Categoria: Cronaca giudiziaria

  • Referendum giustizia, guida al voto

    Referendum giustizia, guida al voto

    Scheda verde, un solo quesito e nessun quorum: sono questi gli elementi chiave del referendum costituzionale sulla giustizia che chiama gli italiani alle urne domenica 22 e lunedì 23 marzo. Una sfida che tocca le fondamenta della Carta costituzionale e che, a differenza delle consultazioni abrogative, non richiederà alcuna soglia minima di partecipazione per essere valida.

     Le operazioni di voto si svolgeranno in due giornate: domenica dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15. Al termine delle votazioni prenderà subito il via lo scrutinio. Gli elettori riceveranno una sola scheda di colore verde contenente il quesito: «Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?».

    Sotto la domanda compaiono due opzioni: «Sì» e «No». Tracciando una «X» sul «Sì» si sceglie di approvare la riforma, mentre barrando «No» si decide di respingerla, mantenendo invariato l’attuale assetto. Non sono previste altre modalità di voto.

    Qualora dovesse prevalere il fronte del Sì, il sistema giudiziario italiano subirebbe una metamorfosi radicale entro un anno dall’entrata in vigore. Ecco i pilastri del cambiamento:

    • Separazione delle carriere: Magistrati giudicanti (giudici) e requirenti (pubblici ministeri) apparterrebbero a due percorsi distinti sin dall’inizio.
    • Sdoppiamento del Csm: Al posto dell’unico Consiglio Superiore della Magistratura ne nascerebbero due, uno per i giudici e uno per i PM, entrambi presieduti dal Capo dello Stato.
    • Il meccanismo del sorteggio: Per spezzare il cosiddetto «correntismo», i componenti togati e laici dei due Consigli non sarebbero più eletti, ma estratti a sorte (i laici da un elenco parlamentare, i togati tra i magistrati aventi i requisiti).
    • L’Alta Corte disciplinare: Nasce un organo ad hoc di 15 membri per giudicare gli illeciti dei magistrati, sottraendo questa funzione ai Csm. Le sue decisioni sarebbero appellabili solo dinanzi alla Corte stessa, escludendo il ricorso in Cassazione.

    Uno degli aspetti più rilevanti è l’assenza del quorum. Trattandosi di un referendum confermativo previsto dall’articolo 138 della Costituzione, il risultato sarà valido a prescindere dal numero dei partecipanti. A determinare l’esito sarà esclusivamente la maggioranza dei voti validamente espressi. Questo tipo di consultazione interviene quando una legge costituzionale è stata approvata dal Parlamento senza raggiungere la maggioranza dei due terzi.

    Per votare è necessario presentarsi al seggio con un documento di identità valido e la tessera elettorale con spazi disponibili. In caso contrario è possibile richiedere il rinnovo o il duplicato presso l’ufficio elettorale del proprio Comune. Possono esprimere il voto anche gli italiani residenti all’estero iscritti all’Aire, che ricevono il materiale per votare per corrispondenza tramite i consolati.

    Diversa la situazione per i fuorisede: non essendo prevista una normativa specifica, chi si trova lontano dal Comune di residenza deve rientrare per votare. Esiste tuttavia una possibilità alternativa, ovvero candidarsi come rappresentante di lista, ruolo che consente di votare nel seggio in cui si presta servizio.

    Nel merito, la riforma introduce – come detto – cambiamenti profondi nell’ordinamento giudiziario. Tra i punti principali figurano la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, la creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare. Previsto anche il ricorso al sorteggio per la selezione di parte dei componenti degli organi di autogoverno.

    Il dibattito è infuocato. I sostenitori del SÌ, guidati dalle Camere Penali, ritengono che la riforma possa «rendere autonomi e complementari giudici e pubblici ministeri, affinché l’arbitro sia libero da ogni vincolo». La separazione, in questa visione, garantirebbe la terzietà del giudice. Al contrario, il fronte del NO teme un ridimensionamento dell’indipendenza della magistratura. Secondo il comitato «Giusto dire No», il sorteggio potrebbe portare nei posti di comando persone prive della necessaria motivazione o competenza, lasciando l’Alta Corte «più esposta alle influenze politiche esterne».

    Dopo il voto, in caso di vittoria del «Sì», la riforma entrerà in vigore e dovranno essere approvate le leggi attuative entro un anno. Se invece prevarrà il «No», tutto resterà invariato.

