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  • Una lunga serie di saracinesche chiuse

    Una lunga serie di saracinesche chiuse

    Chissà se mr Campbell da Londra, il nuovo (?) proprietario del Taranto FC 1927 nelle sue vasche di ieri sera nel pieno centro di Taranto, con tanto di fermata in una birreria, avrà notato le numerose saracinesche chiuse.

    L’ultima di una lunga serie, quella di una nota rosticceria nella centralissima Piazza Immacolata. Una desertificazione delle attività commerciali che si è estesa a macchia di leopardo toccando varie vie del Borgo come testimoniano le foto scattate dal nostro Paolo Occhinegro: via Regina Elena, Via Cavallotti, Via Principe Amedeo, Via Oberdan, Via Anfiteatro, Via Acclavio, Via Mazzini e Via Di Palma.

    Le richieste dei commercianti sono relative alla maggiore pulizia e al decoro di strade e piazze, alla cura degli arredi urbani e del verde pubblico, alla necessità di maggiori controlli per la tutela della pubblica sicurezza, alla realizzazione di parcheggi in congruo numero sino ad un’accelerazione dei lavori che riguardano due importanti attrattori come Palazzo degli Uffici e Palazzo Frisini, e lo hanno fatto nei giorni scorsi con l’avvio della petizione da consegnare al sindaco “Tarantini uniti per la bellezza del Borgo”.

    “Un centro città che non attrae, che non trattiene, non incuriosisce,   privo di un progetto  da condividere che renda chiara  l’immagine della città che si vuole comunicare”. Intanto però starebbe per aprire un altro ristorante di una nota catena di fast food lontano dal centro cittadino.

     

  • “Più interventi e meno inutili tavoli”

    “Più interventi e meno inutili tavoli”

    Non è passata inosservata negli ultimi mesi la diatriba dialettica tra la Confcommercio Taranto e l’Amministrazione comunale di Taranto che si sono spesso punzecchiate attraverso dei comunicati stampa. La divergenza di vedute su parecchi argomenti è palese. Proprio domenica scorsa Antonio Mandese, presidente provinciale Ali (l’associazione dei librai), sul profilo ufficiale Facebook del sindacato dei commercianti ha rincarato la dose sull’argomento crisi del commercio di vicinato, lanciando strali contro la politica: “Quando vi stancherete di promuovere eventi sociali, pseudo culturali, pseudo sportivi nei centri commerciali e la gente si sveglierà dal torpore che quelle luci abbaglianti e finte possono emettere, troverà città disabitate e luci spente, speculazione edilizia, centri trasformati in periferie e disservizi”.

    Leonardo Giangrande, presidente di Confcommercio Taranto, resta sulla stessa linea di pensiero e nell’intervista accorata che ci ha rilasciato usa delle frasi forti: “C’è una chiara volontà nel tenere sotto scacco questa città.  Ci dobbiamo dare una svegliata tutti quanti. Servono interventi strutturali, non inutili tavoli dove si raccontano storie”.

    Da dove nasce questa conflittualità con il Comune?

    “Anzitutto sgombro il campo da qualsiasi tipo di retropensiero. Noi siamo una rappresentanza datoriale e portiamo le istanze del mondo delle imprese e non abbiamo mai guardato al colore politico. Essendo imprenditori, badiamo alla concretezza. A noi piace la politica del fare. Siamo sempre stati portatori di temi. È lampante che Taranto sconti delle difficoltà dovute ad una mancanza di continuità nell’azione politica – amministrativa. Ci spiace dover constatare un’assenza di programmazione della quale a rimetterci sono le imprese e i cittadini”.

    A cosa si riferisce in particolare?

    Leonardo Giangrande

    “Ci sono delle criticità evidenti: decoro, desertificazione, assenza di parcheggi, una rigenerazione urbana mai decollata. Servono azioni da mettere in campo subito. Abbiamo parlato per la prima volta di diversificazione economica del territorio in tempi non sospetti, nel 2011, e il mondo confindustriale mi ha preso per un folle. Avevamo ed abbiamo tuttora la consapevolezza che ci sono delle grandi potenzialità inespresse in altri settori come turismo e agroalimentare.

