La società Italcave ha ottenuto il rilascio del Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale (PAUR) per la realizzazione di un impianto recupero rifiuti inerti, sito in località “Masseria Santa Teresa” nel Comune di Statte.

L’area di intervento allo stato attuale si presenta quale sito di estrazione, frantumazione, vagliatura, trasporto e stoccaggio di materiale calcareo di proprietà della Italcave SpA. La cava è regolarmente autorizzata all’esercizio di attività di coltivazione di un giacimento di calcare con quota media pari a circa 26 metri sul livello del mare.

L’attività che si intende effettuare nell’impianto riguarda, leggendo le carte, esclusivamente il recupero di rifiuti inerti non pericolosi provenienti da attività di costruzione e demolizione e da altri rifiuti minerali non pericolosi, finalizzato alla produzione di aggregati “End of Waste” in conformità al Decreto 28 giugno 2024, n. 127 “Regolamento recante disciplina della cessazione della qualifica di rifiuto dei rifiuti inerti da costruzione demolizione, altri rifiuti inerti di origine minerale, ai sensi dell’articolo 184 -ter, comma 2, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152/2006″

L’impianto di recupero è concepito per la frantumazione, selezione e stoccaggio di materiali derivanti da demolizioni o scavi, con una capacità massima operativa pari a 100 t/h per l’attività di R5 e fino a 400.000 t/anno per la messa in riserva R13.

Gli aggregati recuperati saranno destinati a realizzazione di recuperi ambientali, riempimenti e colmate; realizzazione del corpo dei rilevati di opere in terra dell’ingegneria civile; realizzazione di miscele bituminose e sottofondi stradali, ferroviari, aeroportuali e di piazzali civili ed  industriali; realizzazione di strati di fondazione delle infrastrutture di trasporto e di piazzali civili ed industriali; realizzazione di strati accessori aventi, a titolo esemplificativo, funzione anticapillare, antigelo, drenante; confezionamento di miscele legate con leganti idraulici (quali, a titolo esemplificativo, misti cementati, miscele betonabili)  confezionamento di calcestruzzi; produzione di clinker per cemento; produzione di cemento.

L’ok definitivo è arrivato nonostante ARPA Puglia abbia più volte evidenziato nel corso del procedimento “carenze e criticità” che a detta dell’Agenzia non consentono “di superare la valutazione negativa”. In particolar modo in riferimento all’autorizzazione sono state ribadite alcune prescrizioni con l’ulteriore indicazione di specificare nel Piano di Monitoraggio e Controllo (PMC) una soglia di intervento iniziale per il monitoraggio delle polveri con strumentazioni in continuo (OPC), da rivedere eventualmente dopo il primo anno di esercizio.

La società Italcave nel corso dell’iter, a fronte delle evidenze mosse dall’Agenzia, ha chiarito che l’intervento di recupero ambientale già autorizzato per le aree di cava, sarà completato dopo la dismissione dell’impianto di recupero inerti, anche per l’area dello stesso impianto. Considerata la volumetria residua autorizzata della cava pari, al 31/12/2024, a circa 13Mmc e gli utilizzi annui compresi tra i 200.000 e i 300.000 mc/anni, l’intervento di recupero sull’area destinata alla realizzazione del progetto, avverrà in tempistiche comparabili con l’intervento complessivo cava e, in ogni caso, entro 24 mesi dal completamento delle attività estrattive”.

In sostanza, da tale dichiarazione si evince che la realizzazione dell’impianto, se autorizzata, non ostacolerà il ripristino ambientale della cava a valle della sua dismissione. Dichiarazioni che hanno mutato, nella sostanza, la posizione della società espressa in precedenza nella quale si evinceva che “l’impianto di progetto una volta autorizzato costituirà complesso industriale a sé stante rispetto all’impianto di cava autorizzato, pertanto il piano di coltivazione e ripristino ambientale dell’area di cava rimangono invariati e confermati rispetto all’autorizzazione per tutte le aree di cava, al netto dell’area di competenza dell’impianto di recupero inerti, che non facendo più parte delle aree di pertinenza della cava, sarà stralciata dai predetti piani”.

L’impianto di recupero rifiuti inerti non pericolosi in esame, qualora effettivamente realizzato ed esercito nel rispetto di quanto dichiarato dal proponente nella conferenza di servizi del 07/10/2025 (e quindi senza sostituire definitivamente l’attività estrattiva in essere né ostacolare, neanche parzialmente, l’esecuzione del piano di ripristino e recupero ambientale previsto dai titoli autorizzativi rilasciati per la stessa attività estrattiva) non risulterebbe in contrasto con le disposizioni dell’art. 21 c. 3 L.R. 22/2019.

Per tale motivo è stato rilasciato il nulla osta “ferma restando la necessità che il proponente provveda ad aggiornare il piano di coltivazione e recupero e mettere in atto tutte le misure di sicurezza necessarie a evitare le possibili interferenze tra il nuovo impianto e l’attività estrattiva nonché a separare l’impianto dall’attività di cava a mezzo di apposita recinzione”.