     

  • Ex Ilva, battaglia legale sull’AIA

    Ex Ilva, battaglia legale sull’AIA

    Come ampiamente previsto e preannunciato è stato presentato alla Corte d’Appello di Milano il reclamo contro la sentenza dei giorni scorsi del Tribunale di Milano che ha imposto alle società in amministrazione straordinaria Ilva e Acciaierie d’Italia, rispettivamente proprietà e gestore degli stabilimenti, di rivedere e adeguare una serie di prescrizioni ambientali dell’ultima Autorizzazione rilasciata a luglio scorso dal ministero dell’Ambiente e di farlo entro il 24 agosto. In caso contrario, dalla stessa data l’area a caldo del siderurgico di Taranto si sarebbe dovuta fermare qualora non fosse stato presentato il reclamo suddetto, visto che il provvedimento non era immediatamente esecutivo.

    A quanto si apprende, una delle tesi sostenute dai legali che hanno affiancato le due società in amministrazione straordinaria che hanno redatto il reclamo, è che le prescrizioni ambientali per le quali non sono stati previsti termini di esame e di realizzazione dei relativi interventi di ambientalizzazione e dunque in funzione acceleratatrice della loro esecuzione, in realtà sarebbero connesse ad un procedimento amministrativo tutt’ora in corso, quello degli studi di fattibilità. Per l’azienda, in sostanza, con la nuova Autorizzazione Integrata Ambientale ci sono obblighi che non rientrano nelle Bat, le migliori tecniche disponibili, per cui la loro definizione deve avvenire attraverso nuove ipotesi di attuazione.

    Le prescrizioni riguardano il monitoraggio del PM10 e del PM2,5, il regime del wind days, l’installazione di serbatoi con sostanze pericolose, la temperatura minima di combustione delle torce alle quali sono inviati i gas di affinazione dell’acciaio, la completa intercettazione delle emissioni diffuse in fase di trasferimento del coke e altro.

    Inoltre nel reclamo viene fatto presente che nel 2025 il siderurgico è stato oggetto di quasi mille ispezioni a vario titolo, ambientali e non, che i limiti emissivi sono stati sempre rispettati come attestato dalle autorità di controllo (anche se nei mesi scorsi Ispra e Arpa Puglia hanno segnalato dei superamenti rispetto ai valori dell’Aia e proposto al ministero dell’Ambiente una diffida verso l’azienda) e che il testo della nuova Aia, che si articola con 470 prescrizioni, è stato messo a punto da un gruppo istruttore che vede insieme MASE, Ispra, Regione Puglia ed enti locali, gruppo del quale l’azienda non fa parte.

    Nella stessa giornata del reclamo da parte dell’azienda però, anche l’associazione Genitori Tarantini ha annunciato che impugnerà la sentenza del Tribunale di Milano. L’obiettivo è ottenere la chiusura immediata degli impianti, ritenuta l’unica misura conforme alle indicazioni della Corte di Giustizia Europea. Il ricorso sarà presentato alla Corte d’Appello dall’avvocato Maurizio Striano, che assiste insieme al collega Ascanio Amenduni gli undici cittadini dell’associazione promotrice dell’azione inibitoria.

    Secondo i ricorrenti, il provvedimento dei giudici milanesi avrebbe violato il principio stabilito dalla Corte europea per cui le proroghe concesse a impianti privi delle necessarie garanzie ambientali e sanitarie sono da considerarsi illecite. La decisione del Tribunale, pur riconoscendo la necessità di fermare l’area a caldo, ha fissato un termine che i Genitori Tarantini giudicano incompatibile con la tutela immediata della salute pubblica. Da qui la scelta di impugnare la sentenza e chiedere ai giudici d’appello un intervento urgente.

    *Sull’argomento leggi anche Ex Ilva: adeguare l’AIA o stop area a caldo

  • Bachelet: «Riforma colpisce magistratura»

    Bachelet: «Riforma colpisce magistratura»

    «L’obiettivo della riforma? Colpire l’autonomia della magistratura». Così Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No della società civile, ha aperto il suo intervento all’istituto Pacinotti di Taranto, durante l’assemblea delle assemblee della Cgil ionica dedicata alle ragioni del No al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. L’incontro è stato coordinato da Remo Pezzuto (Libera Taranto) e ha visto interventi, tra gli altri, di Riccardo Pagano (Anpi Taranto), della magistrata Alessandra Romano, di Florindo Oliverio (Cgil nazionale), della segretaria generale Cgil Puglia Gigia Bucci e di Antonello Trianni, lavoratore del tribunale di Taranto.

    Bachelet, come risponde alle parole della premier Meloni secondo cui le toghe impediscono alla politica di governare?

    «La magistratura non è che impedisce di governare, esercita il proprio ruolo autonomo e indipendente di controllo di legalità e questo evidentemente per qualcuno è un fastidio. Il problema non è tanto la riforma della giustizia, è l’articolo uno della Costituzione in cui il primo comma dice che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Il secondo dice che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione.

