Quando si discute della crisi del commercio di vicinato a Taranto c’è una categoria di cui non si parla mai abbastanza: quella dei commessi. Sì, perché ogni volta che si affronta la questione della progressiva e inesorabile desertificazione che sta colpendo quelle che un tempo costituivano il cuore pulsante del commercio tarantino (in primis il Borgo tarantino e via Liguria), si tirano giustamente in ballo le rivendicazioni dei negozianti, le ripercussioni sulla capacità attrattiva della città e sul turismo, dimenticando che una delle categoria più colpite è proprio quella degli addetti alle vendite.
Contratti precari, lunghi turni contrapposti a stipendi ridotti e nessuna prospettiva di crescita lavorativa: è questo quello che lamentano alcuni giovanissimi commessi che hanno deciso di contattare la nostra testata per denunciare l’altra faccia della crisi dei negozi di Taranto.
Oggi ascoltiamo la testimonianza di Alessandra (nome di fantasia, ndr), giovane studentessa universitaria di Taranto che, dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze della Comunicazione, aveva deciso di affacciarsi al mondo del lavoro.
Alessandra, com’è cominciato il tuo percorso di addetta alle vendite?
“Con una lunga, estenuante ricerca fatta di curricula inviati online ma, soprattutto, consegnati di persona tra i negozi del Borgo e di via Liguria. Dopo la laurea avevo deciso di prendermi un anno sabbatico dallo studio, per capire se potessi avviarmi alla carriera di addetta alle vendite e cominciare a guadagnare qualcosina. Per questo motivo ho iniziato a rispondere a tutti gli annunci di ricerca di personale su Taranto: la maggior parte riguardavano negozi situati nei centri commerciali. Quando ho portato il mio curriculum vitae ai negozi del Borgo e di via Liguria spesso ho ricevuto la stessa risposta, ossia che non erano alla ricerca di personale”.
Quindi il personale dei vari punti vendita era già sufficiente?
“No, l’assurdo è proprio questo: spesso i titolari lamentavano la mancanza di personale che potesse aiutarli nella gestione del negozio, ma allo stesso tempo dichiaravano di non guadagnare a sufficienza per potersi permettere delle assunzioni. E così il mio curriculum finiva nel cassetto, insieme ad altri”.
Hai avuto la possibilità di fare qualche colloquio?
“In pochi, pochissimi casi. Alcuni colloqui, devo proprio dirlo, sono stati davvero assurdi: mi è stato detto che non potevano assumere una laureata, perché cercavano gente con meno titoli; come se avere un’istruzione adeguata fosse diventato un demerito, insomma, in una città che dovrebbe, invece, puntare ad elevare il livello di assistenza qualificata nei negozi. In altre occasioni mi è capitato di sentirmi dire che i turni comprendevano 40 ore settimanali, mattina e pomeriggio, per sei giorni a settimana, ma con lo stipendio di una stagista, ovvero 600 euro al mese. Il che potrebbe anche andar bene all’inizio: il problema si pone dopo”.
Spiegaci meglio.
“Insieme ad altre ragazze, che hanno avuto la mia stessa esperienza in altri negozi della città, abbiamo notato che il contratto da stagista non si pone più come percorso di crescita e formazione, in ottica di una futura stabilizzazione lavorativa, bensì come modello di assunzione “usa e getta”.Al termine del tirocinio, infatti, a molte di noi è stato detto: “Ci spiace, ma terminata l’estate andiamo incontro ad una progressiva diminuzione delle vendite e non sapremmo come pagarvi”. Quando, poi, ci sarà bisogno di personale per i periodi di maggior lavoro, si procederà con altri stagisti e così via, alimentando un precariato che ormai caratterizza la nostra città come una piaga”.
Per quello che ha potuto osservare, i clienti sono davvero così pochi?
“Assolutamente sì. Ci sono state giornate, in pieno periodo di saldi, in cui la cassa chiudeva con guadagni davvero esigui. È chiaro che un commerciante che deve fare i conti con affitto o mutuo del locale, costi delle bollette, tasse e quant’altro, deve tagliare su qualche voce del bilancio per non abbassare definitivamente la saracinesca: e questa voce, molto spesso, riguarda il personale.
A proposito dell’ultimo botta e risposta tra l’assessore Lussoso e Confcommercio sull’opportunità di aprire i negozi durante le domeniche in cui sono organizzati eventi nel Borgo (come accaduto durante la scorsa Mobility Week, ndr), posso testimoniare che spesso il dilemma che attanaglia gli esercenti è proprio questo: conviene aprire il negozio nella speranza di guadagnare qualche euro, in mancanza di una programmazione continua di eventi? Molti clienti entrano solo per provare le taglie, poi preferiscono acquistare online, altri ancora lamentano il rialzo dei prezzi: c’è un grande indirizzamento sul cosiddetto “second hand”, attraverso app e piattaforme dedicate all’abbigliamento di seconda mano.
Infine, le solite lamentele: mancano i parcheggi, mancano anche i bagni pubblici. Alcuni ci hanno detto chiaramente: “Perchè venire qui se altrove (nei centri commerciali della città, ndr) posso avere parcheggio gratuito, bagno gratis e molta più scelta dal punto di vista dei negozi”? È innegabile, infatti, che anche l’offerta si sia abbassata a seguito delle numerose chiusure, concentrandosi in altre zone della città”.
Come si è conclusa la tua esperienza lavorativa?
“Con tanta amarezza: ho cercato davvero di dare il meglio di me stessa durante questi mesi di lavoro, nella speranza di riuscire a fare di questa esperienza un lavoro continuo nella mia città, ma mi sono scontrata con una crisi che ormai non lascia più scampo. Anche i colloqui successivi si sono conclusi allo stesso modo: poche offerte, soprattutto di contratti a chiamata, scarse (o nulle) le speranze di assunzione stabile. Alla fine ho preferito trasferirmi a Milano, iscrivermi ad un master in Marketing e moda che prevede stage in grandi aziende del nord Italia: a malincuore, perché Taranto ha per me un grande valore affettivo. Ma se qui le prospettive sono queste, preferisco investire nel mio futuro altrove”.
Gli svantaggi di questo sistema sono immediatamente visibili: innanzitutto, un progressivo impoverimento delle competenze e dell’esperienza del personale addetto alle vendite, che si trova sempre “in formazione”. Non è difficile leggere, infatti, di continui annunci di lavoro per addetti alle vendite, pubblicati dagli stessi esercizi commerciali a distanza di pochi mesi. Alcuni ragazzi ci hanno riferito di aver lavorato, in un anno, in tre o addirittura quattro differenti punti vendita. Altrettanto evidente è il consistente contributo all’instabilità del mondo del lavoro locale.
Secondo gli ultimi dati Istat, infatti, a Taranto (e più in generale nel sud Italia) aumenta l’occupazione ma cresce anche il precariato: i contratti a lungo termine sono ormai paragonabili ai miraggi nel deserto e questo alimenta, a sua volta, un impoverimento generale della popolazione che si riflette (anche) sul commercio.
Infine, nonostante il proposito, sbandierato da più parti e a più riprese, di porre freno all’esodo continuo e inarrestabile dei ragazzi dalla nostra città, appare ovvio che abbandonare ad una lenta agonia un settore che altrove si rivela ricco di opportunità lavorative e formative, non invoglia certo i nostri giovani a costruirsi un futuro nella propria città.