    È vero o non è vero, ad esempio, che il comparto della mitilicoltura è un asset importante di sviluppo del territorio se completa la sua filiera, se non si ferma solo ed esclusivamente all’estrazione della cozza e alla sua vendita? La devo vendere, trasformare e commercializzare, così diventa un valore aggiunto. È vero o non è vero che stiamo ancora aspettando da anni uno stralcio di piano delle coste? Quando saranno realizzate queste banchine di carico e scarico che servono per la tracciabilità del prodotto? Come si pensa di sviluppare un comparto, se non lo sistemi con tutti i crismi, cominciando dalle bonifiche? È vero o non è vero che dopo la Corbelli c’è stato il vuoto? Non lo dico io, lo dicono i fatti. È stata smantellata una struttura tecnica, un’organizzazione che era fondamentale per il compito da svolgere. Chi è venuto dopo, compreso l’attuale  Uricchio, non è stato messo in grado di operare. E intanto abbiamo perso tre anni. Sono stufo di continuare a parlare ed a discutere sempre delle stesse cose senza che si arrivi a nulla di concreto. Al prossimo tavolo sulla mitilicoltura (18 ottobre, ndr), sarò chiaro: Tu Comune cosa intendi fare? Tu Commissario che strumenti hai per incidere? Tempo da perdere non ce n’è più. Abbiamo un’Amministrazione comunale che cambia assessori ogni quattro mesi. Se io dovessi cambiare i miei più stretti collaboratori con questa tempistica, la mia azienda colerebbe a picco perché non riuscirebbe a dare continuità alle sue azioni”.

    La lotta alla desertificazione del centro, quella alla periferizzazione, sono dei vostri cavalli di battaglia.

    “La riqualificazione con interventi strutturali importanti della Città Vecchia per noi rimane il vero focus. Si parla di rigenerazione urbana da circa quindici anni e oltre via Duomo non siamo andati. Uno suo sviluppo darebbe nuova linfa anche al Borgo per la teoria dei vasi comunicanti. O si investe pesantemente, oppure si muore. In centro non vuole investire più nessuno. È deprimente vederlo così mal ridotto. C’è un patrimonio immobiliare continuamente deprezzato e qui rivolgo, per l’ennesima volta, un appello di responsabilità ai piccoli proprietari immobiliari che devono capire che se chiude il centro, la loro rendita è finita; le loro richieste nei confronti dei commercianti devono ridimensionarsi.

    Mi batterò con tutte le mie forze contro chi vuole mantenere determinate posizioni e contribuisce a svuotare quello che una volta era il salotto buono di Taranto. Mi domando se vi sia un reale interesse a mantenere in vita il Borgo. All’appello mancano dodicimila persone e decine e decine di attività commerciali. Da 300 mila abitanti che contava Taranto siamo arrivati a 180 mila e c’è chi pensa ancora ad allungare la città. Che senso ha periferizzarla ancora?”.

    E qui rientra il discorso legato al Comparto 32…

    “Noi siamo per la rigenerazione urbana, no a nuove costruzioni, no alla speculazione edilizia, no agli allungamenti della città. Lo abbiamo sempre espresso con chiarezza ma c’è chi fa orecchio da mercante. C’era un disegno che ruotava attorno alla riqualificazione della Salinella che partiva dallo stadio Iacovone e continuava con l’autorizzazione di una piastra commerciale di 4 mila metri quadri con 90 negozi. Il tutto in continuità con l’autorizzazione a nuove costruzioni in zona Cimino e con la realizzazione dell’Ospedale San Cataldo. Insomma la morte certa per le attività del centro”.

    Parliamo di turismo. Anche qui la programmazione è una chimera. Tanti tavoli di concertazione ma poca concretezza..

    “Ad un certo momento abbiamo deciso di non sederci più attorno ad alcun tavolo e se lo facciamo ancora, è solo per una questione di rispetto istituzionale. Non crediamo più a queste riunioni; una stagione turistica non si programma all’ultimo momento. Noi il nostro lo facciamo. Siamo l’unica associazione che ha messo a disposizione dei crocieristi, con le proprie tasche, un info point giù al porto, delle hostess che parlano quattro lingue e delle brochure. Basta? No di certo. E vorrei ricordare che chi ha fatto arrivare le navi da crociera a Taranto è stato il sottoscritto che ha rotto in continuazione le scatole a Prete (presidente dell’Autorità Portuale, ndr). E per fortuna che lui ci ha creduto, ottenendo un risultato importante”.

    Ok l’approdo delle navi da crociera e poi?

    “E poi occorre far trovare la città pronta all’accoglienza. Occorre pianificazione, organizzazione e lungimiranza. Dobbiamo accelerare sulla riqualificazione interna ed esterna della Città Vecchia, creare un itinerario turistico che la leghi al Borgo umbertino. Se chiudessimo gli occhi per qualche istante ed immaginassimo tante piccole attività, botteghe, attrazioni in tutta la parte vecchia, potremmo parlare anche di destagionalizzazione. Di esempi da seguire, attorno a noi, ce ne sono tanti”.

