Tag: comunità emmanuel

  • La povertà non va in vacanza

    La povertà non va in vacanza

    Primi caldi, voglia di spiagge assolate, tintarelle, lunghe nuotate… La città inizia a svuotarsi per le vacanze. Ma i poveri non hanno certo questa necessità. Freddo o caldo che sia, il viavai di senza fissa dimora al centro di prima accoglienza della comunità Emmanuel in via Pupino 1 non conosce tregua. In quei locali, che in anni lontani ospitavano il carcere militare, si viene accolti con il sorriso degli operatori e degli ospiti, questi ultimi impegnati in varie attività, tappe di un cammino verso una vita più dignitosa. Ce ne parla Maria Anna Carelli, responsabile del centro e dell’attività di sei operatrici: “Anche in estate continueremo a offrire il nostro servizio di pronto intervento sociale a quanti lo richiedono, cioè docce, cambio di indumenti, fornitura di biancheria intima nuova. Grazie a una lavanderia attrezzata, c’è anche la possibilità di lavare i propri indumenti per utilizzarli daccapo, avendo constatato che per diversi utenti rappresentano un punto di riferimento importante nella loro quotidianità. Offriamo anche servizi di colazione e pranzo attraverso un catering: ne usufruiscono una decina di persone al giorno sugli 83 senza fissa dimora che seguiamo complessivamente (gli altri frequentano le mense Caritas)”.

    Il centro di via Pupino è in attività dal 1996, una delle tante realizzazioni volute da padre Mario Marafioti per la promozione della dignità dell’uomo. Le attività si reggono grazie ai progetti che rientrano nei piani sociali di zona attraverso bandi del Comune. Inizialmente ci si occupava solo di ragazzi con dipendenza dalla droga, ampliando poi l’intervento a quelle di tipo comportamentale (gioco, alcol, internet, cellulari e quant’altro). “Attualmente – specifica – anche i senza fissa dimora esternano forme di dipendenza, in quanto spesso acquistano ‘gratta-e-vinci’ o giocano al Superenalotto, nella speranza di una vincita consistente (che non si verifica mai) per progettare un futuro migliore”.

    La responsabile del centro evidenzia che per ogni ospite l’atteggiamento primario è quello dell’accoglienza totale e indiscriminata, senza programmazione, rispondendo alle richieste che man mano vengono poste. “Una volta instaurata una relazione di fiducia –spiega – è possibile far emergere i bisogni non espressi ma essenziali, per esempio quello dell’assistenza sanitaria e dei documenti di identità, allertando gli assistenti sociali del Comune attraverso gli avvocati di strada”.

    Dai servizi primari di segretariato sociale si passa quindi alla conoscenza individuale più approfondita, per guarire le radici del disagio, attraverso colloqui con psicoterapeuti e la vicinanza costante degli educatori. L’aspetto primario della relazione che si instaura tra gli operatori e le persone multiproblematiche, in cui sono compresi i senza fissa dimora, è del genere affettivo e amicale. “Solo così – dice – i nostri ospiti cominciano ad acquisire consapevolezza della necessità di progettare qualcosa di nuovo per il proprio futuro, partecipando con maggiore interesse ai gruppi culturali (lettura guidata di giornali, per esempio) e di auto-aiuto, ad attività creative (utilizzando la carta per realizzare oggettistica varia) ecc. Presto inoltre attiveremo i laboratori artigianali, come quello ceramico che abbiamo sospeso qualche anno fa. Alcuni, ancora, frequentano corsi di formazione per entrare nel mondo del lavoro. Altri invece si impegnano nel servizio di lavanderia, stireria e sartoria a servizio degli altri poveri: in tal modo chi ha grandi sofferenze comincia a spostare l’attenzione da sé per interessarsi a quelle degli altri. E questo per noi è un passaggio molto importante”.

    Il percorso di reinserimento sociale è alquanto difficile (ci viene spiegato) in quanto l’aver vissuto per tanti anni in strada porta alla convinzione che l’unica vita possibile sia solo quella da senza fissa dimora. Ma gli operatori non si arrendono e sanno attendere pazientemente, con un lavoro che presuppone una costante quotidianità e attento atteggiamento di apertura e di dialogo.

