Categoria: Rubrica-Musica

  • Attenti a quei due che a volte ritornano…

    Attenti a quei due che a volte ritornano…

    Si rinnova un paio di volte l’anno, un format consolidato che vede protagonisti due cultori, made in Taranto, “storici” della musica (indie, rock, new wave) alla consolle come Franzi Baroni e Marcello Nitti che venerdì dalle ore 21.30 a Spazioporto
    ‘Sometimes They Come Back….’. A volte tornano con i suoni e le immagini, del passato e del futuro.

    Una serata che aggrega amici, appassionati che si ritrovano per quello che è un appuntamento consolidato da dieci anni, ma che ha radici più profonde da quando i due, dalla fine degli anni 70 condividevano gli stessi microfoni di Radio Taranto 102.5.

    Una passione e un’amicizia inossidabile oltre il tempo e le mode con in comune brani che hanno fatto parte della colonna sonora dei wavers degli anni ’80. Non solo anche una selezione di buona musica, quella che non passa nelle radio mainstream.

  • ll disco più oscuro dei Depeche Mode compie 40 anni

    ll disco più oscuro dei Depeche Mode compie 40 anni

    Pubblicato il 17 marzo del 1986, ‘Black Celebration’ rappresenta un punto di svolta per la carriera dei Depeche Mode perché si distacca completamente dai lavori precedenti e apre un varco decisivo verso una nuova fase della carriera.

    Sin qui la band inglese aveva conquistato una solida popolarità nel panorama synth-pop europeo ma in questa occasione compie un passo verso una dimensione sonora più complessa, introspettiva, cupa, tendente al dark, come mai accaduto prima ma forse come mai accadrà anche dopo.

    Registrato agli Hansa studio di Berlino (quelli che ospitarono il periodo berlinese di David Bowie) tra il 1985 e l’inizio del 1986, in un momento in cui la band non sapeva quale direzione prendere e in studio subentrò un bel pizzico di tensione, ‘Black Celebration’ trasforma il modo di fare musica elettronica: campionamenti metallici, tessiture sintetiche stratificate e ritmi minimali costruiscono un ambiente sonoro monolitico e un’atmosfera quasi cinematografica (merito di chi ha lavorato in studio, dal membro della band Alan Wilder, ai produttori Daniel Miller e Gareth Jones).

    Il compianto Andy Fletcher, morto nel 2022, membro originario della band dichiarò a tal proposito: “A quel tempo seguivamo una teoria per cui ogni suono doveva essere diverso e non ci piaceva usare mai lo stesso suono due volte. Così campionare per noi era chiaramente qualcosa di grandioso” (fonte biografia scritta da Jonathan Miller nel 2008).

    Ogni brano sembra appartenere a un unico paesaggio emotivo esaltato dai testi di Martin Gore –  che parlano di sensi di colpa, fragilità dei rapporti, tensioni interiori, la perdita dell’innocenza – e dalla caratteristica voce baritonale di Dave Gahan.

    Tant’è che laddove finisce un brano, subito in sottofondo inizia l’altro. La tensione emotiva si percepisce sin dalla prima traccia, l’omonima (dell’album) ‘Black Celebration’, costruzione elettronica severa e ipnotica, sfocia in ‘Fly on the Windscreen’, che parla della caducità della vita, sotto la quale comincia ‘A question of Lust’. Accade anche nel lato B: laddove termina ‘Stripped’ e comincia ‘Here is the House’ (rieditata in italiano dai Bluvertigo nel loro primo album del 1995 con un brano dal titolo “Complicità”).

    Non ci sono grandi singoli da classifica (come in precedenza ‘People Are People’ o ‘Everything Counts’) che trainano l’album ma certamente canzoni che danno un’anima alla musica elettronica, sin qui percepita fredda.

    I singoli estratti hanno differenti sfumature e non sono fatti per le top chart: ‘Stripped’ – uno dei loro migliori brani in assoluto- rappresenta l’essenza del disco, suona quasi industrial (tanti gruppi ne hanno tratto ispirazione come i Nine Inch Nails o Linking Park), tra rumori di motori di auto (la Porsche di Gahan) e oggetti metallici campionati,  ‘A Question of Lust’, una delle più belle ballate elettroniche scritte ed interpretate da Gore, mentre ‘A Question of Time’ ha un ritmo incalzante che ti aggredisce sin dalle prime note.

    C’è spazio, in coda all’album, anche per un brano politicamente impegnato, ‘New Dress’, dove si critica l’ossessione dei media verso le frivolezze (i citati, nel testo, cambi di abito della principessa Diana) a discapito di questioni mondiali più importanti (guerra, carestia e calamità naturali).