    È anche vero che i commercianti hanno mostrato una certa ritrosia nel tenere aperti i propri negozi in piena estate, in coincidenza con l’arrivo dei crocieristi?

    “Senza attrattività che senso ha. Se c’è flusso di gente posso pensare di restare aperto altrimenti chi me lo fa fare di aprire con 45 gradi ad agosto. In estate le navi attraccano in porto e sostano dalle 9 alle 17, in orari da bollino rosso. Cosa offriamo per ripararsi dall’afa nel Borgo? Servono zone d’ombra, parchi aperti ed efficienti, iniziative che invoglino a oltrepassare il Ponte Girevole”.

    L’isolamento territoriale di Taranto rappresenta un altro freno per il turismo. Che fare?

    “L’aeroporto lo abbiamo, tra poco sarà rimodernato e non pensiamo a renderlo fruibile ai turisti? Considerato che potrebbe abbracciare un bacino di utenti attualmente scoperto come quello della Lucania jonica. La carenza di infrastrutture ci penalizza da sempre. Basti pensare all’autostrada che si ferma a Massafra o alla stazione ferroviaria che è tagliata fuori dall’alta velocità. I lavori di riqualificazione della stazione dovevano partire due anni fa. Rete Ferroviaria Italiana ci ha risposto che entro il 2026 sarà tutto ultimato. Siamo già verso la fine del 2024, ci prendono in giro? Questo perché non abbiamo una rappresentanza politica forte, che non ha il piglio giusto per rivendicare la dignità di questo territorio quando le logiche sono altre. Di che parliamo… Siamo fermi ancora a cosa vogliamo fare da grandi…”.

     

     

  • Commercio di vicinato, il lato b della crisi

    Commercio di vicinato, il lato b della crisi

    Quando si discute della crisi del commercio di vicinato a Taranto c’è una categoria di cui non si parla mai abbastanza: quella dei commessi. Sì, perché ogni volta che si affronta la questione della progressiva e inesorabile desertificazione che sta colpendo quelle che un tempo costituivano il cuore pulsante del commercio tarantino (in primis il Borgo tarantino e via Liguria), si tirano giustamente in ballo le rivendicazioni dei negozianti, le ripercussioni sulla capacità attrattiva della città e sul turismo, dimenticando che una delle categoria più colpite è proprio quella degli addetti alle vendite.

    Contratti precari, lunghi turni contrapposti a stipendi ridotti e nessuna prospettiva di crescita lavorativa: è questo quello che lamentano alcuni giovanissimi commessi che hanno deciso di contattare la nostra testata per denunciare l’altra faccia della crisi dei negozi di Taranto.

    Oggi ascoltiamo la testimonianza di Alessandra (nome di fantasia, ndr), giovane studentessa universitaria di Taranto che, dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze della Comunicazione, aveva deciso di affacciarsi al mondo del lavoro.

    Alessandra, com’è cominciato il tuo percorso di addetta alle vendite?

    Con una lunga, estenuante ricerca fatta di curricula inviati online ma, soprattutto, consegnati di persona tra i negozi del Borgo e di via Liguria. Dopo la laurea avevo deciso di prendermi un anno sabbatico dallo studio, per capire se potessi avviarmi alla carriera di addetta alle vendite e cominciare a guadagnare qualcosina. Per questo motivo ho iniziato a rispondere a tutti gli annunci di ricerca di personale su Taranto: la maggior parte riguardavano negozi situati nei centri commerciali.  Quando ho portato il mio curriculum vitae ai negozi del Borgo e di via Liguria spesso ho ricevuto la stessa risposta, ossia che non erano alla ricerca di personale”.

    Quindi il personale dei vari punti vendita era già sufficiente?

    No, l’assurdo è proprio questo: spesso i titolari lamentavano la mancanza di personale che potesse aiutarli nella gestione del negozio, ma allo stesso tempo dichiaravano di non guadagnare a sufficienza per potersi permettere delle assunzioni. E così il mio curriculum finiva nel cassetto, insieme ad altri”.

    Hai avuto la possibilità di fare qualche colloquio?

