Il 12 marzo è la Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari e, per l’occasione, la ASL di Taranto ha coinvolto in un progetto di sensibilizzazione due classi terze degli istituti scolastici secondari di secondo grado: il Righi di Taranto e il Perrone di Ginosa, presentandoli e facendoli protagonisti dell’evento svoltosi presso la galleria del centro commerciale Porte dello Jonio. Questa iniziativa ha dato modo agli alunni di toccare con mano e immergersi in un mondo professionale spesso considerato come distante e messo in difficoltà dalla comunità.
Gli studenti hanno avuto l’opportunità di poter entrare in un Pronto Soccorso accompagnati passo dopo passo, di assistere alle dinamiche interne ad esso, alla distribuzione e distinzione per colore delle varie emergenze con le relative spiegazioni e, soprattutto, parlare e confrontarsi con chi quel lavoro lo svolge quotidianamente.
“Una dinamica aggressiva ha almeno due parti: l’aggressore e l’operatore. Questa è una violenza continua e sistematica e come soluzione abbiamo deciso di intraprendere una campagna di sensibilizzazione e rivolgerci sistematicamente alla cittadinanza, decidendo di usare i ragazzi come amplificatore. Menti fresche e disponibili, pronti a mettersi in gioco e, una volta metabolizzato il messaggio, pronti a diffonderlo alle famiglie e agli amici. Abbiamo portato gli studenti al pronto soccorso e, dove non è stato possibile, abbiamo portato il pronto soccorso con i propri operatori nelle loro classi”.
È così che Maria Teresa Coppola, Responsabile Psicologa del lavoro ASL di Taranto, ha voluto spiegare l’importanza del ruolo svolto dagli studenti in quell’occasione, destinati ad essere i mittenti e i destinatari del messaggio da loro portato avanti.
Da tutte queste testimonianze, da quel che hanno potuto vedere, si sono messi al lavoro girando e montando un video che rappresentasse la loro esperienza, quel che hanno imparato sul campo e la loro scuola d’appartenenza.
Gli alunni della 3BI dell’Augusto Righi hanno cercato di immettere all’interno del proprio lavoro le due posizioni, spesso affiancate ma opposte, che riscontrano in ugual misura un disagio differente: da un lato chi in quella sala di attesa del Pronto soccorso aspetta ore prima di poter essere concretamente preso in considerazione, sentendosi abbandonato a se stesso in un luogo dove dovrebbe esserci cura, comprensione e umanità; dall’altra le difficoltà di chi in quel sistema è bloccato da burocrazia e carenza di personale a gestire una moltitudine di persone accalcate che aspettano che al loro male, qualsiasi esso sia, venga dato un nome.
Spesso a questi ultimi sono affiancati i parenti con annesse diatribe e incomprensioni; dare così a chi quel mondo non lo vive, se non occasionalmente, delle possibili motivazioni, rende il medico, l’infermiere e tutto il personale interno in un ospedale più umano e accessibile.
“Mettersi in gioco, vedere da vicino questo mondo è stato davvero interessante”. È così che hanno commentato il video i ragazzi del Righi che, seppur con la vitalità e la giocosità caratteristica della loro età, si sono dimostrati altamente all’altezza di ciò che hanno rappresentato con la loro recitazione.
I ragazzi della classe 3E del Perrone, invece hanno deciso di giocare più sulla struttura del montaggio, portando gli spettatori a calcare i loro stessi passi all’interno del Pronto Soccorso. Provvisti di camice di copertura verde si sono immersi al suo interno, hanno visto zone riservate e assistito a varie dimostrazioni che con professionalità hanno poi racchiuso in un unico video.
Questa giornata porta con sé un importante peso per la comunità, mette ben in luce varie problematiche riscontrate giorno dopo giorno sia da chi ci lavora che da chi sosta su quelle sedie ad attendere il proprio turno. L’incomprensione, le parole dette con leggerezza, le svariate ore di attesa possono portare ad una vera e propria aggressione ai danni del personale sanitario o degli oggetti all’interno dell’ospedale, ma perché questo avviene?
“Sicuramente ci sono aspetti che da medico sono ancestrali e basta davvero nulla per sfociare in un’aggressione, ma noi operatori dobbiamo imparare a gestire le varie situazioni, rassicurando, facendo toccare con mano la fragilità ed imprevedibilità del momento, facendo ricordare che dietro un camice bianco c’è passione. La gente che viene da noi non vuole essere maltrattata o trattata con superbia o sufficienza e chi indossa il camice non vuole essere aggredito mentre svolge il proprio lavoro. Dobbiamo avere tutti più rispetto, sono fiducioso che insieme un passo al giorno riusciremo a cambiare le cose”.
Il Commissario Straordinario ASL di Taranto Gregorio Colacicco racchiude così lo sdoppiamento del disagio provato da entrambe le parti prese in causa, non risparmiando alcun colpo verso la sua stessa categoria, rendendosi umano e sottolineando un problema di fondo: il rispetto. Rispetto che spesso manca anche tra i camici bianchi.
“Siamo voluti uscire dalle nostre strutture per coinvolgere la cittadinanza. Nel 2024 ventiseimila denunce a livello nazionale; la maggior parte delle aggressioni sono di tipo verbale ma ci sono anche quelle fisiche. Misure di prevenzione comportano e implicano il coinvolgimento della cittadinanza e in queste misure rientra anche questo progetto”. L’ingegnere Candeliere ha dato con queste parole un numero alle tantissime aggressioni avvenute all’interno degli ospedali in tutta Italia, sottolineando il potere che la sensibilizzazione e il dialogo possono avere sul rapporto tra operatore e paziente.
Domenico Losavio, primario del Pronto Soccorso dell’ospedale San Pio di Castellaneta, ha sottolineato un incremento anno dopo anno delle aggressioni ai danni del personale: nel 2025 ben il 37% in più, riscontrando quanto di solito i più colpiti siano proprio i medici e gli infermieri del Pronto soccorso e gli operatori che lavorano a bordo del 118, andando però nel particolare riconoscendo negli infermieri la categoria più colpita, con un 60-65% di infermiere donne colpite da questo fenomeno:
“L’aggressione fisica avviene e fa scandalo, ma quella verbale è quotidiana. Noi dell’ospedale di Castellaneta abbiamo cercato di cambiare il nostro atteggiamento, cercando di renderci sempre più umani, svolgendo immediatamente come prime fasi dello studio del paziente il prelievo e l’elettrocardiogramma, così da farlo sentire preso in considerazione e allo stesso tempo rendendo il parente che lo accompagna più tranquillo. I tempi di attesa sono delle criticità che purtroppo ancora riscontriamo, stiamo cercando di lavorare il più possibile così da ridurli”.
E da queste parole, da questo intervento, sorge spontaneo chiedere da dove derivi concretamente l’intasamento delle strutture destinate al Pronto Soccorso, e se molte problematiche lievi e facilmente risolvibili siano effettivamente destinate a passare da esso e da tutta la sua trafila lasciando così indietro chi ha necessità concreta, creando un vero e proprio effetto a catena, o se queste si potessero gestire da strutture adibite interamente a quel tipo di problematiche o gestite dal proprio medico di famiglia e, in sua assenza, dal medico di guardia.
La risposta a tutto questo, purtroppo, è ancora ben lontana dall’essere scoperta ma, in ogni caso, si dovrebbe ripudiare la violenza in qualsiasi forma essa sia, riservando per l’altro rispetto e soprattutto umanità.
