Il processo ‘Ambiente Svenduto’ sul presunto disastro ambientale e sanitario di Taranto prodotto dall’ex Ilva, sarà celebrato a Potenza.
E’ quanto ha stabilito la prima sezione penale della Corte di Cassazione che ha respinto, dichiarandoli inammissibili, i ricorsi proposti dalle associazioni costituitesi parti civili, il Codacons e l’associazione Articolo 32-97 AIDMA, accogliendo la richiesta della Procura generale della Corte di Cassazione.
Le due associazioni avevano presentato ricorso avverso la sentenza irrevocabile dello scorso 13 settembre con la quale la Corte d’assise d’appello di Taranto – presieduta dal giudice Antonio Del Coco (con il giudice a latere Ugo Bassi e sei giudici popolari) – aveva annullato la sentenza di primo grado del processo ‘Ambiente Svenduto’ pronunciata il 31 maggio 2021 a carico di 37 imputati e tre società per il presunto disastro ambientale provocato dal siderurgico di Taranto durante la gestione del gruppo Riva, ordinando la trasmissione degli atti all’Autorità Giudiziaria di Potenza, ritenuta competente alla celebrazione del giudizio.
“La Corte di cassazione – si legge in una nota della Suprema Corte – ha ritenuto inoppugnabile la sentenza di appello dichiarativa dell’incompetenza, in applicazione dell’art. 568 comma 2 del Codice di Procedura Penale, senza pregiudizio della possibilità che la questione di competenza torni all’esame della Corte di legittimità in sede di risoluzione di conflitto o unitamente al merito della vicenda processuale”.
Provvedimento che andrà ad impattare anche la questione relativa alla restituzione delle somme prevista dalla provvisionale che le due associazioni avevano ottenuto come parti civili, a seguito della condanna degli imputati. 25.000 euro per il Codacons e 30.000 euro per Articolo 32-97. Di tali somme – così come anche di quelle liquidate in favore di decine di singoli cittadini costituitisi parti civili con il patrocinio degli scriventi difensori e di altri avvocati – le due associazioni erano riuscite ad ottenere l’integrale pagamento da parte di uno degli imputati all’esito di un articolato procedimento di pignoramento presso terzi svoltosi dinanzi al Tribunale di Varese. Nelle ultime settimane infatti, alcuni legali del collegio difensivo hanno iniziato a richiedere la restituzione di quelle somme. Proprio lo scorso 17 maggio infatti, sempre il Collegio della Corte d’Assise d’Appello con un’ordinanza dispose la sospensione degli importi liquidati alle parti civili nella sentenza di primo grado a titolo di provvisionali (sostanzialmente degli anticipi in attesa che arrivi l’eventuale sentenza definitiva di condanna), pari a 5000 euro per oltre 1500 parti civili.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/09/25/ambiente-svenduto/)

Ricordiamo che che la Corte d’Appello aveva accolto la richiesta di annullamento della sentenza di primo grado per incompetenza della Corte di Lecce -Taranto ex art. 11 (Codice di Procedura Penale) in favore della corte di Potenza (tesi sostenuta in particolar modo dagli avvocati Giandomenico Caiazza, Pasquale Annichiarico e Luca Perrone ma respinta in passato per ben quattro volte) per legittima suspicione a causa del coinvolgimento di almeno tre ex magistrati onorari del Tribunale di Taranto tra le parti civili. In particolar modo due di loro, pur avendo lasciato da tempo l’incarico, erano in servizio nel periodo in cui sono avvenuti i fatti contestati nel processo.
Per il collegio di secondo grado, “la disciplina ordinaria in materia di competenza nel caso di persone ormai prive di funzioni giudiziarie” vale “soltanto al momento della commissione del fatto”. E “dunque contrariamente agli assunti della Corte di Assise, ciò che più conta è la sussistenza della qualifica soggettiva al momento del fatto, o successivamente ad esso nel momento in cui pende il procedimento, essendo irrilevanti i suoi mutamenti successivi prima dell’avvio del procedimento penale (2010)”.
Sulla stessa lunghezza d’onda si era pronunciato a metà ottobre il gip di Potenza, Ida Iure, che aveva confermato la fondatezza della tesi per la quale il processo vada svolto nel capoluogo della Basilicata, avallando il provvedimento della Corte d’Assise dell’Appello avverso la quale non si erano opposte né la Procura Generale di Taranto né la Procura di Potenza.
Per il gip Iure, infatti, “entrambi i giudici onorari hanno agito per conseguire il ristoro dei danni derivanti dalla condotta illecita degli imputati a qualunque titolo coinvolti nell’attività illecita svolta dall’Ilva sia nella qualità di gestori dello stabilimento siderurgico, sia di pubblici ufficiali che, nell’esercizio delle loro funzioni avevano reso possibile che l’Ilva continuasse a produrre e a inquinare. Entrambi – ha rilevato il gip nel suo provvedimento – si sono costituiti per conseguire il risarcimento dei danni cagionati da condotte delittuose che si sono protratte in Taranto dall’anno 1995 al 20.06.2013. Entrambi – ha sostenuto il gip – hanno svolto le loro funzioni di giudice onorario presso il Tribunale di Taranto. Ed entrambi erano in servizio al momento del fatto”.
Il pronunciamento della Cassazione conferma quindi, semmai ce ne fosse ancora bisogno, la bontà del provvedimento della Corte d’Appello (che era stato già confermato dal gip di Potenza) che da mesi si continua a ritenere da più parti un’ingiustizia nei confronti di Taranto, dei suoi cittadini, della sua storia. Come se il diritto fosse un campo emozionale, sentimentale, privato, dove invece che il rispetto delle norme e degli articoli di legge e di tutte le procedure in esso contenute ad avere la meglio debba essere il sentimento popolare del momento, la voce che grida di più, quella di chi ritiene di essere sempre dalla parte giusta della Storia.
Dunque, altro che ennesimo complotto a danno di Taranto. Altro che pietra tombale sulle eventuali colpe e responsabilità degli imputati del processo ‘Ambiente Svenduto’. Chi tiene davvero a che sia fatta giustizia oltre ogni ragionevole dubbio, dovrebbe invece sentirsi sollevato e orgoglioso di vivere in un Paese dove, anche se questo non sempre avviene, se a non applicare alla virgola le procedure o ad averne data un’interpretazione poi rivelatasi sbagliata siano stati dei magistrati, vi è la possibilità che altri giudici possano ovviare all’errore procedurale e garantire così il regolare svolgimento del processo ‘Ambiente Svenduto’ in quella che sarebbe sempre dovuta essere la sua legittima sede.
Che questo poi comporterà un drammatico allungamento dei tempi a causa del fatto che il processo dovrà ripartire dall’udienza preliminare, e che in questo tempo diversi reati raggiungeranno la prescrizione (che in realtà per alcuni era arrivata prima ancora del pronunciamento della Corte d’Appello), o che per scrivere la parola fine dovranno passare probabilmente almeno altri 10 anni (ad essere buoni), è un qualcosa che si dovrà accettare in virtù dell’unico principio che dovrebbe guidare uno stato di diritto democratico ed i suoi cittadini: ovvero quello di una giustizia che sia giusta in ogni suo aspetto e passaggio, oltre ogni ragionevole dubbio.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2024/09/13/salta-ambiente-svenduto-tutto-da-rifare-1/)