    In pochi, pochissimi casi. Alcuni colloqui, devo proprio dirlo, sono stati davvero assurdi: mi è stato detto che non potevano assumere una laureata, perché cercavano gente con meno titoli; come se avere un’istruzione adeguata fosse diventato un demerito, insomma, in una città che dovrebbe, invece, puntare ad elevare il livello di assistenza qualificata nei negozi. In altre occasioni mi è capitato di sentirmi dire che i turni comprendevano 40 ore settimanali, mattina e pomeriggio, per sei giorni a settimana, ma con lo stipendio di una stagista, ovvero 600 euro al mese. Il che potrebbe anche andar bene all’inizio: il problema si pone dopo”.

    Spiegaci meglio.

    Insieme ad altre ragazze, che hanno avuto la mia stessa esperienza in altri negozi della città, abbiamo notato che il contratto da stagista non si pone più come percorso di crescita e formazione, in ottica di una futura stabilizzazione lavorativa, bensì come modello di assunzione “usa e getta”.Al termine del tirocinio, infatti, a molte di noi è stato detto: “Ci spiace, ma terminata l’estate andiamo incontro ad una progressiva diminuzione delle vendite e non sapremmo come pagarvi”. Quando, poi, ci sarà bisogno di personale per i periodi di maggior lavoro, si procederà con altri stagisti e così via, alimentando un precariato che ormai caratterizza la nostra città come una piaga”.

    Per quello che ha potuto osservare, i clienti sono davvero così pochi?

    “Assolutamente sì. Ci sono state giornate, in pieno periodo di saldi, in cui la cassa chiudeva con guadagni davvero esigui. È chiaro che un commerciante che deve fare i conti con affitto o mutuo del locale, costi delle bollette, tasse e quant’altro, deve tagliare su qualche voce del bilancio per non abbassare definitivamente la saracinesca: e questa voce, molto spesso, riguarda il personale.

    A proposito dell’ultimo botta e risposta tra l’assessore Lussoso e Confcommercio sull’opportunità di aprire i negozi durante le domeniche in cui sono organizzati eventi nel Borgo (come accaduto durante la scorsa Mobility Week, ndr), posso testimoniare che spesso il dilemma che attanaglia gli esercenti è proprio questo: conviene aprire il negozio nella speranza di guadagnare qualche euro, in mancanza di una programmazione continua di eventi? Molti clienti entrano solo per provare le taglie, poi preferiscono acquistare online, altri ancora lamentano il rialzo dei prezzi: c’è un grande indirizzamento sul cosiddetto “second hand”, attraverso app e piattaforme dedicate all’abbigliamento di seconda mano.

    Infine, le solite lamentele: mancano i parcheggi, mancano anche i bagni pubblici. Alcuni ci hanno detto chiaramente: “Perchè venire qui se altrove (nei centri commerciali della città, ndr) posso avere parcheggio gratuito, bagno gratis e molta più scelta dal punto di vista dei negozi”?  È innegabile, infatti, che anche l’offerta si sia abbassata a seguito delle numerose chiusure, concentrandosi in altre zone della città”.

    Come si è conclusa la tua esperienza lavorativa?

    Con tanta amarezza: ho cercato davvero di dare il meglio di me stessa durante questi mesi di lavoro, nella speranza di riuscire a fare di questa esperienza un lavoro continuo nella mia città, ma mi sono scontrata con una crisi che ormai non lascia più scampo. Anche i colloqui successivi si sono conclusi allo stesso modo: poche offerte, soprattutto di contratti a chiamata, scarse (o nulle) le speranze di assunzione stabile.  Alla fine ho preferito trasferirmi a Milano, iscrivermi ad un master in Marketing e moda che prevede stage in grandi aziende del nord Italia: a malincuore, perché Taranto ha per me un grande valore affettivo. Ma se qui le prospettive sono queste, preferisco investire nel mio futuro altrove”.

    Gli svantaggi di questo sistema sono immediatamente visibili: innanzitutto, un progressivo impoverimento delle competenze e dell’esperienza del personale addetto alle vendite, che si trova sempre “in formazione”. Non è difficile leggere, infatti, di continui annunci di lavoro per addetti alle vendite, pubblicati dagli stessi esercizi commerciali a distanza di pochi mesi. Alcuni ragazzi ci hanno riferito di aver lavorato, in un anno, in tre o addirittura quattro differenti punti vendita. Altrettanto evidente è il consistente contributo all’instabilità del mondo del lavoro locale.

    Secondo gli ultimi dati Istat, infatti, a Taranto (e più in generale nel sud Italia) aumenta l’occupazione ma cresce anche il precariato: i contratti a lungo termine sono ormai paragonabili ai miraggi nel deserto e questo alimenta, a sua volta, un impoverimento generale della popolazione che si riflette (anche) sul commercio.