    I Depeche Mode nel 1986

    In molti considerano ‘Black Celebration’ il punto in cui il gruppo definisce definitivamente la propria identità artistica: una sintesi tra pop elettronico, atmosfere dark e scrittura emotivamente coinvolgente.

    Non è un disco pensato per il successo immediato, ma per durare nel tempo. E infatti oggi è considerato uno dei capitoli fondamentali della produzione Depeche Mode.

    L’interesse della critica musicale nei loro confronti, con questo lavoro cresce e la fan base si allarga, mentre loro diventano quasi una religione.

    Lontani dal mainstream eppure in grado di affascinare un enorme e quasi insospettabile pubblico, i Depeche Mode erano, in quel momento, nella fortunata posizione di essere il segreto preferito di tutti.

  • “HELP (2)”, un disco per i bambini colpiti dalla guerra

    “HELP (2)”, un disco per i bambini colpiti dalla guerra

    Nel 1993 fu fondata un’organizzazione non governativa internazionale, WAR CHILD. Lo scopo era quello di fornire assistenza psicosociale, protezione ed educazione ai bambini nelle zone di conflitto e nel post-conflitto.

    WAR CHILD è operante in molti paesi, come Sudan, Ucraina e Siria, garantendo un futuro sicuro ai minori colpiti dalla guerra. Sull’onda di questa iniziativa nel 1995, vide la luce lo storico album collaborativo HELP.

    Venne registrato in un solo giorno, con una raccolta di oltre 1,2 milioni di sterline, consentendo a War Child di fornire un supporto vitale a migliaia di bambini coinvolti nel conflitto bosniaco.

    Tuttavia, quando HELP fu pubblicato per la prima volta, circa il 10% dei bambini nel mondo era colpito da conflitti. Oggi, questa cifra è quasi raddoppiata, arrivando a quasi 1 su 5, ovvero 520 milioni di bambini in tutto il mondo; più che in qualsiasi altro momento dalla Seconda Guerra Mondiale.

    Il secondo capitolo “HELP (2)” uscirà il 6 marzo per War Child Records con il primo singolo, “Opening Night By Arctic Monkeys”.

    Molte delle sessioni per l’album sono state registrate nel mitico studio Londinese Abbey Road, con la supervisione di incredibili ingegneri del suono.

    Lo straordinario cast di artisti che hanno aderito all’iniziativa, comprende: Anna Calvi, Arctic Monkeys, Arlo Parks, Arooj Aftab, Bat For Lashes, Beabadoobee, Beck, Beth Gibbons, Big Thief, Black Country, New Road, Cameron Winter, Damon Albarn, Depeche Mode, Dove Ellis, Ellie Rowsell, English Teacher, Ezra Collective, Foals, Fontaines D.C., Graham Coxon, Greentea Peng, Grian Chatten, Kae Tempest, King Krule, Nilüfer Yanya, Olivia Rodrigo, Pulp, Sampha, The Last Dinner Party, Wet Leg e Young Fathers.

    Lo spirito del disco riflette la natura collaborativa del processo di registrazione, con numerosi momenti improvvisati che si sono svolti in studio, come la sessione di Damon Albarn per Flags che lo ha visto affiancato da Johnny Marr alla chitarra e da Kae Tempest e Grian Chatten dei Fontaines D.C. alla voce; mentre Olivia Rodrigo era in contatto con Graham Coxon, che ha portato il chitarrista a esibirsi nella sua cover di The Book of Love.

    Oltre ai musicisti stellari coinvolti, il famoso regista e premio Oscar Jonathan Glazer ha ricoperto il ruolo di Direttore Creativo per HELP(2), collaborando con
    l’ Academy Films per coordinare mettere insieme un brillante team di creativi, supervisionando le riprese e la direzione artistica del progetto. Il concetto di Glazer e Mica Levi era semplice: dai bambini, per i bambini. Il suo team ha consegnato le telecamere ai bambini, affinché vedessero il mondo attraverso i loro occhi, le loro immagini sono come un promemoria costante e profondo dello spirito del progetto per tutto il pubblico e i soggetti coinvolti.

    Ogni bambino ha utilizzato la propria piccola telecamera, ed era invitato negli studi per filmare gli artisti che registravano senza alcuna restrizione. Inoltre, il team di Glazer ha collaborato con fixer e registi in Ucraina, Gaza, Yemen e Sudan per raccogliere filmati girati dai bambini sul campo in queste zone di conflitto. Il risultato è un lavoro straordinario che, in definitiva, collega l’album ai bambini che la musica cerca di aiutare.

