futuro dell’ex Ilva.

Inoltre, andrà affrontato anche il discorso relativo alle azienda che operano nell’indotto e nell’appalto del siderurgico, perché è palese come anche il piano di Flacks preveda comunque un ridimensionamento per il siderurgico, che come ben sappiamo ricadrà in primis sui lavoratori, diretti e indiretti, e sull’arcipelago di aziende che gravita nel mondo delle attività del siderurgico tra Taranto, la Puglia e le altre regioni coinvolte.

Allo stesso tempo a breve si avrà maggiore contezza sulle reali risorse che lo Stato sarà eventualmente disposto ad investire in questa nuova operazione economica, attraverso quali soggetti (Invitalia? Cassa Depositi e Prestiti? Leonardo o altre partecipate pubbliche) e con quale prospettiva temporale.

Stesso discorso andrà affrontato per quanto concerne invece tutte quelle aree dello stabilimento che non rientreranno più nel perimetro aziendale, per le quali il governo da tempo afferma di avere una quindicina di soggetti pronti ad insediarsi per nuovi investimenti economici. Ne andrà compresa la fattibilità economica, oltre che quella ambientale (se si procederà o meno ad eventuali processi di bonifica) e occupazionale (ci sembra quanto meno scontato che andrà applicata in larga percentuale la clausola sociale in favore dei lavoratori che rientreranno nei futuri esuberi).

Siamo dunque nel campo delle mere ipotesi, sapendo che come sempre la realtà è molto più complessa di come troppo spesso viene raccontata. E visti gli errori marchiani sin qui commessi dalla politica, dalla magistratura, dai sindacati, dal mondo imprenditoriale e da tanti altri soggetti ancora che si sono affacciati negli ultimi 15 anni, è fin troppo semplice astenersi da qualsivoglia altro commento o previsione. I fatti, come sempre, parleranno.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2026/01/05/ex-ilva-stop-cokeria-riparte-afo-2/)

One Response

  1. È finito il tempo delle chiacchiere italiane! Ora si fa lo “small talk” americano!
    Un gruppo che promette di passare prima a 4, poi a 6 mln di tonnellate, miste tra altoforno e forni elettrici. Ed in tutto questo nemmeno una singola parola su come alimentare questi forni elettrici, visto che già oggi si stanno spegnendo le cokerie e visto che l’Italia ha uno dei prezzi per l’energia elettrica tra i più cari d’Europa.

    E ad uno che si propone di comprare Ilva a due spicci, non ha esperienza nel settore, parla di risultati senza spiegare come ci arriverà, non ha uno straccio di piano industriale… Ad uno così non glieli dai due miliardi? Suvvia

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