Moltissime comunque le prescrizioni rilasciate nel provvedimento per quanto concerne la compensazione e mitigazione ambientale, il monitoraggio ante e post operam, la sicurezza perimetrale e regimentazione acque, la gestione dei rifiuti, la gestione delle acque meteoriche, le emissioni in atmosfera, le cure colturali, oltre a dover presentare, prima dell’avvio dell’esercizio dell’impianto, le garanzie finanziarie, il cui importo è pari a € 835.000,00.

Questa autorizzazione segue la determina dirigenziale n. 1082 della Provincia, datata 8 agosto 2025, che ha rilasciato l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) a un progetto che mira a convertire lo storico deposito alla rinfusa, oggi destinato a materiali polverulenti come pet-coke, silicati, loppa d’altoforno granulata e iarox-bricks, che attualmente sono stoccati a cielo aperto. In questo sito è previsto il loro confinamento in un capannone a pianta rettangolare alto dieci metri, con sei sili a pianta esagonale da 15.000 metri cubi ciascuno e alti venti metri, dotati di tecnologie per la vagliatura, il trasporto su nastro e la deferrizzazione magnetica, con box di carico a valle di ogni silo. Anche in questo caso il progetto sarà realizzato in località “Masseria Santa Teresa”.

L’impianto includerà anche il recupero dei RAEE, in particolare dei pannelli fotovoltaici a fine vita, in due linee gemelle da un tonnellata l’ora, per una potenzialità di diecimila tonnellate annue, finanziato con fondi PNRR e dotato di area di stoccaggio coperta. È inoltre prevista la realizzazione di un impianto di trattamento fisico-chimico di rifiuti liquidi non pericolosi con due linee gemelle da 2,5 tonnellate l’ora, per una capacità annua di 42.500 tonnellate, principalmente dedicato al percolato della discarica aziendale, ma in grado di ricevere anche concentrati da altri impianti regionali ed extra-regionali. Il fabbisogno energetico sarà soddisfatto con due impianti di cogenerazione alimentati a GNL e idrogeno verde, integrati da caldaie di emergenza.

Nella località “La Riccia-Giardinello” del Comune di Taranto saranno invece installati due campi fotovoltaici, il primo di 52.000 metri quadrati per una potenza di 5,65 MW collegato alla rete nazionale e il secondo di 35.000 metri quadrati per una potenza di 4,09 MW abbinato a un elettrolizzatore per la produzione di idrogeno verde con relativo serbatoio di accumulo. Sebbene l’intento dichiarato sia in linea con l’economia circolare, la natura dei materiali solleva questioni complesse: i pannelli fotovoltaici, ad esempio, contengono metalli pesanti come piombo, mercurio e cadmio, che possono contaminare l’ambiente se non gestiti con la massima cautela. Anche in questo caso ARPA Puglia aveva evidenziato diverse criticità, ma il procedimento si è concluso positivamente lo stesso.

Il tutto, lo ricordiamo, dopo che lo scorso giugno arrivò lo stop al progetto più importante portato avanti dalla società in questi anni, ovvero la modifica sostanziale dell’impianto complesso per la gestione dei rifiuti speciali gestito da Italcave SpA, ubicato in c.da La Riccia – Giardinello nel Comune di Taranto. L’intervento, di cui abbiamo già scritto ampiamente in passato, riguardava la realizzazione del famoso IV lotto, un sopralzo che attiene ad una superficie di circa 20 ettari ed un’altezza fuori terra di circa 6-8 metri, di fatto adiacente alla contrada Feliciolla, le cui abitazioni distano 1 km dal profilo nord del secondo lotto della discarica e la cui zona artigianale dista appena 250 metri.

Ricordiamo infatti che l’impianto in questione è autorizzato con D.D. n. 36/2014 e successiva D.D. n. 52/2018, della Provincia di Taranto relative a VIA e AIA, è costituito da tre lotti, dei quali I e II per un volume lordo autorizzato pari a 6.228.444 m3 ed una superficie effettiva di 212.402 m2), mentre il III lotto copre una superficie di 181.000 m2 e un volume 4.600.000 m3 e rientra nei confini del SIN (Sito di Interesse Nazionale) di Taranto.

Detto ciò, a prescindere dai risvolti amministrativi che avrà la vicenda con il ricorso della società al Tar, teniamo a ribadire ancora una volta che se è legittimo da un lato permettere ad un gruppo imprenditoriale privato la possibilità di ampliare la propria attività economica (che per natura sarà pur sempre portata al principale obiettivo di ogni impresa, ovvero trarre profitto), dall’altro lato è imprescindibile che ciò avvenga nel rispetto delle leggi, in questo caso del diritto ambientale che per sua natura è strettamente connesso alla tutela dell’eco-sistema circostante e della salute di cittadini e lavoratori. Che ciò riguardi una discarica o una raffineria o il più grande siderurgico d’Europa, il discorso non cambia.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2025/06/18/italcave-il-sopralzo-non-ci-sara-per-ora/)

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