    Il lavoro di WAR CHILD, con il taglio dei finanziamenti è duramente colpito. Con l’escalation dei conflitti non è mai stato così urgente e necessario per questi artisti, la mission di portare avanti lo spirito di azione collettiva dell’album originale del 1995, oggi come allora questo progetto risulta vitale.

    di Franzi Baroni

  • Cure: ‘Boys Don’t Cry’ compie 40 anni

    Cure: ‘Boys Don’t Cry’ compie 40 anni

    Abbiamo già detto da questa rubrica che gli anni ’80 sono stati cruciali per la musica prodotta.

    Anche in questo 2026, ci sono ricorrenze importanti come una delle canzoni che ha definito una generazione intera, Inizialmente pubblicato come singolo nell’estate del 1979, considerata una delle tracce-simbolo della band inglese The Cure, raggiunse, però, il successo internazionale nel 1986, quando Robert Smith registrò nuovamente la voce e remixò la backing track.

    La copertina del 1979

    Quaranta anni dopo , la band festeggia questo anniversario lanciando in ristampa l’iconico brano Boys Don’t Cry (86 Mix). Questa edizione speciale, propone la voce di Robert Smith, ri-registrata, più sicura e matura rispetto a quella del 1986, rimasterizzata per una qualità audio superiore.

    Robert Smith, ha detto in proposito: “Ho pensato di poter fare di più con questa canzone, sentivo che stavo migliorando come cantante, essendo più sicuro di me. Quindi sebbene non mi sia scostato troppo dalla melodia e dalle frasi vocali originali, ho sentito che avrei potuto aggiungere un tono più emotivo ed originale alla rielaborazione.”

    I Cure hanno nell’ultimo anno, con il loro album “Songs Of The Lost World” e il live “Songs Of A Live Word-Live at Troxy”, rinnovato quel fascino indiscutibile, che li pongono fra le band di culto assoluto del periodo d’oro della new wave e il dark.

    Per la prima volta il brano sarà disponibile in versione digitale, poiché non fu mai inserito sulle compilation greatest hits, della band. Inoltre come B-sides troviamo queste tracce: ‘Plastic Passion’, ‘Pillbox Tales’ e ‘Do The Hansa’.
    Varie versioni saranno stampate e disponibili per Boys Don’t Cry (86 Mix): dal 30 gennaio il CD, mentre il vinile nero da 12″ e 7” sarà disponibile dal 21 aprile.

    Naturalmente sui siti specializzati e negozi on line, è disponibile la prenotazione dei supporti, senza escludere qualche edizione successiva speciale con relativo merchandise dedicato.

    Recensione a cura di Franzi Baroni

  • Dieci dischi pop-rock che compiono 40 anni

    Dieci dischi pop-rock che compiono 40 anni

    Nel 1986 terminò la fase propulsiva di alcune band pop che caratterizzarono la prima metà degli anni ’80 (riferimento è a Duran Duran e Spandau Ballet) che in un certo senso proprio con i dischi editi in quest’anno ebbero un ultimo colpo di coda. Svolta decisiva, invece, per Madonna che nel sbancò definitivamente le classifiche così come per Prince che, grazie al singolone “Kiss”, ottenne un successo planetario.

    Discorso differente per gli Smiths che pure produssero il miglior lavoro della propria discografia ad un anno dallo scioglimento e per i Depeche Mode che proseguirono, al contrario, la fase di ascesa graduale della loro carriera.

    Chi, invece, proveniva dagli anni ’70, si adeguò definitivamente ai nuovi suoni del decennio ma anche alla cura della parte videoclip (MTV era all’apice). Il riferimento è ai Genesis – che rinnegarono in parte il loro passato di band prog-rock – producendo un lavoro pop-rock che gli regalò un enorme successo commerciale e ai Queen che completarono la trasformazione cominciata già con il precedente “The Work” del 1984. Svolta pop definitiva – ma di altissimo livello – anche per un altro reduce degli anni ’70, Peter Gabriel che dei Genesis era stato il cantante.

    Il “nuovo” fenomeno, proveniente dagli States, fu rappresentanto dai Bon Jovi che riportarono le chitarre al centro dell’attenzione ma con un look (capelli cotonati) che richiamava quella cura dell’immagine che influenzò il decennio, specie nella prima parte.

    DIECI ALBUM TRA QUELLI DA RICORDARE DEL 1986

    Depeche Mode – Black Celebration – 13.03.1986

    Questo disco rappresenta un punto di svolta per la carriera dei Depeche Mode perché si distacca completamente dai lavori precedenti e apre un bel varco per una nuova fase.