    Queste forme, questi limiti, evidentemente stanno stretti alla presidente del Consiglio che ritiene che chi vince le elezioni comanda e fa quello che gli pare, ma la magistratura come potere autonomo e indipendente è proprio una garanzia per i cittadini affinché il governo eserciti le proprie prerogative nei limiti previsti dalla Costituzione. Quindi, queste dichiarazioni tradiscono un’idea precostituzionale, estranea alla Costituzione. D’altra parte, nel simbolo del partito della premier c’è ancora una fiamma tricolore che ricorda l’unico partito che non ha partecipato alla stesura della Costituzione perché nato come nostalgia della Repubblica Sociale.

    Quindi non ce ne meravigliamo, ci dispiace che il popolo italiano abbia eletto questo Parlamento e abbia prodotto questo governo ma qualunque governo che fosse di centrosinistra o di centrodestra ha avuto problemi con la giustizia: tutti i premier, molti ministri, molti amministratori. Ai tempi della mia gioventù a politici magistrati rischiavano di essere ammazzati, ora rischiano solo di dover rendere conto della propria attività politica e amministrativa alla giustizia e questo mi sembra un rischio che tutti quelli che hanno una responsabilità devono essere pronti a correre serenamente nel rispetto della Costituzione».

    Qual è il cuore delle ragioni del No al referendum?

    «Le ragioni del no sono quelle di chi vuole appunto mantenere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura che per ottant’anni ha garantito la separazione dei poteri e la possibilità di una giustizia uguale per tutti, anziché essere più buona e gentile con i potenti e con i ricchi. Proprio grazie al Consiglio superiore della magistratura, organo che garantisce l’autonomia e indipendenza, molti giudici hanno potuto garantire i diritti della nostra salute, del lavoro.

    Adesso abbiamo visto con Glovo e Deliveroo, ma anche quelli che alla fine hanno scoperto, dopo tanti, che c’era dietro i depistaggi delle stragi. Senza una magistratura autonoma e indipendente la giustizia finirebbe con l’occupare solo i poveretti: i tossici, gli immigrati, quelli che sono più deboli. Per esempio, per la violenza sessuale si può essere figli di un politico o figli di nessuno: se si fa violenza a una donna si viene perseguiti nello stesso modo. Questo è garantito proprio dalla separazione dei poteri e questa è la ragione per cui noi non vogliamo questa riforma che indebolisce la magistratura e demolisce il Consiglio superiore della magistratura».

    Come vede il rapporto tra giustizia e lavoro?

    «La giustizia interseca il mondo del lavoro a Taranto e altrove e rappresenta, come anche riguardo alla sanità o all’istruzione o a tanti altri temi delicati, come il fine vita, i diritti civili, un pilastro della nostra convivenza. Non sempre ci dà ragione ma noi non siamo come il governo che, a seconda delle sentenze dei magistrati, le attacca o le esalta.

    Quando Salvini è assolto si dice che giustizia è fatta, quando il povero manifestante che non c’entrava niente deve uscire dal carcere invece sono le toghe rosse che hanno fatto un blitz. Noi non facciamo così, siamo stati educati a rispettare la Costituzione, ad avere fiducia in una magistratura anche quando prende decisioni che non sono a noi gradite. E a volte l’equilibrio fra i diversi interessi, le diverse parti in causa è davvero un compito difficile nel quale si può anche sbagliare, ma la correzione degli errori sono i gradi successivi di giudizio, non le forche o i giornali che fanno le campagne di denigrazione. Quindi, con questa fiducia noi preferiamo largamente una magistratura autonoma e indipendente a un governo che detta le sentenze e pretende di scrollarsi di dosso tutti i controlli di legalità. Noi votiamo no perché la legge rimanga uguale per tutti».

    Giovanni Bachelet

    Cosa pensa della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri?

    «La separazione è una cortina fumogena per mascherare il vero scopo che è la demolizione del Consiglio superiore della magistratura. La separazione delle carriere si poteva fare anche con legge ordinaria ed è comunque del tutto sganciata dall’esito dei processi, visto che al primo grado, in appello, metà delle sentenze si concludono con l’assoluzione e metà con la condanna. Se ci fosse questa poca terzietà tra pubblico ministero e giudici dovrebbero essere molto più le condanne. Quindi, è tutto fumo per ottenere un altro risultato, la demolizione di un organo, e lo si vede anche da questo cambiamento: dall’elezione prevista dai padri e madri costituenti al sorteggio, che è una forma di disprezzo per i magistrati ma non per i politici. I politici eleggono una lunga o breve lista e poi da quella si estrae, quindi i politici sono ancora degni di eleggere la loro rappresentanza nel Consiglio Supremo Magistratura, invece i magistrati no».

