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  • Bonifica SIN Taranto: serviranno anni

    Bonifica SIN Taranto: serviranno anni

    Un’audizione fiume durata oltre quattro ore (anche se la prima è stata di fatto interrotta e ripresa più volte a causa di problemi tecnici di collegamento) quella andata in scena presso la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati (Palazzo San Macuto – Aula V piano), che ha visto come protagonisti in videoconferenza il Direttore Generale ISPRA, Maria Siclari e il Direttore Generale ARPA Puglia Vito Bruno (entrambi affiancati e supportati dai rispettivi tecnici), sul tema dell’Ilva di Taranto e più in generale del Sito d’Interesse Nazionale di Taranto.

    Impossibile mappare l’intero SIN di Taranto

    La chiarezza con cui i tecnici ISPRA si sono espressi sulla situazione inerente la bonifica del SIN di Taranto non ha prezzo. Prima di tutto è stato chiarito che è impossibile mappare l’intera area in questione, innanzitutto da un punto di visto economico visto che la spesa sarebbe enorme. Parliamo di un territorio vastissimo da tenere sott’osservazione: 1.500 ettari e circa 77-80 siti da bonificare.

    Ma soprattutto da un punto di vista scientifico. Attualmente si ha un’idea dello stato di contaminazione delle acque e del suolo, ma la certezza assoluta sullo stato di qualità è difficilissimo averla in un sito così grande e sul quale insistono numerosissime pressioni e ipotetiche sorgenti di contaminazione. Ci sono aree dove questa conoscenza è più superficiale che meriterebbero degli approfondimenti, mentre altre meriterebbero un’attenzione particolare. Ma soprattutto, come ben spiegato dai tecnici ISPRA, lo stato di contaminazione delle acque di falda è un processo dinamico e non statico. E’ una matrice che si muove con gli inquinanti che subiscono un processo di degradazione, motivo per il quale quello che io misuro oggi può essere molto diverso da quanto misuro domani. Motivo per il quale il monitoraggio dei terreni e delle acque, come previsto dalla normativa vigente, deve avvenire costantemente nel tempo.

    Detto questo un quadro d’insieme della contaminazione delle matrici ambientali del SIN di Taranto, ISPRA ed ARPA ce l’hanno. Anche se attualmente si è alla caratterizzazione, non ancora all’analisi di rischio che precede e da cui dipende l’eventuale e successiva bonifica. Il modello definitivo non è infatti ancora condiviso tra le parti. Questo significa che al momento è ancora impossibile definire quali siano le aree da bonificare e quali no e quante risorse economiche serviranno in tal senso.

    (leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/05/20/salviamo-le-bonifche-dallabisso3/)

    Il bubbone caratterizzazioni, acque di falda e materiali di riporto

    ISPRA ed ARPA Puglia hanno anche affrontato anche il grande problema legato alle caratterizzazioni. Dove innanzitutto è previsto il così detto ‘autocontrollo‘ da parte del gestore dell’area che non prevede la validazioni delle caratterizzazioni, così come invece previsto da quelle che fanno parte della parte IV Titolo V che prevedono una validazione; non quelle invece presenti nella predisposizione della relazione di riferimento che il gestore deve aggiornate periodicamente che non coincide con i tempi della bonifica che serve poi come confronto al momento della eventuale dismissione degli impianti, dove avverrà una nuova verifica per valutare l’impatto nel tempo di tale attività; ai sensi dell’AIA nel testo unico ambientale prevede che per la valutazione dello stato di contaminazione delle matrici ambientali non siano sottoposte a verifica degli enti di controllo.

    Le caratterizzazioni effettuate dal 2004 al 2015, per quanto riguarda lo stabilimento siderurgico, sono state effettuate dal gestore. La procedura normativa prevede una validazione in contraddittorio da parte di ARPA Puglia, ma negli anni il procedimento non è stato fluido e concordato, hanno sostenuto i tecnci di ISPRA, ovvero non tutte sono state sottoposte a validazione.