    Siamo di fronte ad un capolavoro di produzione elettronica, quasi monolitico (ci sono brani che su vinile iniziano dove termina il precedente), di una cupezza mai espressa prima ad ora, sin dalla copertina. I testi e la musica raggiungono un hype emotivo eguagliato in pochissime successive rare occasioni.

    Non ci sono grandi singoli da classifica (come in precedenza “People Are People” o “Everything Counts”) che trainano l’album ma certamente canzoni che danno un’anima alla musica elettronica, sin qui percepita fredda.

    I singoli estratti sono differenti tra loro per sfumature: “Stripped” – uno dei loro migliori brani in assoluto- rappresenta l’essenza del disco, “A Question of Lust”, una delle più belle ballate elettroniche scritte ed interpretate da Gore, mentre “A Question of Time” ha un ritmo che ti aggredisce sin dalle prime note.

    L’interesse della critica musicale nei loro confronti, con questo lavoro cresce e la fan base si allarga, mentre loro diventano quasi una religione.  Lontani dal mainstream eppure in grado di affascinare un enorme e quasi insospettabile pubblico, i Depeche Mode erano, in quel momento, nella fortunata posizione di essere il segreto preferito di tutti.

    Prince- Parade 31.03.1986

    Con Parade, Prince si conferma ancora una volta come artista geniale, non etichettabile, capace di reinventarsi continuamente. Questo album, segna la fine della collaborazione con The Revolution e rappresenta un punto di svolta artistico.

    Parade è un’opera sofisticata e ambiziosa. Non ha la potenza radiofonica di Purple Rain, ma rappresenta il genio di Minneappolis forse al massimo della sua libertà creativa.

    È un ponte tra il suo periodo più pop e le svolte funk-sperimentali degli anni successivi.

    Parade abbraccia una scrittura più essenziale, mescolando pop orchestrale, jazz, funk, psichedelia e chanson francese.

    L’album apre con “Christopher Tracy’s Parade”, che introduce subito un’atmosfera elegante e retrò, seguita da brani eterogenei come il pop cinematografico di “Girls & Boys”, l’acustica “Sometimes It Snows in April”, e l’electro-funk di “Mountains”.

    Il picco commerciale e creativo è assolutamente rappresentato da “Kiss”, hit mondiale, iconica (ricordate Julia Roberts che la canta nella vasca da bagno nel film “Pretty Woman”?) che mette insieme una base minimale, falsetto sensuale e ironia funk: un capolavoro di sottrazione e stile. È il brano che meglio sintetizza l’estetica dell’album, dove Prince gioca con il vuoto e il pieno, la pelle e l’elettronica.

    Peter Gabriel – So 19.05.1986

    Quinto album solista per l’ex-vocalist dei Genesis che dopo anni di sperimentazioni art-rock, si concede un disco che unisce profondità artistica e successo commerciale, firmando un’opera ricca di sonorità globali e impreziosita da grandi collaborazioni: il batterista Jerry Marotta, il bassista Tony Levin,  il chitarrista David Rhodes, il produttore e tecnico del suono Daniel Lanois (già con gli U2), oltre ai “cameo musicali” dell’ex batterista dei Police, Stewart Copeland, della cantante di culto Kate Bush e del frontman dei Simple Minds, Jimm Kerr.

    So è stato un enorme successo, ha venduto milioni di copie nel mondo (5 milioni solo negli Stati Uniti, dove fu disco di platino).

    Il singolo “Sledgehammer”, dalla ritmica funky-soul resta ancora oggi, uno dei più grandi successi di Gabriel, grazie anche al videoclip rivoluzionario (realizzato con la tecnica dello stop motion animata, all’avanguardia in quel periodo) che per anni ha detenuto il posto come video più trasmesso da MTV.

    Da menzionare il duetto in “Don’t Give Up” con Kate Bush (due voci che si intrecciano in una delle ballate più intense degli anni ’80), “In Your Eyes” (spirituale e passionale, con influenze world music e la voce ospite di Youssou N’Dour), e l’elettro-funky di “Big Time”, un brano che più pop non si può ma con una sua precisa identità che suona ancora oggi moderno a conferma che Peter Gabriel è sempre stato un’artista avanti.

    Queen – A Kind of Magic – 02.06.1986

    A Kind of Magic è l’album che accompagna il periodo finale dei grandi tour dei Queen, oltre a rappresentare la colonna sonora (non ufficiale) del film Highlander – L’ultimo immortale.