    Come valuta l’andamento della campagna e quali sono le sue percezioni sull’esito del voto?

    «L’esito del voto lo sapremo il giorno dopo. Anche i sondaggi non sono certo come le previsioni meteorologiche, cosa a cui ci si possa affidare. Noi sappiamo di sicuro che quando abbiamo cominciato c’era un grosso divario e molti non sapevano neppure che si votasse. Adesso più aumenta l’informazione, più il No si sta avvicinando al Sì e anche da quel che vediamo noi nelle sale: molto entusiasmo, molta voglia di partecipare che non si vedeva da anni. Quindi, la mia percezione è positiva, ma credo che siano ancora due settimane in cui dovremo lavorare ancora per rendere sempre più numerosi e consapevoli quelli che andranno a votare e a votare no».

     

  • Operaio morto all’ex Ilva, confermato sequestro

    Operaio morto all’ex Ilva, confermato sequestro

    La Procura di Taranto ha confermato il sequestro della torre della linea 10 dell’agglomerato 2 dell’ex Ilva, teatro dell’incidente sul lavoro avvenuto lunedì scorso e costato la vita a Loris Costantino, 36 anni, operaio tarantino impiegato nella ditta di pulizie industriali Gea Power. Il provvedimento è stato convalidato dal pm Marco Colascilla Narducci.

    L’area interessata è quella in cui viene preparata la miscela destinata agli altiforni per la produzione della ghisa, poi lavorata per ottenere acciaio. Secondo le prime ricostruzioni, Costantino stava per effettuare un intervento sull’impianto insieme a un collega quando il piano su cui si trovava ha ceduto improvvisamente.

    L’uomo è caduto da un’altezza di oltre dieci metri, mentre il compagno di lavoro non è rimasto coinvolto. Soccorso e portato all’infermeria interna dello stabilimento, l’operaio era cosciente ma il quadro clinico è peggiorato poco dopo. Trasferito in ospedale, è morto poco più tardi. Dopo l’incidente è stato eseguito il sequestro probatorio dell’area da parte della polizia giudiziaria, ora confermato dal pm, che ha iscritto nel registro degli indagati dieci persone con l’accusa di omicidio colposo: sei appartenenti a Acciaierie d’Italia, compresi il direttore generale e quello dello stabilimento, e quattro della Gea Power. Per oggi è prevista l’autopsia, affidata al medico legale Davide Ferorelli del Policlinico di Bari.

  • Ex Ilva, 10 indagati per la morte dell’operaio

    Ex Ilva, 10 indagati per la morte dell’operaio

    Sarà l’indagine aperta dalla Procura di Taranto a chiarire le responsabilità dell’incidente mortale nell’ex Ilva, vittima il 36enne Loris Costantino, di Taranto, sposato e con due figli, dipendente dell’impresa appaltatrice di pulizie industriali Gea Power, deceduto dopo un volo di oltre 10 metri nel Reperto Agglomerato dell’ex Ilva di Taranto.

    Si è appreso infatti che sono in tutto dieci gli indagati per la morte di Loris Costantino. Gli avvisi di garanzia sono stati firmati dal pubblico ministero Marco Colascilla Narducci che sta coordinando le indagini dello Spesal e dei carabinieri del Nil per fare luce sulla dinamica e sulle eventuali responsabilità dell’incidente. Nel registro degli indagati, con l’accusa di omicidio colposo, sono stati iscritti sei tra dirigenti e responsabili di Acciaierie d’Italia e quattro della della Gea Power.

    Nell’inchiesta, al momento, sono coinvolti il direttore generale di Acciaierie d’Italia Maurizio Saitta, il direttore dello stabilimento Benedetto Valli, e altri quattro dipendenti della fabbrica: si tratta della capo area agglomerato Giovanni Cellamare, del tecnico di reparto Cosimo Pace, del capo reparto Salvatore Sperto e del tecnico Fabio Franciosa. Per la Gea Power, invece sotto accusa sono finiti sotto accusa Gabriele Dell’Anna, Fabio Pagliari, Gino Pierri ed Enrico Pozzessere.

    ll pm Colascilla Narducci, inoltre, ha disposto che sarà il medico legale Davide Ferorelli a eseguire l’autopsia: l’esame è fissato per venerdì 6 marzo, giorno in cui sarà conferito l’incarico e poi partiranno le operazioni nell’obitorio dell’ospedale SS. Annunziata dov’è conservata la salma del lavoratore.