    Posizione sostenuta da ARPA Puglia, attraverso il dott. Campanaro, che ha ricordato come l’azienda Ilva con un ricorso del 2007 impugnò i provvedimenti assunti dal ministero dell’Ambiente nel periodo 2006-2011, sul quale il Tar Lecce si espresse con diverse ordinanze riportati poi nel verbale della Conferenza dei Servizi del dicembre 2011. Lo stesso ministero dell’Ambiente presentò poi ricorso al Consiglio di Stato nel 2012 su sentenza del Tar di Lecce, che con sentenza nel gennaio 2016, ha chiarito che il DPCM 2014 (leggasi oggi DPCM 2017, ovvero il Piano Ambientale che aautorizza gestione del siderurgico, l’Autorizzazione Intergrata Ambientale) contenga tutte le prescrizioni necessarie per la messa in emergenza, le caratterizzazione inerenti i procedimenti di bonifica dell’area del siderurgico tarantino. Un ulteriore sentenza, la 526 del Tar Lazio del 2020, rispetto alla quale il ricorso è pendente al Consiglio Stato, ha comunque stabilito che vista la necessità di scongiurare ogni pericolo di inquinamento falda, il ministero dell’Ambiente e ARPA Puglia possono fare delle valutazioni o delle censure su quanto affermato dal gestore, che puntualmente poi ricorre ai tribunali amministraitivi. Insomma una sorta di circolo vizioso, su cui ARPA e ISPRA hanno sollecitato durante l’audizione la necessità di un intervento legislativo che possa chiarire compiti e ruoli in tal senso. Che poi è quello che avviene da quasi vent’anni, ma in Commissione sembrano essersene accorti soltanto nel 2022. Tra l’altro ARPA Puglia nell’ambito del procedimento autorizzativo non ha un ruolo specifico, ma interviene come uditore e presenta le sue osservazioni ed evidenzia le sue criticità, che non hanno però un peso ‘normativo’.

    L’iter di caratterizzazione è quindi stato più volte fermato a causa dei ricorsi del gestore perché non è stato ancora condiviso il modello concettuale sula situazione ambientale del siderurgico, motivo per il quale non si è ancora arrivati all’analisi di rischio che precede l’intervento di bonifica.

    In particolar modo gli ultimi due ricorsi, quelli sul materiale di diporto e quello sul monitoraggio delle acque di falda. Acciaierie d’Italia ha presentato nel 2020 un documento, il così detto ‘Piano programmatico‘, che contiene una serie di proposte per riprendere l’iter di bonifica e fissare un nuovo punto zero partendo dalle conoscenze disponibili. ISPRA ed ARPA Puglia hanno chiesto una serie di integrazioni avverso le quali la società ha presentato un ricorso al Tar del Lazio. In particolar modo sul monitoraggio delle acqua di falda, il DPCM 2017 prevede che il gestore svolga il monitoraggio una volta l’anno, mentre per gli enti di controllo questo singolo monitoraggio non risponderebbe appieno alle attività di monitoraggio per le acque sotterranee al di sotto dello stabilimento. Come abbiamo più volte riportato e come si può rileggere nei link qui sotto.

    (leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/02/09/bonifica-ex-ilva-si-lavora-sulla-falda/ e l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/02/10/bonifica-falda-ex-ilva-azienda-ricorre-al-tar/)

    In merito ai materiali di riporto invece, la questione se vogliamo è ancora più complessa. Il problema è che nel luglio 2021 è intervenuta modifica normativa che prevede che su questi materiali, venga effettuato un test di cessione su un campione, per vedere quanti dei contaminanti presenti nei terreni possono terminare nelle acque sotterranee (la così detta percolazione). La caratterizzazione però è avvenuta nel 2004: questo significa che su oltre 2000 prelievi che sono stati effettuati all’interno dello stabilimento, su nessuno di essi è stato mai fatto un test di cessione.

    E’ chiaro anche per ISPRA ed ARPA non sia possibile ripetere l’intero procedimento, per cui la proposta che gli enti di controllo hanno avanzato all’azienda è stata quella di effettuarne soltanto alcuni nelle aree dove secondo loro possono essere presenti dei materiali di riporto a rischio inquinamento della falda. Ma la tesi che ha opposto l’azienda è che essendo il 90% del sito siderurgico pavimentato, questo pericolo oggi è da escludersi. Tranne per le aree ricadenti in questo 10% di aree non pavimentate. Ovvero, secondo l’azienda la pavimentazione delle varie aree dello stabilimento impedirebbe questo fenomeno di percolazione dei materiali inquinanti in falda. Tesi che non convince ISPRA ed ARPA Puglia che hanno invece chiesto un approfondimento anche nelle aree pavimentate, visto che non si può escludere con assoluta certezza che la sola pavimentazione impedisca l’inquinamento delle acque sotterranee, vista anche la longevità dello stabilimento. Ed anche perché il meccanismo di inquinamento della falda non avviene solo attraverso il fenomeno del dilavamento delle acque meteoriche, ma anche attraverso la falda stessa che potrebbe già contenere degli inquinanti in acqua e che muovendosi potrebbe trasportare in altre aree dello stabilimento. Ma anche in questo caso l’azienda, Ilva in Amministrazione Straordinaria nel 2017 ha opposto ricorso al Tar del Lazio.

