C’è un calcio che non esiste più ma che continua a vivere nei ricordi, nei nomi recitati come una filastrocca, nelle emozioni che tornano intatte anche dopo mezzo secolo. Quel calcio, a Taranto, è tornato a respirare tra le pareti della Biblioteca comunale “Pietro Acclavio”, dove si è svolta la presentazione del libro del giornalista Claudio Frascella “Cimpiel Biondi Colletta – Taranto e il calcio, romanzo di una stagione”, edito da Scorpione Editrice, con la prefazione di Luigi Ferraiolo.
A condurre l’incontro è stato Gianni Sebastio, inguaribile tifoso e voce storica delle partite rossoblù per Video Levante, Studio 100 e oggi Antenna Sud, di cui è direttore. Ed è proprio il tifo, quello autentico e popolare, a fare da filo rosso a un libro che non è cronaca sportiva ma racconto dell’anima.
Il libro prende le mosse dalla stagione 1972-73 con qualche inevitabile sconfinamento prima e dopo. «È il racconto di una squadra – ha spiegato l’autore – e di come si possa essere considerati campioni anche per una sola città». Un Taranto che seppe entrare nella memoria collettiva.
«Ci sono volti, situazioni, partite – si legge nella presentazione – che non dimenticheremo mai. Appartengono alla nostra vita. Questa è la storia di una squadra indimenticabile raccontata da un ragazzino che la segue dai bordi del campo». Quel ragazzino è Frascella stesso, testimone diretto di un’epoca in cui il calcio era «più romantico, più umano, davvero popolare».
L’autore non nasconde la componente emotiva del progetto: «Operazione nostalgia o auspicio che il Taranto torni ai fasti degli anni ’70? È entrambe le cose. Ma soprattutto era un’idea, un progetto che avevo in mente da quando avevo 12-13 anni, cioè dipingere questi grandi calciatori che per me erano già immensi all’epoca. Facevo il raccattapalle e li vedevo come dei veri e propri eroi della domenica». E poi i nomi, pronunciati come un atto d’amore: «Cimpiel, Biondi, Colletta, Pelagalli, Cattaneo, Romanzini, Morelli, Aristei, Paina, Tartari, Beretti. In panca Baroncini. Poi c’era Campidonico che era amico fraterno di Paina, che non c’è più, e di Mario Biondi: era questo il tris d’assi. Mario era un campione tra i campioni che qualcuno metteva non dico in discussione ma tra parentesi. Invece è stato il calciatore che conta il maggior numero di presenze in assoluto nel Taranto, è inequivocabile questo primato».

Per Frascella quella squadra, «nonostante ci fossimo salvati per differenza gol due anni consecutivi, posso dire che è stata la più forte di tutti i tempi. Ci facevano palpitare, provare grandissime emozioni. Abbiamo vissuto delle stagioni straordinarie, sofferte sicuramente ma allo stadio vedevamo 15-20mila persone ed era incredibile. Al Salinella le grandi squadre che puntavano alla Serie A difficilmente portavano via anche solo un punto». Uno stadio che già nel nome conteneva un sogno: «Sali-nella A. Era quello l’obiettivo del presidente Michele Di Maggio».
Tra il pubblico, tifosi, addetti ai lavori ed ex calciatori. A cominciare proprio da Mario Biondi, protagonista di quella stagione, che ha ricordato con ironia l’autore: «Claudio ci ha sempre “rotto le scatole”, ce l’avevamo tra i piedi, però gli volevamo bene. Era un po’ la mascotte. Quel Taranto? Non voglio essere presuntuoso, ma secondo me è stato il miglior Taranto che abbiamo visto. Come squadra, quella del ’72 era la migliore in assoluto».
In sala anche Gualtiero De Bono, autore di un gol memorabile in Serie B, Adriano Morales, capitano della Primavera dell’epoca, e tanti “ragazzi” di quella generazione.
Storie che si intrecciano con altre stagioni e altre emozioni, come ha ricordato Gianni Sebastio: «Anche da un campionato, ma anche da una partita, si può partire per scrivere un libro. Io, per esempio, penso alla partita che giocammo il 5 giugno del 2011 a Roma, al Flaminio, Taranto-Atletico Roma. Vincemmo 3-2 ma non ci qualificammo perché dovevamo vincere con due gol di scarto».
Un racconto scandito come una cronaca che ancora brucia: «Andammo in vantaggio per due a zero, poi fecero due a uno, poi tre a uno e quasi al novantesimo ci fecero il tre a due. Cinquemila tarantini ringraziarono i calciatori del Taranto che invece erano distesi sull’erba e piangevano».
Queste «sono storie – ha evidenziato – che poi la cronaca non racconta. La cronaca si ferma al risultato, ma il calcio vero è anche quello che succede dopo, quello che resta negli occhi della gente».
Da qui il collegamento naturale con il libro di Frascella e con la forza del ricordo sportivo. «Il mio Taranto ideale – ha proseguito – è quello della stagione 1977-78 e poi, in tempi più recenti, quello del 2011-2012: una squadra invincibile che rimase imbattuta per otto mesi».
Poi il richiamo alle formazioni, elemento centrale di un calcio che diventava leggenda. «Per quella del 77-78 si poteva ancora dire la filastrocca: Petrovic, Giovannone, Cimenti, Panizza, Dradi, Nardello, Gori, Fanti, Iacovone, Selvaggi e Caputi».
Ma nel 2011-2012 «non si poteva più fare perché c’erano gli schieramenti. Allora il 3-4-3: Bremec, poi Prosperi, Sosa e Coly, Antonazzo, Rizzi, Sciaudone e Di Deo, in avanti Chiaretti, Guazzo e Girardi. Quei nomi da pronunciare a memoria – ha concluso Sebastio – erano bellissimi. Era un rito. Ma abbiamo perso anche questo».
Il libro di Frascella prova a restituirlo: un tempo in cui il Taranto era più di una squadra, era una comunità che si riconosceva in undici maglie rossoblù. Un romanzo che parla dell’infanzia del calcio, ma anche di appartenenza, di identità e di un sogno. Due stagioni, 71-72 e 72-73, che per Taranto non sono mai finite.