    In particolare, l’indagine della Procura dovrà accertare se Costantino e il suo collega di lavoro dovessero trovarsi lì, alla linea E dell’agglomerato – Costantino é precipitato compiendo un volo di circa dieci metri per il cedimento improvviso del piano di calpestio – e se prima del loro intervento di manutenzione, l’impresa appaltatrice aveva provveduto a soddisfare quanto Acciaierie d’Italia gli aveva prescritto nel verbale di coordinamento. Inoltre, si dovrà appurare da parte degli inquirenti se anche la stessa Acciaierie d’Italia doveva esercitare un controllo sul rispetto degli obblighi da parte dell’appaltatore. 

    *Sull’argomento: Si piange un’altra morte sul lavoro – Corriere di Taranto

  • Nordio: “Separazione, svolta liberale”

    Nordio: “Separazione, svolta liberale”

    La separazione delle carriere come tassello mancante di una riforma iniziata quarant’anni fa. Davanti a una platea composta da avvocati, magistrati e rappresentanti istituzionali, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha rilanciato da Taranto le ragioni del sì al referendum del 22 e 23 marzo, intervenendo all’incontro “Referendum per la Giustizia, le ragioni del sì” promosso da Fratelli d’Italia.

    Al suo fianco l’onorevole Dario Iaia, coordinatore provinciale del partito e responsabile unico del Cis per Taranto, l’on. Giovanni Maiorano, il coordinatore comunale Gianluca Mongelli, il presidente dell’Ordine degli Avvocati Vincenzo Di Maggio, l’avv. Fedele Moretti, coordinatore dell’Assemblea dell’Organismo Congressuale Forense, l’avv. Vincenzo Vozza, presidente della Camera Penale di Taranto, e il giudice in quiescenza Massimo Brandimarte, già presidente del Tribunale di Sorveglianza.

    Nordio ha collocato la riforma in una traiettoria storica precisa. «La riforma – ha osservato – ha un grande disegno democratico e liberale, voluto quarant’anni fa da un grande eroe della Resistenza, il professor Giuliano Vassalli, che introdusse un processo liberale e accusatorio modellato su quello anglosassone e che presupponeva la separazione delle carriere».

    Un passaggio rimasto incompiuto. «All’epoca – ha sottolineato – non fu possibile realizzarlo per la volatilità dei governi e dei Parlamenti. Oggi la stabilità lo consente e la faremo». Da qui la replica alle critiche: «La magistratura sarà controllata dal potere politico? Chi lo sostiene è in malafede o non conosce la legge. L’articolo 104 è chiarissimo: la magistratura si divide in requirente e giudicante ed è autonoma e indipendente da qualsiasi altro potere. Tutto il resto è un processo alle intenzioni».

    Per il ministro «un processo deve essere efficiente ma soprattutto giusto. Questa riforma attua la giustizia del processo, separando nettamente l’accusatore dal giudice. Un cittadino non si sentirebbe sereno sapendo che il suo giudice, come accade oggi, è valutato anche dal suo accusatore nell’ambito del Consiglio superiore della magistratura». E ancora: «È una rivoluzione liberale che l’Europa si aspetta da noi».

    Nordio ha richiamato «i saggi richiami» del presidente Sergio Mattarella a mantenere il confronto sui contenuti: «La campagna sta andando nel verso giusto, ma una parte dell’opposizione ha reagito con slogan e offese. Questo non aiuta il dibattito».

    Sul fronte degli organici, Iaia ha parlato di «risposte concrete» del governo guidato da Giorgia Meloni: «Migliaia di giudici onorari – ha puntualizzato – sono stati stabilizzati e 9.368 dipendenti della Giustizia – 1.565 assistenti e 7.803 funzionari – lo saranno dal primo luglio con un investimento di 349 milioni di euro».

    La riforma, ha ribadito, «serve a ristabilire la parità tra accusa e difesa e a garantire un giudice terzo».

    Dal fronte forense è stato ribadito il valore di «tempi certi» e «regole chiare». I relatori hanno parlato di «passaggio culturale prima ancora che normativo», sottolineando come la separazione delle carriere incida sull’assetto complessivo del processo penale.

    Il confronto si è chiuso riportando la questione al suo snodo decisivo: il voto. Il 22 e 23 marzo saranno gli elettori a esprimersi su una riforma che, nelle intenzioni dei promotori, punta a ridefinire l’equilibrio tra accusa e giudice e a rafforzare le garanzie del cittadino. Dopo quarant’anni di dibattito e tentativi incompiuti, la scelta passerà dalle aule parlamentari alle urne. Ora la decisione spetta agli italiani.