    È un disco che miscela epicità cinematografica, rock da stadio e influenze pop anni ’80, diventando uno degli ultimi grandi successi prima del ritiro dalle scene live di Freddie Mercury. Molte delle tracce dell’album sono appunto ispirate dal film Highlander e questo dona un’atmosfera epica, a tratti fiabesca.

    La title track “A Kind of Magic” è una canzone pop-rock magnetica dal ritornello immediato. E poi “One Vision”, traccia d’apertura potente, tra hard rock e sperimentazione, e la splendida e emozionante “Who Wants to Live Forever”, struggente ballata orchestrale firmata da Brian May, resa immortale dalla voce di Mercury. Uno dei momenti più toccanti dell’intera discografia Queen.

    La produzione, curata dalla band con David Richards (Bowie, Iggy Pop), è molto “anni ’80”: sintetizzatori, batteria elettronica e suoni levigati,

    A Kind of Magic non è forse il capolavoro assoluto dei Queen, ma è un disco con diversi brani memorabili, capace di sintetizzare la loro vena epica, melodica e teatrale. Fece seguito l’ultima grande tournée di Freddie, immortalata nel celebre Live at Wembley ’86.

    Genesis Invisible Touch 06.06.1986

    Con l’inizio degli anni ’80, il progressive rock stava perdendo interesse, costringendo molti gruppi a reinventarsi. Tra questi i Genesis che, per stare al passo con i tempi, diedero libero sfogo alla loro vena più pop, facendo storcere il naso ai fan della prima ora che subissarono di critiche Phil Collins e compagni.

    Eppure l’album segnò l’apice commerciale della band inglese, divenendo il più venduto in assoluto negli Stati Uniti, con sei dischi di platino.

    Invisible Touch” è di fatto la conferma del cambio stilistico della band brittannica, sancendo un aggiornamento delle sonorità che ne avevano sino ad allora caratterizzato il cammino.

    Il gruppo si lasciò trasportare nelle sonorità elettroniche tipiche degli anni ’80.

    Singoli come la title-track e “Land of Confusion hanno un sapore decisamente pop e sono accattivanti fin dal primo ascolto. Non mancano alcuni richiami al loro passato progressive rock come nella parte centrale di “Tonight, Tonight, Tonight, dove le tastiere tornano a dominare.

    Invisible Touch è un album indubbiamente dalle sonorità fresche, luminose e immediate . I cinque singoli usciti, restano, tra i più ascoltati della loro discografia.

    The Smiths – Queen in Dead 19.06.1986

    Considerato l’apice artistico, la band guidata dalla voce leggendaria di Morrissey e dalla chitarra geniale di Johnny Marr, firma un’opera intensa, elegante, tagliente. Un album che unisce melodia, malinconia e ironia amara con una coesione rara.

    Con questo disco, i The Smiths raggiungono una maturità musicale sorprendente. Morrissey firma alcuni dei suoi testi più iconici: disillusi, poetici, provocatori, spesso punteggiati da un sarcasmo sferzante.

    Il titolo stesso – “The Queen Is Dead” – è una dichiarazione di guerra culturale, una critica alla monarchia come simbolo di un’Inghilterra decadente.

    Splendidi singoli che gli fanno da traino: la bellissima e struggente “The Boy With The Thorn In His Side”, “Bigmouth Strikes Again”, col suo immortale giro di chitarra, “There Is A Light That Never Goes Out”, perla incastonata com’è in una melodia elegante e asciutta, una poesia d’amore giovanile che sfiora il sublime.

    “The Queen Is Dead” è un classico senza tempo. Unisce intensità emotiva e sarcasmo, bellezza e amarezza. È il disco che ha fatto dei The Smiths una leggenda del rock alternativo e ha influenzato generazioni di musicisti e ascoltatori.

    Madonna – True Blue – 30.06.1986

    Con questo disco Madonna compie il suo primo vero salto artistico. Dopo il successo dei primi due album, qui si presenta più matura, romantica e consapevole, sia sul piano musicale che tematico.

    Prodotto insieme a Stephen Bray e Patrick Leonard, True Blue abbandona parte del synth-pop acerbo degli esordi per abbracciare sonorità più raffinate, ispirate agli anni ’60, alla musica latina e al pop orchestrale.

    Il cambiamento è evidente già dalla ballata “Live to Tell”, primo singolo del disco: introspettiva, malinconica, cinematografica al punto da essere inserita nella colonna sonora del film con Sean Penn “A distanza ravvicinata”, a quei tempi marito di Madonna.

    Il cuore dell’album è una sequenza di singoloni da classifica: – “Papa Don’t Preach”, “Open Your Heart”,  “True Blue”,  “La Isla Bonita”. I videoclip diventano veri cortometraggi che MTV rilancia in continuazione.

