A causa del “conseguente stato di totale abbandono e decadimento in cui gli impianti sono stati lasciati da ArcelorMittal” i commissari straordinari dell’ex Ilva e di Acciaierie d’Italia hanno avviato una maxi-azione legale contro gli ex gestori del polo siderurgico di Taranto. La richiesta di risarcimento, secondo quanto confermano fonti vicine al dossier, sarebbe lievitata dai 4-5 miliardi di euro iniziali, a 7 miliardi di euro.

Il gruppo Acciaierie d’Italia, attualmente commissariata dal governo italiano, ha infatti presentato un ricorso al Tribunale di Milano richiedendo un mega risarcimento contro quella che è stata definita una sorta di cattiva gestione degli impianti del sito tarantino da parte del gruppo lussemburghese, dal novembre 2018 al febbraio 2024. Un ricorso che ricorda molto da vicino quello presentato nel 2019 da commissari straordinari di Ilva in AS.

Nel ricorso depositato dall’avvocato Andrea Zoppini, come riporta anche un articolo del Financial Times, si legge che la due diligence forense condotta dai commissari avrebbe dimostrato come gli squilibri finanziari dell’azienda siano il risultato di “una strategia deliberata e precisa, perseguita nel tempo, volta a trasferire in modo sistematico e unilaterale risorse finanziarie dalla società italiana alla capogruppo”.

ArcelorMittal avrebbe messo in atto, dal 2018 al 2024, un “disegno predatorio” relativo alle attivita’ dell’ex Ilva con riflessi sul piano industriale, occupazionale, ambientale e sistemico e disatteso le promesse di investimenti per il rilancio del sito siderurgico di Taranto. E’ quanto indicato nella indagine dei commissari straordinari di Acciaierie d’Italia in una sintesi dell’atto di citazione relativo alla causa avviata che chiede un risarcimento danni da 7 miliardi di euro all’ex proprietario del gruppo dell’acciaio.

Dal punto di vista organizzativo, questo disegno sarebbe stato attuato – secondo l’indagine compiuta – attraverso la creazione di una struttura di governance parallela all’interno di Acciaierie d’Italia, composta dall’amministratore delegato e da consulenti di fiducia, che bypassava il cda di Acciaierie rispondendo direttamente ai vertici di ArcelorMittal. Questa governance oltre a essere incompatibile con l’affitto di ramo d’azienda delle attività ex Ilva avrebbe compromesso l’autonomia funzionale del ramo Ilva, rendendo Acciaierie d’Italia incapace di operare in continuità su base stand alone. Questo quadro, in base agli esiti delle indagini compiuti dai commissari, avrebbe determinato una condizione di insolvenza prospettica già al momento del deconsolidamento dal gruppo ArcelorMittal avvenuto nel 2021.

I commissari, a seguito delle indagini disposte, hanno anche appurato l’esistenza di gravi carenze manutentive e danneggiamenti agli impianti di Ilva, con effetti diretti e dirompenti sulla capacità produttiva degli stabilimenti, da cui è scaturita una richiesta di risarcimento da parte di Ilva per 947,4 milioni di euro: questo deterioramento, riporta la sintesi, potrebbe configurare un ulteriore responsabilità per danneggiamento del patrimonio aziendale ed industriale.

L’indagine ha fatto inoltre emergere criticità nella dichiarazione dei livelli produttivi ai fini del rilascio dei certificati Ets che hanno già formato oggetto di un esposto dinanzi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano per un’ipotesi di truffa aggravata legata alla possibile manipolazione dei dati sulle emissioni di CO2, finalizzata all’ottenimento di quote di emissione gratuite.

Nel complesso, il quadro emerso dall’analisi realizzata dalla struttura commissariale, se confermato in sede giudiziaria, potrebbe aprire la strada a responsabilità civili e penali di ampia portata, coinvolgendo amministratori e altri soggetti terzi che avrebbero concorso, consapevolmente, alla realizzazione del disegno predatorio di ArcelorMittal.

Il Governo italiano spera così di ottenere risorse economiche aggiuntive anche da questa richiesta di risarcimento agli ex proprietari di Arcelor Mittal che i commissari straordinari hanno presentato con il supporto del Mimit, lamentando danni vicini ai 4 miliardi. Una causa che però difficilmente vedrà una conclusione favorevole ad una delle due parti.

La multinazionale ha infatti fatto a sua volta causa all’Italia intentando una lite miliardaria.

Il 17 gennaio 2025 scorso Arcelor ha inviato una prima notifica di controversia per una risoluzione amichevole. Nei tre mesi di tempo previsti nulla è successo e Arcelor ha quindi avviato un arbitrato (datato 24 giugno 2025) ai sensi dell’Articolo 36 della Convenzione sullo Spazio di Trattamento delle Controversie relative agli Investimenti tra Stati e Partecipanti di Altri Stati (“ICSID”).

Una lite che, secondo il documento firmato da Pinsent Masons studio legale internazionale con sede a Londra, tra i primi cento studi legali al mondo per fatturato, nasce da una serie di misure dannose implementate dall’Italia che violerebbero il trattato internazionale ECT (l’Energy Charter Treaty). Non solo, l’Italia è accusata di aver assunto decisioni che secondo la multinazionale sarebbero state “arbitrarie, discriminatorie, sleali e sproporzionate, nonché contrarie alle legittime aspettative di Arcelor, causando un danno grave all’investimento dell’azienda in Italia e influendo negativamente sui suoi interessi più ampi in Europa”. A seguito di queste presunte violazioni Arcelor sostiene di aver perso il proprio investimento in Italia, subendo danni superiori a 1,8 miliardi.

Che non è la richiesta risarcitoria ma solo la base economica da cui partire per trovare un’intesa e chiudere la partita. 

(leggi tutti gli articoli sull’ex Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)

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