     

     

     

  • Referendum giustizia, le ragioni del No

    Referendum giustizia, le ragioni del No

    La riforma della giustizia targata Nordio accende il dibattito. Il 22 e 23 marzo gli italiani voteranno per confermare o respingere la legge costituzionale «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare». Prevede separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, due Consigli Superiori della magistratura distinti e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare.

    Giovanni D’Arcangelo, segretario generale della Cgil di Taranto, perché la vostra organizzazione sindacale dice No?

    «Molti dimenticano la radice da cui nasce il sindacato: quella di combattere l’ingiustizia. D’altronde il termine stesso, sindacato, spiega chi siamo: dal greco Sin (insieme) e Dikè (giustizia). Insieme per la giustizia. Una cittadina e un cittadino poco tutelati, sono lavoratori più deboli e questo per noi è occuparci delle persone che incontriamo ogni giorno in tutte le camere del lavoro della Cgil presenti in 29 comuni della nostra provincia. Il sindacato è questo: guardare alle persone. Essere quell’insieme che chiede giustizia, tutele e diritti anche per chi in quel momento è più debole. È la nostra missione, da Di Vittorio in poi, combattere pertanto ciò che indebolisce i singoli e li espone al rischio di essere ancora più fragili e indifesi nei confronti dei potenti di turno, siano essi datori di lavoro, politica o lobby economiche».

    Cosa centra tutto questo con la riforma Nordio?

    «È qui che nasce anche tutta la mobilitazione che sul territorio ci vede protagonisti insieme ad associazioni e movimenti che con noi condividono questi ideali. Veniamo, però, alla riforma Nordio, che riforma non è e che con i Comitati per il No bocciamo sonoramente. Anche in questo caso a guidare la nostra azione non è la pregiudiziale convinzione che bisogna andare contro qualcuno, ma a favore di quelle persone che noi quotidianamente incontriamo nelle nostre sedi».

    Quali sono secondo voi le principali criticità del testo?

    «Perché bocciamo questa riforma che interviene sostanzialmente sull’assetto costituzionale della Giustizia italiana, sancito da aurei articoli della Costituzione? Perché, ad esempio, la riforma Nordio non interviene sui tempi dei processi, ad esempio su quelli del lavoro che sono lunghissimi. Non li accorcia, non li snellisce. Un cittadino aspetterà ancora molti anni per avere giustizia. Perché la riforma Nordio non interviene sulla carenza di personale che invece grazie ai fondi del Pnrr aveva consentito l’arrivo di nuove figure professionali in tribunali, procure, uffici del processo. Non a caso come Cgil rappresentiamo la vicenda dei 12mila precari (di cui 149 solo negli uffici di Taranto) che a giugno 2026, terminati i soldi europei, lasceranno scoperte ruoli in funzioni vitali per la giustizia italiana. Allora mi chiedo: c’era più urgenza di una riforma Nordio o di investimento da parte del Governo Meloni, per garantire questi lavoratori che invece potevano cambiare il destino di un processo?».

    E i costi?

    «Aggiungo: si stima che il costo attuale annuo del CSM esistente è di 50 milioni di euro annui. Aggiungere un CSM aggiuntivo e “un’alta corte” costeranno complessivamente 150 milioni di euro annui. Quindi si preventiva questa spesa aggiuntiva di 100 milioni di euro e non si trovano le risorse per stabilizzare i 12mila precari della giustizia».

    La separazione delle carriere tra giudici e pm è davvero una novità?

    «La riforma Nordio, malgrado la comunicazione ingannevole, non divide le carriere di giudici e magistrati. La separazione delle carriere in realtà esiste già e il cambio di ruolo è concesso nell’attuale ordinamento solo una volta ma a molti chilometri di distanza dal precedente incarico. Basti pensare che nel 2024 sono stati solo 42 i PM che hanno chiesto di cambiare ruolo in giudice e viceversa. 42 su 9mila magistrati. Ragione, pertanto, inconsistente».

    E il rischio di interferenze politiche?

    «L a ragione delle ragioni è la garanzia che in nessuna maniera la politica possa incidere sulle azioni della magistratura. E quando dico la politica intendo tutta: quella che è oggi maggioranza e quella che oggi è opposizione e che domani potrebbe tornare ad essere maggioranza. È singolare che si affidi alla cieca sorte la nomina dei componenti togati nel CSM, e si consenta alla stessa sorte con metodo del sorteggio la scelta dei membri non togati scelti però dalla politica e inseriti in una cerchia ristretta. Il Consiglio Superiore della Magistratura va lasciato così come i nostri Costituenti avevano previsto. Così come va lasciato libero l’assetto autonomo del Pubblico Ministero rispetto all’esecutivo del momento, perché come insegnano altre esperienze in altri paesi decisamente meno democratici del nostro, solo un PM libero può incidere su chi governa e non rimanerne succube».

