E’ l’ultima, drammatica vertenza sul lavoro che si è aperta in ordine di tempo sul territorio ionico. E’ quella riguardante la società Semat Sud che opera nell’indotto del siderurgico ex Ilva, che a dicembre ha deciso di avviare la procedura di licenziamento collettivo per cessazione di attività dell’intero organico, pari a 217 unità.
Una decisione sulla quale l’azienda ha più volte ribadito, l’ultima in occasione dell’incontro presso la task force regionale per l’occupazione con le organizzazioni sindacali, di non avere alcuna intenzione di rivedere. L’unica apertura è arrivata sul congelamento dei licenziamenti che sarebbero dovuti scattare il prossimo 8 marzo sino al 31 dicembre, periodo nel quale i lavoratori saranno collocati in cassa integrazione visto che tra pochi giorni termineranno le ultime attività all’interno del siderurgico relative alle ultime commesse ottenute. Apertura che però è stata vincolata al fatto che rispetto alla cessazione delle attività e ai relativi licenziamenti non ci saranno ripensamenti.
La Semat Sud è il ramo edile della storica Semat spa dell’imprenditore bresciano Sergio Trombini (parte di ATB GROUP), presente nell’ex Ilva da oltre 20 anni. Per intenderci, è la ditta che per anni si è occupata delle manutenzioni edili nel siderurgico, oltre che delle attività di manutenzione nell’area altiforni, acciaierie, cokerie, laminatoi, tubifici e che concluse la copertura dei parchi minerali primari sostituendo la ditta Cimolai.
La società, nata nell’ambito delle attività esecutive del Piano di ristrutturazione in continuità aziendale della controllante, omologato dal Tribunale di Brescia nel febbraio dello scorso anno certificando un passivo complessivo di 49 milioni di euro e un fabbisogno finanziario di oltre 15 milioni, ha iniziato la propria attività produttiva nel marzo 2025, a seguito dell’acquisizione dalla controllante del ramo d’azienda operante presso lo stabilimento tarantino. A gennaio 2024 infatti, il Consiglio di amministrazione aveva quindi deciso di rivolgersi al Tribunale di Brescia per ottenere una soluzione strutturale. La società vantava infatti crediti per 21,4 milioni di euro nei confronti dell’ex Ilva, il cui blocco aveva generato una grave crisi di liquidità.
La nuova attività aveva l’obiettivo, attraverso la specializzazione produttiva e di sito, di cogliere le opportunità dell’auspicata ripartenza produttiva del sito siderurgico ionico. Tuttavia, l’aggravarsi della situazione industriale e finanziaria dell’unica committente, ovvero Acciaierie d’Italia in AS, ha provocato e per l’azienda sempre più determinerà la riduzione del fatturato, ormai stabilmente ben al di sotto della soglia attesa e ipotizzata nel piano di ristrutturazione. Di fatto l’azienda non fattura utili e produce debiti.

Ad incidere nella decisione della società inoltre, la totale sfiducia “nel breve e medio termine, di una pronta aggiudicazione del sito industriale della committente in favore di player industriale supportato adeguato programma industriale e di investimenti”. Di fatto il consiglio di amministrazione della Semat ad oggi non ha alcuna fiducia nel rilancio produttivo del siderurgico. Tanto è vero che per l’azienda “non vi sono prospettive industriali quanto a gare e possibilità di aggiudicazione di nuovi lavori idonei a supportare i costi propri di una media azienda. Manca, in sintesi, ogni presupposto che possa far ritenere che – in tempi utili ad evitare l’altrimenti inevitabile dissesto – possano ripresentarsi le condizioni minime per garantire la sostenibilità della struttura aziendale, nonostante il già operato massiccio ricorso alla cassa integrazione straordinaria”.
