Come annunciato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso durante la sua relazione al Senato del 12 marzo, Jindal Steel International è tornato a manifestare il proprio interesse per l’acquisizione dell’ex gruppo Ilva.
Secondo quanto appreso dal sito specializzato Siderweb, il colosso indiano ha specificato nella lettera inviata alle istituzioni e ai commissari di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria la volontà di acquisire la maggioranza del controllo degli asset di Ilva e Acciaierie d’italia, possibilmente con il governo come socio di minoranza.
Nella manifestazione di interesse, Jindal ha spiegato che entro il 2030 intende dismettere la produzione di acciaio a Taranto da ciclo integrato, investendo sulla costruzione di un forno elettrico con la capacità di 2 milioni di tonnellate. La produzione del nuovo forno elettrico sarà poi supportata dalla fornitura di 4 milioni di tonnellate all’anno di bramme prodotte in Oman, nel nuovo impianto di Jindal capace di produrre acciaio a ridotte emissioni di CO2.
In totale, Jindal è pronto ad investire in Italia 1 miliardo e mezzo di euro, che andrà ad aggiungersi all’investimento di 3 miliardi di euro in corso in Oman.
“Piuttosto che produrre acciaio di qualità commodity, Jindal investirà nella produzione di acciai speciali per i settori automobilistico, della difesa e delle energie rinnovabili, oltre alla produzione attuale di coils laminati a caldo, coils zincati, tubi e lamiere” ha spiegato Jindal nella lettera inviata.
La proposta della società indiana non fornisce dettagli sul tema occupazionale, lasciando però intendere una forte riduzione attraverso la dismissione dell’area a caldo di Taranto. Il che non potrà che causare eventuali nuove turbolenza nella vertenza con i sindacati metalmeccanici. Anche perché l’eventuale dismissione dell’area a caldo avrebbe pesantissime ricadute anche sui lavoratori delle ditte dell’indotto. E difficilmente il governo permetterebbe una macelleria sociale di queste dimensioni, visto che parliamo di migliaia di lavoratori.
Sul tema ambientale però, e quindi sull’impatto sanitario, Jindal prometterebbe rapidi passi avanti, pensando ad una chiusura delle cokerie sin dal primo giorno successivo ad un eventuale passaggio di proprietà.
Del resto la scorsa settimana emersero altre indiscrezioni, riportate dal quotidiano Milano Finanza, che ricalcano quanto emerso dalla lettera in questione: il gruppo indiano avrebbe infatti chiesto al governo di mantenere la proprietà degli impianti a caldo di Taranto e delle centrali elettriche, per farsi invece carico dell’acquisizione e gestione dei laminatoi di Taranto e di altre località, tra cui Genova, Novi Ligure e i siti di Racconigi, Paderno Dugnano, Legnaro e Marghera nonché le concessioni dei porti di Taranto, Genova oltre alla proprietà o concessione di altre infrastrutture logistiche.
Il piano di Jindal non si differenzia di molto rispetto ai volumi da quello presentato da Flacks Group: entrambi puntano a circa 6 milioni di tonnellate entro il 2030. La differenza maggiore, però, riguarda la metodologia di produzione. Flacks starebbe pensando di affiancare due altoforni a nuovi forni elettrici, mentre Jindal comunica in modo chiaro la volontà di dismettere totalmente il ciclo integrato a Taranto, per rifornire il gruppo con bramme prodotte in Oman.
Nella sua lettera Jindal ha infine richiesto di essere individuato come interlocutore unico dal 21 marzo, per portare avanti le negoziazioni con i commissari di Ilva in Amministrazione Straordinaria e Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria.
E’ chiaro che siamo ancora sul piano delle intenzioni, se vogliamo delle indiscrezioni e delle ipotesi: il tutto andrà poi eventualmente verificato e studiato qualora il gruppo indiano dovesse presentare un piano industriale completo, dal quale si evincerà il reale interesse e l’eventuale fattibilità e sostenibilità economica del piano.
*Sull’argomento leggi anche Ex Ilva, Jindal non vuole l’area a caldo
Furbetti ,frecce agli indiani direi …il ministro del pecorino Dop cosa darà o farà.. è il caso di dire stamme accise…anzi le accise sono le più alte ,nonostante i veleni della premiata raffineria .. ole ole ole e me ne futte a me..