    Chi protegge l’indipendenza della magistratura?

    «I veri patrioti oggi non sono quelli che vanno in giro agitando il tricolore urlando la difesa dei confini nazionali. I veri patrioti sono quelli che oggi difendono la Costituzione e l’equilibrio tra i tre poteri dello Stato, legislativo, esecutivo e giudiziario».

     

     

  • L’indennità di accompagnamento non è reddito

    L’indennità di accompagnamento non è reddito

    Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia, sezione di Lecce, ha stabilito che le somme riconosciute alle persone con disabilità non possono essere considerate disponibilità economica da recuperare. La sentenza n. 169 del 9 febbraio 2026 riguarda il caso di una donna tarantina gravemente disabile che aveva chiesto al Comune l’integrazione della retta per la sua degenza in una residenza sanitaria assistenziale.

    Il Comune aveva respinto l’istanza, considerando gli arretrati dell’indennità di accompagnamento come reddito disponibile. Tuttavia, il Tar ha ritenuto illegittima questa impostazione, annullando l’atto comunale e il verbale dell’Unità valutativa multidimensionale dell’Asl di Taranto.

    La decisione chiarisce che il parametro economico valido resta esclusivamente l’Isee, previsto dalla normativa per determinare la capacità contributiva nelle prestazioni socio sanitarie. Inoltre, l’indennità di accompagnamento è una prestazione assistenziale esente da Irpef e destinata a compensare una grave inabilità, non un reddito utilizzabile per coprire altre spese.

    La pronuncia si inserisce in un orientamento giurisprudenziale già consolidato e ribadisce che le esigenze di bilancio non possono limitare diritti fondamentali delle persone con disabilità. I sostegni riconosciuti dallo Stato non possono essere recuperati attraverso meccanismi amministrativi che ne alterino la finalità assistenziale.

  • Referendum giustizia, le ragioni del Sì

    Referendum giustizia, le ragioni del Sì

    Il referendum confermativo sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026 chiama gli elettori a esprimersi su una riforma costituzionale che tocca equilibri delicati: separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, due distinti Csm, un’Alta corte disciplinare e il sorteggio di parte dei componenti degli organi di autogoverno.

    Gianluca Mongelli, avvocato penalista del foro di Taranto, past president della Camera Penale ionica e coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia, sostiene convintamente il Sì alla separazione delle carriere.

    Perché considera la riforma un passaggio decisivo per garantire un giudice davvero terzo e una giustizia liberale?

    «Credo sia necessario sgomberare il campo, incomprensibilmente avvelenato, da una suggestione propagandata da chi si oppone alla riforma: la legge costituzionale chi ci apprestiamo ad approvare non prevede alcuna subordinazione o sottoposizione della magistratura al Governo e soprattutto essa non è contro i magistrati ma a favore del principio di parità tra le parti e terzietà del giudice».

    In concreto, qual è l’obiettivo del referendum?

    «È molto più semplice di quello che si possa pensare: con esso si mira democraticamente a garantire un principio costituzionale incontestabile, ovvero la terzietà del giudice e la sua reale equidistanza rispetto ad accusa e difesa. Attualmente, l’appartenenza di giudici e pubblici ministeri ad un unico ordine e ad un unico organo di autogoverno (CSM), determina una commistione di interessi che incide sulle loro carriere, sui trasferimenti, sulle promozioni e sulle sanzioni disciplinari.

    Separare le carriere, prevedere distinti concorsi di accesso, prevedere due CSM, attribuisce al giudice una reale libertà anche da interferenze interne e da valutazioni professionali svolte da colleghi che svolgono funzioni diverse (PM) che devono rimanere su di un piano distinto.

    La separazione, che completa e definisce il sistema accusatorio introdotto nel 1989 ed il principio del “giusto processo” cristallizzato nel 1999 nell’art. 111 della Costituzione, costituisce una caratteristica distintiva delle democrazie liberali».

    Quali vantaggi concreti produrrebbe questa riforma sul rapporto tra giustizia e cittadini?

    «Ne esce rinforzata la stessa autorevolezza del giudice sia dal punto di vista sostanziale che da quello formale, aumentando la fiducia e la credibilità della giurisdizione agli occhi del cittadino. La riforma garantisce anche la funzione del PM che rimarrà organo autonomo ed indipendente da ogni potere, restando inalterata l’obbligatorietà dell’azione penale con la conseguente possibilità di continuare a svolgere ogni indagine, anche nei confronti dei “poteri forti”».

    E sulle altre novità, dal sorteggio dei componenti dei due CSM all’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, qual è il suo giudizio?