    True Blue è il disco con cui Madonna passa da popstar ad icona pop mondiale, ottenendo uno strepitoso successocommerciale. Parallelamente alla musica, Madonna costruisce con True Blue un’immagine nuova: platino, anni ’50, diva ribelle.

    Bon Jovi – Slippery When Wet 08.08.1986

    I Bon Jovi firmano uno degli album più iconici degli anni ’80 e diventano superstar globali, con oltre 28 milioni di copie vendute. È il disco che definisce il sound dell’hair metal commerciale: un mix travolgente di hard rock, pop, e melodia di facile ascolto radiofonico.

    I Bon Jovi divennero un fenomeno culturale, facendo scuola e ispirando decine di band.

    L’album porta al centro la voce di Jon Bon Jovi, la chitarra potente di Richie Sambora, cori memorabili e arrangiamenti pensati per conquistare le masse. Contiene tutti gli ingredienti in grado di piacere al rocker romantico: brani da cantare a squarciagola nelle arene e ballate da accendini al buio negli stadi.

    La sequenza di brani che citeremo sono rimasti nella storia dell’hard rock made in USA: “You Give Love a Bad Name” (apertura esplosiva, riff immediato e ritornello da urlare in coro),  “Livin’ on a Prayer” (crescendo emotivo per una traccia epica di puro hard rock), “Wanted Dead or Alive”( ballata western-rock, acustica e malinconica) e “Never Say Goodbye” (classica power ballad sentimentale).

    Insomma, un manifesto del rock degli anni ’80, fatto di sogni, cori da stadio e capelli cotonati. Non è perfetto, non inventa nulla di memorabile ma è efficace, travolgente e senza tempo per chi cerca puro intrattenimento rock.

    Spandau Ballet Through the Barricades 17.11.1986

    Con quest’album gli Spandau segnano un’evoluzione importante: da band simbolo del New Romantic britannico a gruppo maturo, capace di affrontare temi più profondi con una scrittura musicale più riflessiva e solida.

    È il loro quinto album in studio e, per molti, l’ultimo vero grande capitolo della loro carriera prima delle tensioni interne e del declino commerciale.

    Il capolavoro dell’album è senza dubbio “Through the Barricades”, una ballata potente e malinconica, ispirata al conflitto nordirlandese. Il brano parla d’amore e divisione con delicatezza e intensità, sorretto dalla voce sentita di Tony Hadley e da un crescendo emotivo che resta uno dei momenti più alti del pop britannico anni ’80.

    Through the Barricades è un disco meno immediato rispetto ai precedenti e suona più profondo, coeso e maturo. Segna la fine di un’epoca e l’ambizione di essere qualcosa di più di una band da classifica.

    La title track da sola basta a giustificarne l’importanza per gli amanti del pop ma ci sono altri pezzi che all’epoca fecero presa come “How Many Lies?” “Man in Chains” e “Fight for Ourselves” che mostrano l’anima più soul e impegnata del gruppo.

    Duran Duran – Notorius 17.11.1986

    la pop band più famosa del pianeta, nella prima metà degli anni’80,  prova a reinventarsi, dopo lo scioglimento parziale della formazione originale a cinque, che si ritrova a rifondarsi come trio: Simon Le Bon, Nick Rhodes e John Taylor.

    L’album rappresenta un unicum nella discografia perché si distacca dalle loro precedenti produzioni, facendosi trascinare da una svolta funk-pop raffinata, dovuta alla riconoscibile impronta del nuovo produttore Nile Rodgers (già chitarrista degli Chic, gruppo disco anni ’70), e figura chiave nella trasformazione sonora del gruppo (in seguito porterà al successo da classifica i Daft Punk).

    Notorious segna l’abbandono dei suoni new wave e synth-pop puri degli esordi, abbracciando un funk-pop elegante e influenzato dalla black music. L’album è pervaso da bassi incisivi, da una sezione fiati mai così presente in precedenza, ritmiche serrate e atmosfere sensuali, che ne fanno una delle produzioni più raffinate dei Duran Duran.

    Nei brani inseriti nell’album i primi due singoli sono quelli che lasciano maggiormente il segno: “Notorious” (irresistibile, funky, tagliente) e “Skin Trade” (brano ambizioso con Simon Le bon, il cantante, impegnato a fare il verso in falsetto ad un certo Prince, tra fiati soul e atmosfere sofisticate).