    “Tutto questo – conclude Maria Anna Carelli – è reso possibile grazie alla costante relazione con il Serd e i Servizi sociali del Comune con i quali programmiamo e verifichiamo il lavoro. Attiva è anche la collaborazione con l’Ufficio esecuzione penale esterna, l’Ufficio di servizio sociale minorenni e con il privato sociale. Ringraziamo anche coloro che, con piccoli gesti nella quotidianità, collaborano a restituire ciò che di essenziale, per motivi ignoti e dei quali siamo tutti un po’ responsabili, non è stato concesso quanti vivono come sconosciuti al mondo”.

  • Aldo Nocera, finalmente fuori dal buco

    Aldo Nocera, finalmente fuori dal buco

    “Per favore, non mi chiamate più “Aldo cinquanta centesime”, quella persona non esiste più. Io sono Aldo Nocera. E basta!”.

    Così esordisce l’uomo che eravamo abituati a vedere a elemosinare la monetina, girando incessantemente per le strade anche a tardissima ora. Ora Aldo appare ripulito, ben vestito e pettinato, senza più la barbaccia incolta e con qualche chilo in più. Solo lo sguardo dolce e pulito lo rende riconoscibile. Lo abbiamo incontrato al centro di recupero di bassa soglia della comunità Emmanuel, in via Pupino, negli incontri mensili di preghiera con il fondatore padre Mario Marafioti.

    “Devo l’avvio del mio cammino di recupero ad Emanuele Cardone e Vincenzo Abbracciavento, operatori del centro che hanno saputo prendermi per il verso giusto – racconta Aldo – A un certo punto della mia vita stavo così male da essere ricoverato in ospedale e loro mi hanno convinto che era il caso di smetterla con la droga. Così, dopo il ritorno a casa, ho deciso di andare in comunità, specificatamente nel centro dell’”Emmanuel” a Marina di Ginosa. Ed è stata la mia salvezza. Stavo conducendo un’esistenza davvero brutta, facevo uso di eroina sin da quando avevo dodici anni (ora ne ho quarantasette). Non ce la facevo più ad andare avanti in quelle condizioni. Sulla mia decisione hanno influito le condizioni di salute più che precarie, tanto da rendere necessario il ricovero in ospedale. Ma più di tutto, la morte di mamma, che mi spingeva ripetutamente ad entrare in comunità. Le dicevo sempre di sì e sono passati trent’anni. Al momento del decesso, quattro anni fa, ho avvertito fortemente il rimorso e ho iniziato a pensare seriamente di cambiare vita. Ora l’ho fatta finalmente contenta, anche se non è più con me”.

    Aldo racconta che ora ha trovato finalmente tranquillità e che ogni giorno, guardandosi allo specchio, resta incredulo davanti a tale trasformazione. Aggiunge che si sente amato e in pace con se stesso, grazie agli operatori della comunità che lo seguono dall’inizio (l’educatore Vito Vernì e le psicologhe Isabella D’Ambrosio e Serena Paladini). “Ognuno di noi – dice – in comunità ha il suo il compito, io rassetto la mia camera e mi occupo delle pulizie. Quando vado a letto mi sento tranquillo, prego e ringrazio ogni volta mia madre che dal Cielo ha pregato per per me. Con la mia entrata in comunità ho fatto felice tanta gente che mi ha sempre voluto bene, in particolare mia sorella, che mi ha protetto, facendomi quasi da mamma”.

    “Quelle volte che torno a camminare per le vie del Centro – conclude Aldo – guardo persone e luoghi con occhi diversi da quando elemosinavo i soldi per la droga. La gente si sofferma a guardarmi, incredula, chiedendosi se sono veramente io ‘quella’ persona e mi coglie l’ansia al pensiero che ci vorrebbe un niente a tornare a essere quello che ero. Ma subito mi sento meglio al pensiero di tutti coloro che mi vogliono bene e che deluderei se tornassi a drogarmi”.

    Aldo Nocera ha ormai ultimato il percorso di recupero e per lui è stata trovata una soluzione funzionale di svincolo dalla comunità per continuare a proteggerlo dal suo abituale ambiente di vita in quanto fattore di rischio.

    A completamento della notizia, la dott. Norma Marigliano, dirigente medico del Serd di Taranto, ci ha riferito che Aldo Nocera, prima di andare in comunità, è stato preso in carico dal Servizio Dipendenze di Taranto, con operatori, quali medici, psicologi, assistenti sociali ed educatori che prima hanno stabilizzato il paziente e poi inserito in comunità, convenzionata con il suddetto servizio.

    *Foto di Giuseppe Pacucci