    «Completano la riforma, eliminando definitivamente le problematiche connesse al potere delle correnti interne alla magistratura (su cui il caso Palamara ha alzato il velo) e attribuendo ad un organo autonomo le valutazioni disciplinari, oggi gestite da apposita sezione del medesimo CSM.

    Spiace dover constatare che il dibattito sul merito della riforma abbia lasciato il posto a mistificazioni e a distorsioni della realtà, con il poco lusinghiero ricorso, da parte di chi si oppone, alla categoria dei buoni e cattivi e con argomentazioni strumentali che sono in contrasto con il testo letterale delle norme costituzionali soggette a consultazione popolare e con il valore giuridico di una riforma che consacra un principio di civiltà».

    Il suo appello finale agli elettori?

    «Votare SI alla riforma garantisce un assetto costituzionale che segna una netta distinzione tra chi accusa e chi giudica, con medesima autonomia ed indipendenza dei magistrati e con accrescimento delle garanzie di terzietà del giudice, di credibilità ed autorevolezza della giustizia italiana».

     

     

     

     

     

     

     

  • Ex Ilva, Nordio manda ispettori in Procura?

    Ex Ilva, Nordio manda ispettori in Procura?

    “La magistratura si sta rendendo colpevolmente complice di un danno gravissimo ai danni dell’ex Ilva che, ricordo, è azienda da sempre strategica per l’Italia e non solo. Rigettando l’istanza di dissequestro, il tribunale di Taranto chiede altro tempo per accertamenti e questo è francamente incomprensibile perché i ritardi hanno un costo elevato. Parliamo di quasi 2,5 miliardi, ad oggi, una cifra che cresce al ritmo di 4,5 milioni di euro al giorno. Costi che derivano dal pagamento della cassa integrazione e che costringono di fatto le imprese italiane del nord del Gruppo, già in difficoltà, a comprare l’acciaio necessario dall’estero con prezzi ovviamente maggiori”. Così il senatore di Fratelli d’Italia Gianpietro Maffoni, componente la Commissione Industria a Palazzo Madama, in relazione al mancato dissequestro dell’altoforno 1 da parte della Procura di Taranto.

    “Questa è una situazione inaccettabile perché si traduce in un immobilismo che costa competitività, lavoro e credibilità internazionale – prosegue Maffoni -. Tutto ciò è ingiusto perché una giustizia che non decide ma rinvia si traduce in un danno per le imprese e che, inevitabilmente, Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia Gianpietro Maffoni, componente la Commissione Industria a Palazzo Madama.

    “Sull’ex Ilva sono troppi i ritardi dovuti al rigetto dell’istanza di dissequestro da parte del Tribunale di Taranto, il quale ha implicato prima nove mesi per un incidente probatorio ed ora altro tempo per gli accertamenti. Tempi lunghissimi e ritardi che si traducono, ad oggi, in 2,4 miliardi di danni economici. Non solo, stabilimenti del gruppo in difficoltà, famiglie in cassa integrazione e imprese italiane costrette a comprare acciaio all’estero e a costo maggiore. Una giustizia che non decide danneggia tutti, motivo per cui riformarla è necessario e il referendum rappresenta il primo fondamentale passo in questo senso. Valuteremo se presentare un’interrogazione a Nordio per valutare l’opportunità di avviare un’ispezione alla Procura di Taranto” incalza il senatore di Fratelli d’Italia Matteo Gelmetti.

    “E’ una pessima notizia non solo per Taranto ma per tutto il Paese il rigetto da parte del gip del Tribunale cittadino all’istanza di dissequestro per l’altoforno 1 presentata dall’ex ILVA. Un nuovo stop per nuovi accertamenti, a 9 mesi dall’incidente di maggio scorso, che va a pesare sulle casse dello Stato e dunque sulle tasche dei cittadini. Parliamo di circa 2,5 miliardi di euro in cui si sommano i danni per il mancato funzionamento dell’impianto, i costi per il mancato fatturato e per la cassa integrazione dei dipendenti. Purtroppo la lentezza della giustizia si scontra con l’urgenza di rilanciare il polo produttivo per recuperare competitività. Un obiettivo che il governo sta perseguendo con determinazione nonostante la procura di Taranto sembri remare in senso opposto. Ancora una volta emergono le falle di un sistema giudiziario che a causa della propria inerzia danneggia l’Italia e che, pertanto, va assolutamente riformato votando Sì al prossimo referendum del 22 e 23 marzo” afferma invece il deputato Gianluca Caramanna, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Attività Produttive.

    (leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2026/02/12/ex-ilva-no-al-dissequestro-dellafo-1/)