     

     

     

     

     

  • I top 50 dischi del 2025 – ultima parte

    I top 50 dischi del 2025 – ultima parte

    Il 2025 ha riservato dischi interessanti con una particolare attenzione verso il mercato indipendente. Come da consuetudine, questo è un riepilogo di alcuni album che ho apprezzato e ho programmato in “Starsonia Indie News”, il programma di informazione musicale in onda dalle frequenze radiofoniche di Radio Cittadella.

    Si spazia dal rock, al post punk, ai suoni elettronici ed ambient. Non è una classifica, ma è solo un’indicazione per chi vuole approfondire l’ascolto di musica nuova e differente. See You soon buona lettura con l’ultimo blocco.

    SQUID – COWARDS WARP RECORDS

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    STEVEN WILSON – THE OVERVIEW VIRGIN RECORDS

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    SUEDE – ANTIDEPRESSANTS  BMG

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    THE CHARLATANS – WE ARE LOVE  BMG

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Murder Capital

    THE MURDER CAPITAL – BLINDNESS  HUMAN SEASON

     

     

     

     

     

     

     

     

    THESE NEW PURITANS – CROOKED WING  DOMINO

     

     

     

     

     

     

    TORTOISE – TOUCH INTERNATIONAL ANATHEM

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Unknown

    UNKNOWN MORTAL ORCHESTRA – IC-02 BOGOTÁ  JAGJAGUWAR 

     

     

     

     

     

     

     

     

    VIAGRA BOYS – VIAGR ABOYS  SHRIMPTECH ENTERPRISES

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    WET LEG – MOISTURIZER DOMINO

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    IL VIDEO CONSIGLIATO DA FRANZI BARONI

  • I top 50 dischi del 2025 – quarta parte

    I top 50 dischi del 2025 – quarta parte

    Il 2025 ha riservato dischi interessanti con una particolare attenzione verso il mercato indipendente. Come da consuetudine, questo è un riepilogo di alcuni album che ho apprezzato e ho programmato in “Starsonia Indie News”, il programma di informazione musicale in onda dalle frequenze radiofoniche di Radio Cittadella.

    Si spazia dal rock, al post punk, ai suoni elettronici ed ambient. Non è una classifica, ma è solo un’indicazione per chi vuole approfondire l’ascolto di musica nuova e differente. See You soon buona lettura del quarto blocco.

    MÚM – HISTORY OF SILENCE   MORR MUSIC

     

     

     

     

     

     

     

     

    NATION OF LANGUAGE DANCE CALLED MEMORY SUB POP

     

     

     

     

     

     

     

     

    OK GO – AND THE ADJACENT POSSIBLE  PARACADUTE RECORDS

     

     

     

     

     

     

     

     

    ÓLAFUR ARNALDS – A DAWNING  ERASED TAPES

     

     

     

     

     

     

     

    ONEOHTRIX POINT NEVER – TRANQUILIZER  WARP

     

     

     

     

     

     

     

     

    PANDA BEAR – SINISTER GRIFT DOMINO RECORDS

     

     

     

     

     

     

     

     

    PETER MURPHY – SILVER SHADE  METROPOLIS RECORDS

     

     

     

     

     

     

     

     

    PULP – MORE  ROUGH TRADE

     

     

     

     

     

     

     

     

    RADIOHEAD HAIL TO THE THIEF – LIVE RECORDINGS 2003 – 2009  BEATNIK

     

     

     

     

     

     

     

     

    RIVAL CONSOLES – LANDSCAPE FROM MEMORY  ERASED TAPES

     

     

     

     

     

     

     

     

    IL VIDEO CONSIGLIATO DA FRANZI BARONI

     

  • I top 50 dischi del 2025 – terza parte

    I top 50 dischi del 2025 – terza parte

    Il 2025 ha riservato dischi interessanti con una particolare attenzione verso il mercato indipendente. Come da consuetudine, questo è un riepilogo di alcuni album che ho apprezzato e ho programmato in “Starsonia Indie News”, il programma di informazione musicale in onda dalle frequenze radiofoniche di Radio Cittadella.

    Si spazia dal rock, al post punk, ai suoni elettronici ed ambient. Non è una classifica, ma è solo un’indicazione per chi vuole approfondire l’ascolto di musica nuova e differente. See You soon buona lettura del terzo blocco.

    IDLEWILD – IDLEWILD  COOKING VINYL

     

     

     

     

     

     

     

     

    INHALER – OPEN WIDE   POLYDOR

     

     

     

     

     

     

     

     

    LAMBRINI GIRLS – WHO LET THE DOGS OUT  CITY SLANG

     

     

     

     

     

     

     

    LUCRECIA DALT – A DANGER TO OURSELVES RVNG.