    Infine, nonostante il proposito, sbandierato da più parti e a più riprese, di porre freno all’esodo continuo e inarrestabile dei ragazzi dalla nostra città, appare ovvio che abbandonare ad una lenta agonia un settore che altrove si rivela ricco di opportunità lavorative e formative, non invoglia certo i nostri giovani a costruirsi un futuro nella propria città. 

  • Comparto 32: l’affondo di Confcommercio

    Comparto 32: l’affondo di Confcommercio

    “Siamo disorientati dalle notizie che si riconcorrono in queste ore, inerenti le sollecitazioni che da più parti verrebbero fatte su esponenti della maggioranza a Palazzo di Città per far passare la famosa variante urbanistica del comparto 32 che aprirebbe la strada agli investimenti privati ed alle speculazioni edilizie. Indiscrezioni a fronte delle quali chiediamo di conoscere con chiarezza la posizione dell’Amministrazione comunale e del sindaco Melucci”.

    Così Confcommercio Taranto, in una lunga nota, con riferimento al progetto di nuova edificazione nella ‘sottozona 32’, l’area che si estende da via Speziale fin oltre il centro commerciale ‘Porte dello Jonio’ .

    “Taranto ore 20.00: strade deserte, insegne spente e serrande già abbassate. La crisi del commercio al dettaglio nelle strade della città, si avverte a pelle. Le nuove aperture non ce la fanno a compensare le chiusure – evidenzia Confcommercio – (rispetto all’anno precedente, al terzo trimestre 2023: + 309 chiusure a fronte di – 122 aperture); chiudono soprattutto le attività tradizionali del commercio di vicinato – abbigliamento, giocattoli, libri, oggettistica – che sino a qualche tempo fa costituivano la ricchezza e la varietà dell’offerta commerciale del capoluogo e soprattutto del Borgo. Sopravvivono, gli alimentari, i servizi (telefonia e informatica) ed i pubblici esercizi, ma lentamente chiudono molte delle attività attorno alle quali si animava la vita del commercio tarantino nelle principali aree commerciali e che rappresentavano posti di lavoro, luoghi di socialità. In alcune zone del Borgo di Taranto, i locali, ormai sfitti e da tempo lasciati al degrado, contribuiscono all’abbandono di strade che sino a non molti anni fa pullulavano di vita”.

    L’analisi di Confcommercio prosegue: “La sicurezza urbana, in alcune zone più periferiche e degradate del Borgo, non è più una certezza. Molte giovani famiglie negli ultimi anni sono migrate nelle periferie cittadine, se non addirittura nei comuni limitrofi, semmai meno attrattivi, ma più serviti e vivibili. Una situazione che ha contribuito non poco a deteriorare i rapporti con la Amministrazione Melucci che, malgrado le reiterate sollecitazioni e richieste di aiuto, non ha definito un piano di contrasto al fenomeno della desertificazione commerciale”.

    “Che il Borgo si svuoti e che pezzi della città diventino sempre più marginali rispetto alla vita cittadina, sembra un non problema per la politica locale e per Palazzo di Città, dove è evidente che – afferma il vice presidente vicario di Confcommercio Taranto, Giuseppe Spadafino, coordinatore delle delegazioni tarantine del commercio..

    «Sono anni che Confcommercio – sottolinea Spadafino – va ripetendo che occorrono: servizi, parcheggi, decoro, raccolta differenziata, attrattori, chiusura dei grandi cantieri come Palazzo degli Uffici, o l’addirittura l’avvio come Palazzo Frisini. Manca una visione di città, un progetto di rilancio del Borgo e di Città Vecchia, e di contrasto alla periferizzazione, all’allungamento del tessuto urbano verso aree di pregio naturalistico, che dovrebbero avere tutt’altra funzione e che dovrebbero anzi essere tutelate per il loro valore intrinseco e costituire il polmone verde della città. Tutto sembra invece voler favorire un processo di allungamento verso il versante orientale della città, dove incombe la vicenda emblematica del Comparto 32, un’area sulla quale gravitano molti interessi privati.

    “La posta in gioco è alta, sul comparto 32 si gioca il futuro della città – conclude Spadafino – “Assegnare a quell’area una funzione diversa rispetto al valore naturalistico e paesaggistico, intrinseco di quei luoghi, rappresenterebbe un doppio danno per la comunità: sarebbe privata di un’area di pregio naturalistico, a svantaggio della tenuta sociale ed economica dei quartieri cittadini ed in particolare del Borgo che verrebbero definitivamente danneggiati dalla espansione periferica dei servizi e del commercio”.