    Che con sentenza del 2020, impugnata dall’azienda, si è espresso sulla vicenda: per i materiali di riporto bisogna seguire quanto stabilito dal testo unico delle bonifiche, quindi al di là dello statuto normativo speciale stabilito del DPCM 2017, ovvero effettuare i test di cessione come per tutti gli altri impianti. Grazie a ciò il MiTE (ministero della Transizione Ecologica) ha potuto chiedere all’azienda di procedere in tal senso, in attesa che ci si esprima sull’impugnazione. Attualmente è in corso la mappatura dei materiali di riporto che sta portando avanti l’azienda, proposta dalla stessa azienda e richiesta dal MiTE. Bisogna trovare un accordo per capire come avere un’idea definitiva e chiara della qualità di questi materiali di riporto nell’intera area: ovvero capire dove effettuare il prelievo dei campioni.

    (leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/06/16/bonifiche-aree-ex-ilva-i-lavori-procedono/)

    La banca dati della Corbelli esiste. La Piattaforma servirebbe ma…

    La banca dati esiste: è sempre esistita. Tutti i dati del sessennio del commissario Vera Corbelli (in totale stiamo parlando di 118 mila file) sono in possesso dell’ISPRA, di ARPA Puglia, della Commissione parlamentare d’inchiesta, così come del prefetto Demetrio Martino, confermato nel ruolo di Commissario straordinario per le bonifiche del SIN Taranto sino ad ottobre 2023.

    Durante l’audizione sia ISPRA che ARPA Puglia hanno tessuto le lodi sul lavoro, enorme e approfondito, svolto dalla dottoressa Corbelli, a dimostrazione del fatto che le critiche che per anni hanno avanzato sul suo operato la Regione Puglia (tramite l’ing. Barbara Valenzano e il governatore Michele Emiliano) e il comune di Taranto (da parte del sindaco Melucci), esponenti politici come l’ex premier Giuseppe Conte e il senatore ed ex sottosegretario Mario Turco, nonché dell’attuale prefetto Martino, erano e sono del tutto prive di fondamento. Innanzitutto da un punto di vista scientifico. E che la sua defenestrazione nell’estate del 2020 (guarda caso durante il governo Conte II) fu una scelta chiaramente politica che mise tutti d’accordo. Che però ha fatto tantissimi danni all’iter di procedura delle bonifiche del SIN di Taranto. 

    Quello che manca, è la Piattaforma che l’ex commissario Corbelli voleva realizzare attraverso un investimento pari a 20 milioni di euro, di cui ad oggi ne sono stati spesi soltanto 5, che permetterebbe un accesso ai database più chiaro e diretto alla mole di documenti presenti nella banca dati, che al momento non è possibile effettuare in quanto tale possibilità è appannaggio soltanto di quegli enti che hanno contribuito alla realizzazione di quella banca dati (come ad esempio l’Università di Bari e il Politecnico). Si tratta dell’intervento previsto dal Contratto Istituzionale di Sviluppo (CIS) Taranto denominato “Piattaforma per un sistema integrato di riqualificazione dell’Area Vasta di crisi ambientale comprensive di attività di monitoraggio e tecniche innovative sperimentali“.

    (leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/04/29/bonifiche-a-taranto-e-il-caos-totale/)

    Probabilmente però quella Piattaforma non sarà mai realizzata, in quanto come è noto il prefetto, in qualità di commissario per le bonifiche, nel luglio dello scorso anno durante la riunione del Cis Taranto, propose la riprogrammazione delle risorse non utilizzate da destinare ad un altro intervento, ovvero sull’intervento di bonifica dell’area PIP di Statte. Proposta che fu appunto portata al vaglio del tavolo CIS del 13 luglio 2021, che ha ottenuto il parere favorevole del MiTE (che aveva stoppato il precedente progetto di bonifica) e del comune di Taranto e di tutto il tavolo istituzionale. L’ultima parola doveva arrivare dal RUP del CIS Taranto al termine dell’istruttoria su tutti gli interventi previsti iniziata lo scorso luglio e che ad oggi non è ancora terminata.

    Non solo, perché nonostante sia ISPRA che ARPA Puglia abbiano espresso la necessità della creazione di questa piattaforma, i due enti durante l’audizione hanno dichiarato di non essere stati mai consultati da nessuno, prefetto in primis, in vista di una tale riprogrammazione. 