Come dimostrano anche i numeri realizzati sino ad oggi: a partire dal mese di marzo al settembre 2025, la società ha realizzato un fatturato pari a soli 4,1 milioni di euro, di gran lunga inferiore a quello ipotizzato nel piano di risanamento e, comunque. di quanto necessario per sperare di poter tornare ad una situazione di equilibrio dei fattori. Nel periodo indicato l’azienda ha registrato un margine operativo lordo negativo per circa 3 milioni di euro.
Detto ciò, è chiaro che il presente e il futuro di oltre 200 lavoratori non si può archiviare facendo ricorso esclusivamente ai freddi numeri o alla mancanza di prospettive concrete per il siderurgico. Anche perché se la Semat oggi è una realtà consolidata a livello nazionale e internazionale, lo deve proprio alla sua lunga esperienza maturata all’interno del siderurgico tarantino e alla professionalità dei suoi dipendenti. Sostenere da parte dell’azienda che “la situazione industriale e finanziaria descritta evidenzia il carattere strutturale dell’esubero e l’impossibilità di diversa collocazione dello stesso, poiché non sussistono in ambito societario soluzioni occupazionali alternative, ed al contempo, la cessazione di attività rende non percorribile il ricorso ad ammortizzatori sociali alternativi quali CIGO, CIGS o contratti di solidarietà” e che “il ricorso al licenziamento collettivo dell’intero organico, nelle forme e nei tempi previsti dalla legge è, pertanto, l’unica soluzione oggettivamente percorribile per effetto della perdurante congiuntura industriale e finanziaria” va bene sempre fino ad un certo punto.
Si dovranno quindi percorrere tutte le strade possibili per tutelare il reddito e la professionalità di questi lavoratori, come dimostra l’avvenuto avvio di interlocuzioni con SEPAC, ARPAL e Ministero del Lavoro per la cassa integrazione per transizione occupazionale, legata a percorsi di riqualificazione e reimpiego. Anche perché se questo sta accadendo alla Semat, una delle aziende dell’indotto Ilva tra le più importanti e strutturate, è facile immaginare quello che potrà accadere nel prossimo futuro a molte altre ditte più piccole e meno stabili dal punto di vista finanziario ed ai loro lavoratori.
“Abbiamo strappato un impegno importante: rinviare i licenziamenti e guadagnare tempo, almeno per tutto il 2026, individuando uno strumento di salvaguardia occupazionale”, ha dichiarato il segretario generale della Filia Cgil di Taranto Francesco Bardinella al termine dell’incontro a Bari nella sede della Regione Puglia alla presenza della task force regionale per l’occupazione. Bardinella ha definito il momento attuale “un’emergenza che sta esplodendo a Taranto”, legata anche agli effetti del cosiddetto “piano corto” del Governo per quanto riguarda l’ex Ilva. “Il fermo delle batterie delle cokerie, per la prima volta nella storia dello stabilimento, è un segnale drammatico della fase che stiamo vivendo”.
Quello che sta accadendo da anni ormai sul nostro territorio è un’implosione di un intero apparato economico-industriale, che non sembra conoscere interruzione ma soprattutto rispetto al quale non vi sono anticorpi tali da far guardare al futuro con speranza e fiducia.
(leggi tutti gli articoli sulla Semat https://www.corriereditaranto.it/?s=semat&submit=Go)
Buongiorno
Alla Semat e alla Pitrelli seguiranno altre aziende dell’ indotto Ex Ilva.
Ma questi lavoratori sono di serie B o di serie C e quindi si possono scordare le tutele che invece hanno gli operai Ex Ilva e di ADI in AS.
Eppure lavorano nella stessa fabbrica.
Citando un film sono “I figli di un Dio minore”.
Questo ci fa capire che non siamo tutti uguali di fronte alla crisi dell’ Ilva.
E intanto il Ministro Urso e i Commissari a 15000 euro al mese per ognuno pontificano sulla ripresa produttiva che non ci sarà e sull acquirente straniero che fra un po’ scapperà via per qualche altro inghippo giudiziario.
Saluti
Vecchione Giulio