     

     

     

     

     

     

     

     

    M(H)AOL – SOMETHING SOFT   MERGE RECORDS

     

     

     

     

     

     

     

     

    MARIBOU STATE – HALLUCINATING LOVE NINJA TUNE

     

     

     

     

     

     

     

     

    MARK PRITCHARD  THOM YORKE- TALL TALES  WARP RECORDS

     

     

     

     

     

     

     

     

    MATMOS – METALLIC LIFE REVIEW THRILL JOCKEY

     

     

     

     

     

     

     

     

    MIKI BERENYI TRIO – TRIPLA  ROUGH TRADE

     

     

     

     

     

     

     

     

    MOGWAI – THE BAD FIRE TEMPORARY RESIDENCE LIMITED

     

     

     

     

     

     

     

     

    IL VIDEO CONSIGLIATO DA FRANZI BARONI

  • I top 50 dischi del 2025 – seconda parte

    I top 50 dischi del 2025 – seconda parte

    Il 2025 ha riservato dischi interessanti con una particolare attenzione verso il mercato indipendente. Come da consuetudine, questo è un riepilogo di alcuni album che ho apprezzato e ho programmato in “Starsonia Indie News”,  il programma di informazione musicale in onda dalle frequenze radiofoniche di Radio Cittadella.

    Si spazia dal rock, al post punk, ai suoni elettronici ed ambient. Non è una classifica, ma è solo un’indicazione per chi vuole approfondire l’ascolto di musica nuova e differente. See You soon buona lettura del secondo blocco.

    CIRCA WAVES – DEATH & LOVE, PT. 1  PIAS

     

     

     

     

     

     

     

    CURE Songs Of A Live World Troxy London MMXXIV   POLYDOR

     

     

     

     

     

     

     

     

    DANIEL AVERY – TREMOR  DOMINO

     

     

     

     

     

     

     

     

    DAVID BYRNE – WHO IS THE SKY?  EMI

     

     

     

     

     

     

     

     

    DIVORCE – DRIVE TO GOLDENHAMMER  GRAVITY RECORDS

     

     

     

     

     

     

     

    DOVES – CONSTELLATIONS FOR THE LONELY  IMS EMI

     

     

     

     

     

     

     

     

    FKA TWIGS – EUSEXUA AFTERGLOW ATLANTIC RECORDS

     

     

     

     

     

     

     

    FRANZ FERDINAND – THE HUMAN FEAR  DOMINO

     

     

     

     

     

     

     

     

    GUIDED BY VOICES – UNIVERSE ROOM  GBV INC.

     

     

     

     

     

     

     

     

    HEARTWORMS – GLUTTON FOR PUNISHMENT  SPEEDY WUNDERGROUND

     

     

     

     

     

     

     

     

    IL VIDEO CONSIGLIATO DA FRANZI BARONI

     

     

  • I top 50 dischi del 2025 – prima parte

    I top 50 dischi del 2025 – prima parte

    Il 2025 ha riservato dischi interessanti con una particolare attenzione verso il mercato indipendente. Come da consuetudine, questo è un riepilogo di alcuni album che ho apprezzato e ho programmato in “Starsonia Indie News”,  il programma di informazione musicale in onda  dalle frequenze radiofoniche di Radio Cittadella.

    Si spazia dal rock, al post punk, ai suoni elettronici ed ambient. Non è una classifica, ma è solo un’indicazione per chi vuole approfondire l’ascolto di musica nuova e differente. See You soon buona lettura.

    ALABASTER DEPLUME – A BLADE BECAUSE A BLADE IS WHOLE INTERNATIONAL ANATHEM

     

     

     

     

     

     

    ALFA MIST ROULETTE  SEKITO

     

     

     

     

     

     

    ANNA VON HAUSSWOLFF – ICONOCLASTS  YRAR 0001

     

     

     

     

     

     

    BAR ITALIA – SOME LIKE IT HOT  MATADOR RECORDS

     

     

     

     

     

     

    BARKER – STOCHASTIC DRIFT SMALLTOWN SUPERSOUND

     

     

     

     

     

     

    BATHS – GUT  BASEMENT’S  BASEMENT

     

     

     

     

     

     

    BDRMM – MICROTONIC ROCK ACTION

     

     

     

     

     

    BIG THIEF – DOUBLE INFINITY  4AD

     

     

     

     

     

     

    BRIAN ENO – LUMINAL  VERVE RECORDS

     

     

     

     

     

    BRIAN ENO & BEATIE WOLFE – LATERAL  VERVE

     

     

     

     

     

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