    Piattaforma che rientrava, lo vogliamo ricordare, nel progetto del Piano di Monitoraggio Integrato attivato dall’ex commissario Vera Corbelli, che si avvaleva anche della collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, Il Comando dei Carabinieri per la Tutela della Salute, Il Comando Provinciale dei Carabinieri di Taranto. Che prevedeva circa 600, complessivamente, tra stazioni e siti attivati dal Piano di Monitoraggio Integrato che opera sul comparto delle acque superficiali, sul comparto delle acque sotterranee, del mare e del suolo, per l’analisi estensiva e accurata di tutti i fattori che concorrono allo sviluppo di un’alterazione ambientale negativa capace di generare un danno per l’ambiente e per la salute dell’uomo. Un Piano di Monitoraggio che anche ISPRA ed ARPA durante l’audizione hanno definito imprescindibile, in quanto consentirebbe il controllo, nel tempo, delle matrici ambientali: acque, suolo e sottosuolo, nonché quello delle matrici alimentari di origine vegetale; e la costante verifica dell’evoluzione degli scenari di contaminazioni. Ovvero quello che dovrebbe esser già oggi uno strumento vitale, imprescindibile, per ‘gestire‘ il SIN di Taranto.

    Ma non è dato sapere cosa accadrà adesso, visto che ancora non abbiamo una data sulla prossima riunione del CIS Taranto.

    (leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/05/26/2bonifiche-martino-commissario-sino-al-20235/)

    Bonifica Mar Piccolo: ISPRA contattata dall’Agenzia per la Coesione

    L’audizione è poi proseguita con una notizia che conferma quanto scrivemmo nelle scorse settimane, in particolar modo in merito alla vicenda legata alla bonifica del Mar Piccolo: l’ISPRA è stata contattata dall’Agenzia per la Coesione Territoriale lo scorso 13 maggio, affinché si esprima sulla validità o meno delle impostazioni di Piano di monitoraggio, e sulla necessità di procedere con le dimostrazioni tecnologiche per l’intervento risanamento ambientale del Mar Piccolo. ISPRA non sarebbe entrata nel dettaglio tecnico, ma avrebbe fornito una valutazione generale a supporto della riprogrammazione delle risorse del CIS di Taranto. Che si dovrebbe conoscere nella prossima riunione del CIS Taranto

    Sul Mar Piccolo l’azione del prefetto si è però già fatta sentire, visto che fu lui stesso lo scorso 15 novembre, audito in via informale dalla V commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione della Camera dei Deputati, ad annunciare di aver deciso di “sospendere e bloccare la gara“ del Partenariato per l’innovazione, prevista dal bando per l’affidamento della progettazione definitiva ed esecutiva e della realizzazione degli interventi di risanamento ambientale e messa in sicurezza dei sedimenti nelle aree prioritarie del Mar Piccolo di Taranto seno I mediante dimostrazione tecnologica.

    Chi lo abbia consigliato non si è mai saputo, né lo stesso prefetto lo ha mai specificato nelle due audizioni di novembre ed aprile (quest’ultima presso l’Aula del V piano di Palazzo San Macuto, presso la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati) e durante gli incontri sul Mar Piccolo che si svolsero tra gennaio e febbraio con vari enti e le associaizoni dei mitilicoltori.

    (leggi il nostro ultimo articolo https://www.corriereditaranto.it/2021/12/09/bonifica-mar-piccolo-e-tutto-da-rifare/)

    Infine, l’audizione è proseguita con ARPA Puglia che ha elencato tutti gli interventi in corso nelle così dette aree escluse, sulle quali operano i Commissari Straordinari di Ilva in Amministrazione Straordinaria. Di fatto una ripetizione rispetto a quanto i commissari hanno già più volte presentato in Commissione negli ultimi mesi.

    Ciò che appare oramai sin troppo chiaro, anche a fronte di quest’ultima audizione di ISPRA ed ARPA Puglia, che l’iter delle bonifiche è forse quanto di più complesso e contorto esista in campo ambientale. Cosa che abbiamo sempre sostenuto negli ultimi 20 anni almeno. Questo dovrebbe far riflettere i molti che, da anni, continuano imperterriti a sostenere che in dette operazioni debbano essere reimpiegati migliaia di lavoratori ed operai, in sostituzione del lavoro che perderebbero a fronte di una chiusura parziale o totale del siderurgico. Senza reali alternative economiche. Al lettore la libertà di dedurre il finale. Ad maiora.

    (leggi qui tutti gli articoli sulle bonifiche https://www.corriereditaranto.it/?s=bonifiche)