Taranto da 60 anni è alle prese con il dilemma tra salute e occupazione. L’ex Ilva, il più grande impianto siderurgico d’Europa, continua a garantire migliaia di posti di lavoro ma l’impatto ambientale ha provocato nel tempo una vera emergenza sanitaria.
E quindi la città è segnata da profonde divisioni. C’è chi difende la produzione e chi vuole la fabbrica chiusa. Dal 2012 la cittadinanza, insieme agli operai, si è ribellata ad una conduzione dell’impianto industriale che non garantiva sicurezza sul lavoro, a causa del deperimento degli altiforni, dei singoli settori produttivi e della salute dei cittadini, a partire dai bambini colpiti da malformazioni e malattie fin dal grembo materno, come attestato da diversi studi scientifici.
Nello stesso anno la questione Ilva salì alla ribalta nazionale dopo la decisione del giudice Patrizia Todisco che dispose il sequestro dell’area a caldo. La diossina proveniente dallo stabilimento era finita anche nel latte delle pecore delle masserie dei dintorni. Questo aveva comportato la decisione di abbattere centinaia di ovini e bovini contaminati.
Le proteste proseguono ancora oggi, a distanza di 13 anni dal provvedimento giudiziario, da Taranto a Genova, con numerosi scioperi che nei giorni scorsi hanno bloccato la circolazione su alcune importanti arterie stradali.
La grande fabbrica si trova in una fase cruciale della sua storia: gli impianti, in parte fermi, richiedono interventi urgenti di modernizzazione per garantire sicurezza e ridurre l’inquinamento. Dopo anni di pesanti ricadute ambientali e sanitarie sul territorio, è indispensabile avviare un piano di bonifica. La strategia di rilancio punta alla transizione verso un’acciaieria “verde”, basata su elettricità e idrogeno al posto del carbone e affiancata da nuovi progetti.
Si tratta di un percorso ambizioso che richiede investimenti consistenti e una pianificazione chiara. Contestualmente è necessario creare delle alternative. Il porto di Taranto, se adeguatamente potenziato e digitalizzato, può diventare un nodo chiave per l’industria e per le nuove filiere delle rinnovabili, contribuendo in modo decisivo al rilancio economico del territorio.
In sintesi, Taranto ha davanti una trasformazione complessa ma indispensabile per coniugare sviluppo, lavoro e sostenibilità.
Il tema del lavoro resta centrale, come emerge da alcune testimonianze raccolte dagli studenti della classe 3D della scuola secondaria di primo grado dell’IC “Viola”.
“L’ex Ilva – racconta un operaio – dà lavoro a migliaia di persone, però purtroppo ha anche causato molti problemi all’ambiente e alla salute. Nell’aria ci sono polveri sottili e fumi provenienti dagli impianti che inquinano l’ambiente e possono provocare malattie e morte”.
”Anche il mare purtroppo ha subito dei danni. I rifiuti industriali e le polveri – aggiunge il lavoratore – si riversano nell’acqua, e così è stato inquinato il Mar Piccolo e anche parte del Mar Grande. I pesci e i mitili, come le cozze tarantine, in alcune zone non si possono più pescare perché sono contaminati da sostanze tossiche come la diossina e i metalli pesanti”.
“Lo stabilimento siderurgico ha anche dato lavoro a tantissime famiglie, e senza quell’industria – afferma inoltre l’operaio – molti cittadini sarebbero rimasti senza reddito. Il problema è quello di trovare un giusto equilibrio: produrre acciaio in modo più pulito e sicuro, rispettando la salute delle persone e dell’ambiente. È una questione molto complessa, ma è importante che si cerchi una soluzione. Io penso che servano più controlli e l’uso di tecnologie moderne per ridurre le emissioni e soprattutto una riconversione graduale finalizzata ad una sostenibilità ambientale e produttiva, in modo da salvaguardare sia il lavoro che la salute. Taranto merita di rinascere”.
Il quartiere Tamburi è forse quello che ha più subito gli effetti negativi delle emissioni dell’acciaieria. “Prima che nascesse l’Ilva – ricorda la nonna di uno studente che vive nel rione periferico – era tutta un’altra cosa. C’era più verde, l’aria era diversa, più leggera. Si respirava. Poi è arrivata la polvere rossa, quella dei minerali. Un giorno la trovi solo sul balcone, il giorno dopo sulla tavola, sui vestiti stesi, pure nelle pieghe delle mani. E tu pulisci, pulisci… e non finisci mai”.
“Come fai a non preoccuparti? Qui, ai Tamburi, troppe persone – racconta la cittadina – si sono ammalate. Quando senti che un vicino ha qualcosa ai polmoni o un bambino tossisce sempre, ti viene un nodo allo stomaco. Io non sono dottoressa, ma vivo qua e lo vedo. Ti accorgi che i bambini non possono giocare tranquilli, che le scuole devono chiudere quando c’è troppa polvere nell’aria. Ai miei tempi correvamo per strada, ora invece dobbiamo stare attenti all’aria che respiriamo”.

I problemi legati all’inquinamento hanno sollevato importanti interrogativi: andare via o rimanere?
“Ci ho pensato tante volte, ma – rivela la nonna dello studente – questa è casa mia. Qui ci sono i ricordi, i miei figli, la vita intera. E poi non dovrei essere io ad andarmene: dovrebbe essere l’aria a tornare pulita. Che ci sia giustizia. Che si lavori, certo, ma senza avvelenarsi. Che i bambini tornino a giocare senza paura e che i Tamburi non siano più un quartiere dimenticato”.
La rinascita dell’ex Ilva richiede una scelta chiara: unire tutela dell’ambiente, modernizzazione degli impianti e protezione del lavoro. Servono investimenti, tecnologie pulite, bonifiche rapide e programmi di formazione che accompagnino i lavoratori nella transizione. La città cerca di diversificare il suo futuro e non restare imprigionata nella monocultura siderurgica. Con un porto moderno e una filiera energetica rinnovabile, ad esempio, Taranto può trasformarsi da simbolo di crisi a modello di sviluppo sostenibile per il Paese.
* illustrazione di apertura di Angelica Lanzillotta

